L’ingresso del Pakistan nella nuova banca di sviluppo dei BRICS +

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Brics Pakistan

Gli interessi di Islamabad, il ruolo della Cina e le prospettive dell’organizzazione

La Repubblica islamica del Pakistan, dopo aver richiesto formalmente l’ingresso nell’organizzazione intergovernativa dei BRICS+ nel 2023, è sempre più determinata a trovare una sponda politica nella Repubblica popolare cinese, suo alleato regionale, per beneficiare di nuove fonti di credito derivanti dalla cooperazione con la nuova banca di sviluppo e affrontare le numerose sfide economiche del prossimo futuro, come riportato da Nikkei Asia.

Cos’è la nuova banca di sviluppo

La Nuova Banca di Sviluppo è stata fondata nel 2015 dai membri principali dei BRICS + (Cina, Russia, Brasile, India e Sudafrica) e le sue quote sono spartite equamente tra i cinque membri fondatori al 18,76%, mentre il resto è assegnato ai membri che si sono uniti successivamente, cioè Emirati Arabi Uniti, Algeria, Egitto e Bangladesh. La banca finanzia infrastrutture e progetti di sviluppo nei Paesi a economie emergenti ed è considerata, in ultima istanza, un’alternativa al sistema finanziario che utilizza il dollaro come valuta principale.

La portata degli accordi

Cina e Pakistan hanno un rapporto consolidato negli ultimi anni. In primo luogo, uno scambio commerciale che è arrivato nel 2024 a un ammontare bilaterale di 23,05 miliardi di dollari, secondo le stime redatte dall’Ufficio Statistico delle Nazioni Unite e inserite nella banca dati COMTRADE.

In secondo luogo, la Cina ha stanziato più di 60 miliardi di dollari per il progetto principale che riguarda il commercio con il Pakistan, chiamato Cpec (Corridoio economico Cina-Pakistan): l’iniziativa, che è uno degli assi portanti della più ampia strategia cinese “Una cintura, una via”, comunemente nota in italiano come “Nuova via della seta”, consta di una serie di pianificazioni stradali, ferroviarie ed energetiche ed è addirittura considerata da alcune fonti quali Bloomberg, The Wire e The News on Sunday, per l’impatto che può avere su Islamabad e sulla Regione, come più influente di quanto lo sia stato il Piano Marshall per l’Europa occidentale.

Le criticità dei progetti in corso

Nonostante le serie difficoltà riscontrate da Pechino durante la costruzione del corridoio – basti pensare agli attacchi terroristici che dal 2021 hanno causato l’uccisione di numerosi lavoratori cinesi e pakistani ad opera sia dell’Esercito di Liberazione del Belucistan, sia del gruppo dei Talebani Pakistani, entrambi strenui oppositori della Repubblica islamica del Pakistan, uno per ragioni di ribellione allo sfruttamento del territorio e di oppressione della minoranza dei beluci, l’altro per avversità nei confronti di un regime ritenuto infedele rispetto all’ideologia talebana –  è molto probabile che le richieste di ulteriore appoggio da parte di Islamabad vengano accolte dalla Repubblica Popolare.

La richiesta ufficiale del Pakistan

A tal proposito, il ministro delle Finanze del Pakistan Muhammad Aurangzeb ha annunciato, tramite il suo profilo ufficiale su X, che «ha cercato il sostegno della Cina affinché il Pakistan entri a far parte del gruppo dei membri della nuova banca di sviluppo dei BRICS +» durante un colloquio tenuto con il viceministro delle Finanze cinese Liao Min, a margine dei recenti incontri del Fondo Monetario internazionale e della Banca mondiale a Washington. È sempre la testata Nikkei Asia a riportare che, da Islamabad, sia stata inviata la richiesta di entrare ufficialmente a far parte del consesso della nuova banca di sviluppo durante il 2025 e che la sua affiliazione sia tutt’ora al vaglio da parte dei membri dell’organizzazione.

