Nucleare, il diritto alla salute non è negoziabile

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Nucleare

Si parla dell’atomo come deterrente e strumento di potere, ma l’impatto oltre che geopolitico è anche biologico

L’escalation degli ultimi giorni in Medio Oriente ha riacceso i riflettori sul tema del nucleare. Il conflitto fra Israele e la Repubblica Islamica ha riportato con forza questa parola nei quotidiani del Mondo. Gran parte dei dibattiti si concentrano sulla liceità dell’uso delle tecnologie atomiche da parte di Teheran, se vi sia un rischio militare oppure se le centrali siano destinate a un uso squisitamente civile.

Tuttavia, un dato sembra sfuggire e non trovare abbastanza spazio. Al di là dei giochi di potere, dello strumento della deterrenza, determinante nei negoziati internazionali e nella postura che ogni Paese assume nel relazionarsi con il proprio estero vicino e non, il nucleare è una questione che riguarda l’uomo. Impattandone il corpo, la salute, la carne viva. Se si volesse spogliare il nucleare della sua veste geopolitica, rimarrebbe una filiera complessa fatta di sostanze, lavorazioni, residui e scorie. Qui, ogni materiale impiegato comporta rischi specifici, la cui manipolazione richiede rigidi protocolli e competenze tecniche avanzate. Piuttosto che concentrarsi sull’aspetto impiantistico, vale la pena soffermarsi sulle sostanze stesse e sui loro effetti concreti quando interagiscono col corpo umano.

Uranio naturale

L’uranio naturale rappresenta il fondamento su cui poggia l’intera architettura del programma nucleare iraniano. Viene estratto in zone desertiche come Saghand e Gachin, ricavato dalla roccia e in seguito sottoposto a trattamenti chimici. Infine, trasformato in materiale destinato ad alimentare reattori o centrifughe. Eppure, è proprio la sua apparenza anonima di pietra opaca, quasi inoffensiva che potrebbe trarre in inganno. Allo stato solido, l’uranio naturale è relativamente stabile e poco reattivo. Tutto cambia quando viene manipolato industrialmente: durante le fasi di estrazione, frantumazione e lavorazione, una parte del materiale si disperde sotto forma di polveri sottili, facendo aumentare il rischio per la salute umana sensibilmente. L’inalazione di queste particelle rappresenta una delle vie più insidiose di esposizione: penetrando in profondità nei polmoni, possono provocare infiammazioni croniche e, nel tempo, aumentare il rischio di insorgenza tumorale. Anche piccole quantità ingerite accidentalmente finiscono per danneggiare i reni, compromettendo la capacità del corpo di filtrare le sostanze tossiche presenti nel sangue.

Uranio arricchito

All’interno degli impianti di Natanz e Fordow, saliti alla cronaca per il recente attacco aereo dei GBU 57 che ha sancito l’intervento degli Usa, l’uranio naturale viene sottoposto a un processo tecnico noto come arricchimento isotopico. Questa trasformazione sofisticata porta ad aumentare la concentrazione di una specifica componente, l’uranio-235, rendendo il materiale adatto a sostenere reazioni nucleari controllate. Ma con l’aumento della reattività cresce anche la pericolosità. L’uranio arricchito se maneggiato in forma instabile o disperso in polvere, può avere un impatto diretto sul corpo umano: emette radiazioni alfa, che non attraversano la pelle, ma diventano estremamente dannose se inalate. In forma di particelle microscopiche le emissioni radioattive penetrano nei polmoni, raggiungono i tessuti e alterano il funzionamento cellulare, inducendo mutazioni, infiammazioni e nei casi più gravi tumori dell’apparato respiratorio. L’esposizione prolungata può anche compromettere il sistema immunitario, causare infertilità, finanche indebolire le difese dell’organismo in modo progressivo. Non servono dosi elevate per subire i danni sopra menzionati.

Esafluoruro di uranio

Noto con la sigla UF₆ è una sostanza altamente infiammabile che permette all’uranio di essere arricchito, trasformandolo in una forma gassosa. All’apparenza si presenta come una polvere bianca, o un solido cristallino, ma basta scaldarlo poco perché si trasformi presto in un gas. NucleareCiò che lo rende particolarmente pericoloso non è solo la sua radioattività, bensì la sua estrema tossicità chimica. Quando entra in contatto con l’umidità, come quella presente nei polmoni, l’esafluoruro reagisce violentemente, generando acido fluoridrico e ossidi radioattivi di uranio. L’effetto, una volta inalato, è devastante: ustioni interne, edema polmonare, danneggiamento delle mucose respiratorie e, nei casi più gravi, morte per soffocamento. Si tratta di un rischio concreto per chi lavora negli impianti, ma anche per le popolazioni vicine in caso di fuga o incidente. Non finisce qui, è incolore, quasi inodore, letale e corrosivo: danneggia metalli, impianti e, se non contenuto correttamente, può fuoriuscire senza che nessuno se ne accorga.

