Stati Uniti e Federazione Russa collaborano su più fronti per scalzare la minaccia cinese. Negoziati segreti e investimenti miliardari rilanciano le relazioni dell’America di Trump e della Russia di Putin
Tra il 28 novembre e il 1 dicembre del 1943 Roosevelt, Churchill e Stalin presero parte alla Conferenza di Teheran. Assieme a Postdam e alla ben più nota Jalta, in queste sedi, i Tre Grandi pianificarono lo sbarco in Normandia e gettarono le basi per un equilibrio del dopoguerra, che sanasse lo squarcio lasciato dal Terzo Reich in Europa.
Una nuova Jalta
Sull’intero Continente non c’era forza o possibile coalizione tale da bilanciare la superiorità militare dell’Urss. Quel che inevitabilmente si prospettava era, dunque, un condominio di potenza tra sovietici e britannici. Con Londra priva di forza negoziale, tuttavia, dilaniata dalla guerra e impero coloniale in crisi, Washington e Mosca si imposero, presentandosi al Mondo come garanti di una futura e auspicata pace.
Roosevelt manifestò da subito incrollabile fiducia nei confronti del capo del Cremlino. Un preoccupato Churchill espose invece le proprie perplessità. Erano i timori di chi non intravedeva alcuna differenza tra la Berlino di Hitler e la Mosca di Stalin e di chi temeva che, per parte sovietica, gli accordi presi a Teheran come a Jalta fossero poco più che carta straccia. Il primo ministro inglese ci prese e, nei decenni successivi, una cortina di ferro si impose sul Mondo, dividendo l’Est dall’Ovest.
Esattamente ottant’anni più tardi, i contorni di una nuova Jalta si delineano sotto i nostri occhi, non come ripercussione di un conflitto mondiale, ma come l’esito di un incerto ordine multipolare che va via via costituendosi dalla caduta del Muro. Esattamente ottant’anni più tardi, quella stessa fiducia che Roosevelt ripose in Stalin, oggi, sembra inedito collante tra gli attuali inquilini della Casa Bianca e del Cremlino.
La convergenza anti-Pechino tra Mosca e Washington
Quello che in sempre più analisti attestano, è la volontà dei tre imperi (cinese, americano e russo) di ripristinare lo schema delle sfere di influenza, sia pure in un contesto radicalmente opposto. Washington e Mosca, infatti, vedono in Pechino una minaccia condivisa. Per Donald Trump, la Cina di Xi contende il primato statunitense, mentre la Federazione Russa non rappresenta un tale rischio; perciò, le si tende una mano per sganciarla economicamente e militarmente dal gigante asiatico. Per Vladimir Putin, invece, la paura di essere declassati a potenza regionale, sotto l’egida di Pechino, è così radicata, da predisporsi a una drastica rilettura delle relazioni con un rivale di lunga data come gli Usa.
Il conflitto russo–ucraino e il disimpegno statunitense dal Vecchio Continente, dunque, possono essere un buon consiglio di lettura per comprendere l’inedita evoluzione delle relazioni Washington–Mosca. Un’attenta ricostruzione del WSJ, combinata con le recenti pubblicazioni di colloqui telefonici privati tra inviati russi e statunitensi, permette di individuare i tre tasselli portanti del ragionamento.
I negoziati segreti
Il primo elemento fondamentale è la realizzazione condivisa di un piano per porre fine alla guerra in Ucraina sbilanciato verso Mosca. In una data imprecisata di ottobre, il presidente statunitense avrebbe affidato al suo team per la sicurezza nazionale la formulazione di una roadmap che si basasse sul modello di Gaza. L’ipotesi si sarebbe discussa per la prima volta con la controparte russa il 14 ottobre, in un contatto telefonico tra l’inviato speciale americano Steve Witkoff e Yuri Ushakov, ex ambasciatore russo negli Stati Uniti e oggi alto consigliere di Putin.
Nei dieci giorni successivi, secondo quanto confermato da Axios e dal Financial Times, Witkoff e Jared Kushner (diplomatico e genero di Donald Trump) avrebbero frettolosamente ultimato la bozza di un piano stilata giorni prima. A Mosca, Ushakov e un altro uomo di punta del Cremlino, Kirill Dmitriev, avrebbero preparato un dossier simile, includendo molte delle richieste russe già poste sul tavolo in passato. Le due bozze, nel gergo tecnico non-paper, sarebbero confluite nella prima stesura del piano in 28 punti trapelato lo scorso 21 novembre. Esso sarebbe stato redatto, senza alcuna consultazione di Kiev, durante un incontro a porte chiuse tra Witkoff, Kushner e Dmitriev a Miami, tra il 24 e il 26 ottobre.
Il disappunto di Kiev e la prosecuzione delle trattative
In successivi contatti di difficile ricostruzione, i due funzionari Usa avrebbero concordato con Zelensky di fissare dei negoziati preliminari sulla base del piano ad Ankara. Tuttavia, a seguito di una chiamata fra le due parti in data 16 novembre, Witkoff avrebbe rinunciato a raggiungere il presidente ucraino in Turchia, perché troppo la sua contrarietà verso la soluzione proposta.