Gli interessi cinesi al riguardo

All’interno dei BRICS+, è la Repubblica popolare cinese in prima battuta a volere un rafforzamento della nuova banca di sviluppo, anche nell’ottica di uno spostamento della gestione del rischio dagli istituti bancari per le politiche interne (cosiddette “policy banks”) a quelli che operano alla stregua di banche commerciali private con parametri più severi: è, in sintesi, l’opinione riportata del direttore esecutivo del laboratorio di ricerca AidData presso l’Università di William e Mary in Virginia Bradley Parks, che ha sottolineato che «un prestatore multilaterale come la nuova banca di sviluppo potrebbe assumere un ruolo maggiore nei prossimi tempi e che, considerata l’alleanza stretta tra Cina e Pakistan, è probabile che Pechino voglia che Islamabad salti sul carro».

L’importanza dei fondi BRICS + per il Pakistan

A supporto di questa tesi è intervenuto Ikram ul Haq, avvocato presso la Corte Suprema del Pakistan ed esperto in materie legali e fiscali di Lahore, dichiarando che «le preoccupazioni della Cina in merito alla gestione dei progetti e alla sicurezza dei suoi cittadini non le impedirà di aiutare il Pakistan ad accedere ai fondi della nuova banca di sviluppo»; e proprio l’accesso a questi fondi consentirebbe a Islamabad di ridurre la dipendenza dal Fondo monetario internazionale e dalla Banda mondiale a cui è tutt’ora soggetta.

Muhammad Shoaib, assegnista di ricerca presso l’Università George Mason in Virginia, ha dichiarato che «i fondi della Nuova Banca di Sviluppo sono più facili da ottenere, sottoposti a minore controllo politico e principalmente indirizzati verso investimenti infrastrutturali»; in merito ai fondi, è Haq ad aver aggiunto che «tali finanziamenti per lo sviluppo a lungo termine potrebbero accelerare la crescita pakistana e migliorare il suo capitale umano».

La posizione politica degli altri membri

Come accennato, l’ingresso del Pakistan nella nuova banca di sviluppo è in attesa di essere accettato. Da regolamento, almeno quattro dei cinque membri fondatori dei BRICS + devono approvare ogni richiesta di ammissione dei Paesi candidati: mentre l’India, storico nemico regionale del Pakistan, approverebbe molto difficilmente un tale allargamento diverso è il discorso su Russia, Brasile e Sudafrica, che potrebbero essere persuasi dalla Cina ad accettare di ampliare il consesso in favore di Islamabad.

Di parere scettico sulla questione è Jeremy Garlick, professore associato in Economia e Commercio dell’Università di Praga che ha constatato che «visti i suoi rapporti tesi con il Pakistan, è improbabile che l’India dia il proprio consenso e, allo stesso tempo, la Cina Brics Pakistanpotrebbe alleggerire i propri gruppi di pressione sul Pakistan tenendo conto della scarsa affidabilità finanziaria di Islamabad». Quest’ultima analisi sembra far tornare indirettamente attuali le perplessità di lunga data che, al di fuori e all’interno della Repubblica islamica, sono espresse da alcune aziende locali e da alcuni ricercatori (ad esempio, l’articolo del 2020 di Shah, Kamal e Yu pubblicato sull’International Journal of Finance and Economics) circa le conseguenze del CPFTA, l’Accordo di libero commercio Cina–Pakistan, che ha portato nel 2024/2025 il Pakistan ad avere un disavanzo commerciale di più di 18 miliardi di euro nei confronti di Pechino.

Il punto di vista all’interno del Pakistan

I dubbi circa le conseguenze degli accordi con la Cina sono talmente attuali che è proprio la Commissione per il commercio dell’assemblea nazionale di Islamabad ad essersi preoccupata circa lo squilibrio nella bilancia degli scambi con la controparte e ad aver chiamato a «una maggiore responsabilità dei funzionari commerciali e a un maggiore utilizzo delle piattaforme internazionali per promuovere i prodotti pakistani, specialmente focalizzandosi sulle merci a valore aggiunto come quelle tessili, minerarie e alimentari».

Ciò nonostante, i suddetti esperti Parks, Haq e Shoaib hanno ritenuto che la Cina si schiererà comunque dalla parte del Pakistan, incoraggiando gli altri membri BRICS + a condividere il rischio creditizio. Lo stesso Parks ha osservato che «le autorità pakistane hanno valutato la situazione e hanno capito che Pechino vuole che si mettano in gioco anche altri creditori esterni».

 

Guido Zeviani Pallotta

Foto © gov.cn, Reuters

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