Plutonio-239

Tra tutti i materiali associati al nucleare, il plutonio-239 è quello che evoca maggiormente il concetto di morte e pericolo assoluto. Questo elemento non esiste in natura, viene prodotto artificialmente all’interno dei reattori, quando l’uranio-238 cattura un neutrone e si trasforma. È proprio per questo che il reattore ad acqua pesante IR-40, progettato ad Arak (Capitale della provincia centroccidentale di Markazy, Iran), ha attirato l’attenzione internazionale: in configurazione originaria, avrebbe potuto generare quantità significative di plutonio, aprendo a scenari catastrofici non solo civili ma anche militari. Il plutonio-239 è estremamente radioattivo e chimicamente tossico. Quando entra nel corpo umano basta una quantità microscopica, inalata sotto forma di polvere, per depositarsi nei polmoni e iniziare un processo silenzioso ma devastante: danneggia il Dna, altera la replicazione cellulare generando tumori maligni, anche anni dopo l’esposizione iniziale. Una volta nel flusso sanguigno, tende ad accumularsi nel fegato e nelle ossa, dove rimane attivo per decenni, irradiando i tessuti circostanti. Non ha odore, non ha colore, e non dà sintomi immediati. Anche per chi non lavora direttamente con il materiale, il solo fatto di trovarsi in prossimità di impianti contaminati o non adeguatamente protetti rappresenta un rischio reale. E la soglia di sicurezza, in questo caso, è così bassa da essere quasi teorica.

Prodotti di fissione

Letteralmente ciò che resta dell’uranio una volta che ha ceduto la propria energia nel cuore del reattore. Tra questi, tre sono particolarmente noti per la loro pericolosità: cesio–137, iodio–131 e stronzio–90. Questi elementi non solo sopravvivono al processo di reazione, ma continuano a emettere radiazioni per anni. Il loro problema principale? Si muovono facilmente nell’ambiente ed entrano nella catena alimentare. NucleareLo iodio-131 si concentra nella tiroide, causando alterazioni ormonali e tumori, specialmente nei bambini. Il cesio-137, come il potassio, viene assorbito dai muscoli, dove continua a emettere radiazione gamma capace di danneggiare cellule sane. Infine, lo stronzio-90, imita il calcio e si fissa nelle ossa, dove provoca leucemie, sarcomi e altre forme di cancro del midollo. Questi isotopi sono pericolosi anche in quantità infinitesimali, possono diffondersi attraverso l’aria, il suolo e l’acqua, arrivando a contaminare latte, verdura, animali da pascolo.

Responsabilità oltre diplomazia e accordi

Nel dibattito internazionale sul nucleare iraniano, ogni parola pesa: arricchimento, deterrenza, ispezioni, sanzioni. Ma troppo spesso, a rimanere fuori dal discorso, è ciò che più dovrebbe contare: il corpo umano. Le sostanze radioattive non distinguono tra usi civili e militari, non conoscono confini, non hanno alleanze. Una particella di plutonio inalata a Esfahan o una nube invisibile di cesio dispersa da un reattore, colpiscono nel profondo ciò che siamo: la carne, il sangue, i tessuti che ci tengono in vita.

Discutere di nucleare senza parlare di salute è come citare la guerra senza menzionare i morti. Ed è forse questo il punto più fragile – e più rimosso – di ogni discussione sul futuro atomico dell’Iran: la mancata considerazione degli effetti a lungo termine sulla popolazione, sulle generazioni future, su chi vive vicino a un impianto senza nemmeno sapere cosa ci sia davvero dentro. Ciò che emerge, infine, è una responsabilità che va oltre le diplomazie e gli accordi. È una questione di trasparenza, prevenzione e protezione. Perché il nucleare non è solo una questione di strategia: è, prima di tutto, una giustizia sanitaria. E ogni scelta tecnica o politica che lo riguarda dovrebbe ricordarsi questo punto semplice e fondamentale: il diritto alla salute non è negoziabile.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © European Parliament (Grispb), Nuclear Power, Advances in engineering, Live Science, Eurocomunicazione

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