Posto sotto pressione dal recente scandalo di corruzione, Zelensky avrebbe accettato come base dei negoziati una versione rivista del piano originale in 19 punti. Le modifiche, implementate durante il vertice di Ginevra del 23–24 novembre con l’apporto delle delegazioni europee, hanno provato ribilanciare il piano verso Kiev. Ciononostante, le questioni più spinose, come i territori, si starebbero trattando in queste ore tra delegati ucraini e statunitensi a Miami e tra Witkoff e Putin a Mosca. L’impressione, dunque, è che sia alla Casa Bianca che al Cremlino stiano lavorando per escludere o ridurre a pura formalità il contributo dell’Europa nel processo di pace.
La Guerra in Ucraina come chiave di volta per la normalizzazione delle relazioni
Il secondo punto fondamentale del ragionamento è la comune volontà di utilizzare Kiev come chiave di volta per rilanciare i rapporti tra Washington e Mosca. In tal senso, Witkoff e Dmitriev hanno giocato un ruolo primario. Ragionando al di fuori dei tradizionali schemi diplomatici, i due avrebbero gradualmente tracciato un rapporto molto confidenziale e avrebbero capito di condividere lo stesso modus operandi: quello per cui i confini contano meno degli affari.
Secondo quanto ricostruito dal WSJ, perciò, a Miami, tra il 24 e il 26 ottobre, si sarebbe discusso anche e soprattutto di altro: rilanciare l’economia russa tramite un piano di 2.000 miliardi e ampliare esponenzialmente i legami economici tra le due parti. Le discussioni tenute nella costosissima tenuta di Witkoff si ineriscono comunque in una più ampia dinamica.
Fin dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, infatti, emissari e imprenditori avrebbero lavorato sottobanco, ragionando di progetti imprenditoriali multimiliardari, che i due governi avrebbero potuto perseguire insieme. I progetti ambiziosi finora trapelati riguarderebbero il rilancio del Nord Stream 1 e 2, l’estrazione congiunta di terre rare nell’Artico e stretta collaborazione in materia energetica.
Il disimpegno statunitense dal Vecchio Continente

Il terzo elemento fondamentale dello schema è il disimpegno statunitense dal Continente europeo; segno inequivocabile dell’individuazione di priorità strategiche come le Americhe, nell’imminenza, e come la Cina, in prospettiva. Soprattutto, segno che l’Europa non è più considerata da tempo un alleato utile.
Per questo, nei passati mesi, Trump ha tagliato ingenti contratti militari con la Danimarca, e ha annunciato di fare lo stesso con i Paesi Baltici. Negli scorsi giorni, invece, il Pentagono ha informato la Romania che circa mille unità Usa saranno richiamate in via definitiva. Lo stesso è stato comunicato, anche se non sono note le tempistiche, ai ministri degli esteri delle vicine Bulgaria, Ungheria e Slovacchia.
Se quanto annunciato dal Pentagono non è (ancora) un ritiro completo dal fronte est, sul piano della percezione, diminuire sostegno e presenza militare in un’area d’Europa così minacciata, è un messaggio chiaro e un piccolo passo in quella direzione.
Il destino di Kiev nelle mani di Washington e Mosca
Unendo tutti i puntini, ci si potrebbe chiedere perché allora la comunanza di vedute tra Casa Bianca e Cremlino non abbia dato dei frutti prima. La risposta più indubbia è che si tratta di processi non immediati. C’è, però, un ulteriore tassello. Se la fine della Guerra in Ucraina è da sempre stata una priorità sia per Trump che per Putin, le tempistiche fra i due confliggono. A Washington c’era fretta. Non è un caso che, nel corso degli scorsi mesi, il segretario di stato Marco Rubio abbia fatto più volte riferimento alle mancate dimostrazioni di Putin di voler fare la pace seriamente.
Né che le lunghe chiamate tra i due presidenti abbiano tediato e spazientito Trump, a tal punto da imporgli di cambiare postura più e più volte. Il capo del Cremlino ha da sempre rifuggito tavoli del negoziato e preso tempo, per evitare una vittoria di Pirro. Soprattutto, nell’attesa di controllare pienamente il Donbass: risultato strategico minimo, posti gli intenti iniziali – capitolazione di Kiev e instaurazione di un governo fantoccio.
Oggi quel giorno è arrivato e, complici le sanzioni statunitensi sul petrolio russo, Putin ha bussato alla porta dei negoziati. Trump ha aperto e accettato. In cambio di un documento che preannuncia l’umiliante resa di Kiev, i silenzi di Putin sul Venezuela e sul Medioriente sembrano un’equa merce di scambio.
Fabio Sinisi
Foto
Anadolu Ajansi, SovietGallery, Shutterstock, ISPI, bne IntelliNews













