Le schiavitù del terzo millennio

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Schiavitù moderna

Secondo le Nazioni Unite circa 50 milioni di persone vivono in condizioni di schiavitù moderna, di cui 28 milioni costrette al lavoro forzato e 22 milioni a matrimoni forzati

Alle antiche forme di riduzione in schiavitù, legali in molti Paesi fino al XIX° secolo e ora ritenute da tutti fuori legge, sopravvive, tragicamente, una moderna tratta degli esseri umani. Milioni di persone ne sono vittime, spesso comprate e vendute, utilizzate nello sfruttamento sessuale, nel lavoro forzato e in varie attività illegali fino agli espianti di organi a scopo commerciale. Le Nazioni Unite hanno pubblicato i dati di queste nuove forme di schiavitù moderna.

Le ultime stime diffuse dall’Ilo, l’Agenzia specializzata dell’Onu, ci parlano di 50 milioni di Schiavitù modernapersone sottoposte a schiavitù, di cui 28 milioni nel lavoro forzato (soprattutto in edilizia, agricoltura e sfruttamento sessuale) e 22 milioni nel matrimonio forzato, con un aumento esponenziale negli ultimi cinque anni. Più di 150 milioni di bambini sono utilizzati nel lavoro minorile, con quasi un minore su dieci in tutto il Mondo. Più della metà è vittima di sfruttamento sessuale a scopo di lucro.

Il valore economico

La schiavitù si è evoluta e si è manifestata in modi diversi nel corso della storia. Oggi alcune forme tradizionali persistono ancora nelle loro forme precedenti, mentre altre si sono trasformate in forme nuove. Gli organismi delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno documentato la persistenza di antiche forme di schiavitù, radicate in credenze e costumi tradizionali. Queste sono il risultato di una discriminazione di lunga data nei confronti dei gruppi più vulnerabili delle società, come quelli considerati di casta inferiore, le minoranze tribali e le popolazioni indigene.

Sebbene la schiavitù moderna non sia definita dalla legge trova il suo fondamento per la prima volta nella Convenzione per la repressione del traffico di persone e dello sfruttamento della prostituzione, approvata il 2 dicembre 1949 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In sostanza, si riferisce a situazioni di sfruttamento che una persona non può rifiutare o abbandonare a causa di minacce, violenza, coercizione, inganno e/o abuso di potere. La schiavitù moderna è presente in quasi tutti i Paesi del Mondo e trascende confini etnici, culturali e religiosi. Si stima che il profitto globale annuo generato dal lavoro forzato ammonti a 236 miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta salari di fatto sottratti ai lavoratori, colpendo in particolare coloro che già faticano a sostenere le proprie famiglie.

Impennata nell’ultimo decennio

Per i lavoratori migranti, ciò significa meno denaro da inviare a casa. Inoltre, i Governi perdono entrate fiscali a causa della natura illegale di questi profitti, il che può anche alimentare ulteriore sfruttamento, rafforzare le reti criminali e minare lo stato di diritto. Il Rapporto Profits and Poverty dell’Onu mira a far luce su questi guadagni illegali. Rivela che i profitti sono allarmanti e hanno registrato un’impennata nell’ultimo decennio. Nessuna Regione è esente dal problema, con l’Asia e il Pacifico che registrano il numero più elevato (15,1 milioni), seguiti da Europa e Asia centrale (4,1 milioni), Africa (3,8 milioni), Americhe (3,6 milioni) e Stati arabi (0,9 milioni).

Altre forme di sfruttamento

A livello globale, un bambino su dieci lavora. La maggior parte del lavoro minorile oggi praticato è finalizzato allo sfruttamento economico. Ciò viola la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che riconosce “il diritto del bambino a essere protetto dallo sfruttamento economico e da qualsiasi lavoro che possa essere pericoloso o interferire con la sua istruzione o nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale”. Il protocollo delle Nazioni Unite per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, ratificato ad oggi da 168 Stati, definisce chiaramente il fenomeno che comprende il reclutamento, il trasporto, il trasferimento e l’accoglienza di persone, tramite l’uso della forza.

Il consenso della persona trafficata è irrilevante e se è un minore, si tratta di un reato anche senza l’uso della forza. I più piccoli sono anche vittime di un’altra grave forma di coercizione che è quella dei matrimoni forzati. Schiavitù modernaLa reale incidenza di questa pratica, in particolare quelli che riguardano minori di 16 anni, è probabilmente maggiore di quanto rilevino le stime, poiché queste si basano su una definizione ristretta che esclude alcuni matrimoni infantili. Sono considerati forzati perché un minore non può legalmente acconsentire al matrimonio e sono fortemente legati al contesto, in quanto legati ad atteggiamenti e pratiche patriarcali consolidate. I dati mostrano che oltre l’85% è causato da pressioni familiari. In base alla popolazione regionale, il 65% dei matrimoni forzati si verifica in Asia e nel Pacifico. Gli Stati arabi presentano la prevalenza più elevata, con 4,8 persone su 1.000 coinvolte.

L’esperienza europea

Esistono fortunatamente anche esperienze virtuose che indicano cosa si può fare concretamente per prevenire e combattere queste ignobili violenze. L’Unione europea ha fatto molto per combattere la tratta, e in particolare ha adottato la Direttiva 36/2011, che obbliga tutti gli Stati membri a dotarsi di una legislazione efficace, volta non solo a perseguire e punire i colpevoli, ma anche a proteggere le vittime. I Paesi europei sono in effetti tra i più attivi nella messa in atto di meccanismi anti-tratta.

La cooperazione di polizia giudiziaria viene praticata nell’ambito dell’Ue, grazie all’esistenza di una base giuridica e di una legislazione comune. In molti Paesi inoltre associazioni di volontariato si prodigano con coraggio per aiutare le vittime di sfruttamento in tutti i settori a volte con discreti risultati ma spesso sembra veramente una lotta impari a fronte dei potenti organismi malavitosi che con queste forme di sfruttamento si arricchiscono enormemente e usano ogni mezzo per proseguire nelle loro terribili attività.

Le soluzioni

È più che mai urgente la creazione di istituzioni sovranazionali veramente democratiche in grado di far rispettare i diritti fondamentali in tutto il Pianeta, ad esempio, attraverso una riforma dell’Onu, come da più parti richiesto. Le soluzioni possibili dovrebbero affrontare il problema nella sua dimensione socio economica globale. Sarebbe quindi auspicabile, anche con la collaborazione del mondo sindacale, varare specifiche norme di rispetto dei diritti dei lavoratori per mezzo di una “Carta universale dei diritti fondamentali del lavoro”. In senso generale, si tratta di promuovere nel contesto di un Nuovo Umanesimo una nuova economia etica internazionale. Ma non dimentichiamo che il rispetto dell’etica in economia è facilitato e realizzabile nell’ambito di un libero mercato dove tutti possano partecipare a parità di condizioni, mentre diventa difficilmente realizzabile, se non impossibile, senza uno standard globale di riferi­mento valido per tutti.

 

Orazio Parisotto

Foto © Praxis42, ILO, Onu Italia, Unicef, United Nations

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Orazio Parisotto
Studioso di scienze umane e dei diritti fondamentali, è fondatore e presidente di Unipax, Ngo associata all’UN/Dgc Department of Global Communications delle Nazioni Unite e all’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile - Agenda 2030 dell’Onu. Già consigliere-administrateur al Parlamento europeo è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sull’Ue, i diritti dell’uomo e la pace. Su questi temi ha realizzato progetti educativi multimediali su piattaforme digitali (web giornali radio, web tv e strumenti didattici in e-learning), in collaborazione con l’Unione europea e ha promosso il “Progetto pilota di Educazione Civica per un Nuovo Umanesimo” per le scuole superiori. Scrive come editorialista su varie testate specializzate in relazioni internazionali e ha un Blog su geopolitica e diritti umani. È coordinatore del Comitato Promotore del Progetto United Peacers - The World Community for a New Humanism ed è membro del Comitato Scientifico dell'Università Internazionale per la Pace

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