Mosca prende tempo per completare la presa del Donbass. Washington, in risposta, sonda l’opzione diplomatica con gli europei. Ma, le questioni in sospeso sono più di prima
Il 30 agosto del 1954 esponenti del PCF (Parti communiste français) e del RPF (Rassemblement du peuple français) votavano contro la ratifica parlamentare per l’istituzione della Ced (Comunità europea di difesa). L’Assemblée nationale scoppiava in fervori e forti applausi di deputati comunisti e gollisti scuotevano i banchi occupati da popolari e socialisti. Su entrambe le ali dell’Assemblèe, la consapevolezza che il processo di Europa Politica, dopo annose trattative, si fosse definitivamente esaurito.
I moniti del passato, il fallimento della Ced e la crisi degli Euro-missili
All’epoca, incisero due ragioni fondamentali. Poco meno di un anno prima, moriva Stalin. La scomparsa del nemico simbolo dell’Occidente e una crescente ondata di pacifismo generarono nell’opinione pubblica francese forti dubbi sulla necessità di ulteriori cessioni di sovranità. Soprattutto, la speranza che, con un nuovo inquilino, a Mosca, qualcosa potesse cambiare. La percezione generale era che il successore di Stalin potesse invertirne la rotta e dialogare con l’Ovest. Perciò, partiti come il PCF e il RPF, fieri rappresentanti di questa lettura, guadagnarono voti e credibilità, iniziando a incarnare una parte sempre più significativa di francesi. Con le chiare conseguenze di cui già si è detto.
Quasi vent’anni più tardi, la durissima crisi diplomatica degli Euro–missili presentava all’Europa il conto. Nel 1977, i sovietici ridispiegavano dei missili a medio raggio SS-20 in maniera tale da poter colpire qualsiasi Capitale d’Europa. Cogliendone il chiaro squilibrio strategico, gli Usa risposero, imponendo agli europei l’installazione di missili di uguale portata sul suolo della Germania dell’ovest.
La Comunità europea si spaccò. La Rft (Repubblica federale tedesca) sostenne la linea di Washington, mentre Parigi e Roma, coerentemente con montanti opinioni pubbliche pacifiste, si opposero. Dalla prospettiva europea, il rischio di escalation con Mosca era consistente, ma non si seppe presentare alcuna alternativa. L’Europa temeva il dispiegamento degli SS-20 sovietici, eppure non disponeva di deterrenza sufficiente né di un esercito o di una posizione comune per poter formulare una decisione differente. Per decenni, la difesa del Vecchio Continente era stata appaltata agli Stati Uniti.
La fine dell’ombrello americano e la convergenza tra Washington e Mosca
Oggi come allora, l’Europa dell’Unione non è in grado di difendersi o esercitare una politica estera comune e indipendente, continuando a usufruire dell’ombrello di difesa americano. I lavori di smantellamento sono iniziati, però. Con l’insediamento della seconda amministrazione Trump, si sta concretizzando quanto le varie presidenze vanno ripetendo all’Europa fin dai tempi di Nixon: gli Usa non hanno risorse infinite e devono ridislocarle verso gli scenari di primario interesse strategico – tra cui, il Vecchio Continente non vi figura da tempo.
Nei mesi precedenti, Trump ha autorizzato l’annullamento di contratti militari con Danimarca e Paesi Baltici e il ridispiegamento definitivo di truppe da alcune Regioni dell’est Europa (Romania, Ungheria e Bulgaria). Queste decisioni vanno in una direzione ben chiara: quella del disimpegno. Non è un caso che, nel documento strategico pubblicato da Trump il 5 dicembre, ci sia spazio per poche parole: Indo–Pacifico, Americhe e Cina. All’Europa, mai citata come Unione, sono stati dedicati poco più che 300 caratteri (tutti per nulla lusinghieri).
Anche la convergenza con la Russia di Putin sul dossier ucraino va letta in questo senso. Il grado di analisi più immediato è il raggiungimento della pace. Segue la volontà delle due super potenze di utilizzarle l’Ucraina del dopoguerra come terra di investimenti e chiave di volta per rilanciare rapporti commerciali e politici. Infine, il riformarsi di un sistema a sfere di influenze per cui, se parte dell’Est Europa spetta a Putin, Mosca non interferisce sulle Americhe o in Medioriente.
Questa comunanza di intenti e interessi tra Washington e Mosca si è via via affinata. Sin dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, inviati e imprenditori russi e statunitensi si sono incontrati, stilando roadmap di investimento multimiliardarie che, come rivelato dal WSJ (Wall Street Journal), mirano a creare collaborazione in più campi – come l’estrazione di terre rare e il settore energetico.
Putin e Trump divergono sulle tempistiche
Se i due presidenti hanno costruito una visione del Mondo così combaciante, è allora lecito domandarsi perché non si sia ancora trovato un accordo per la risoluzione del conflitto in Ucraina. In linea generale, si tratta di processi non immediati, ma, le divergenze sostanziali sono sorte sulle tempistiche. Per Trump, è sempre stato fondamentale ottenere un risultato nel minor tempo possibile. Il presidente Usa intende presentarsi alla storia come un brillante peace–maker. Per Putin, invece, la priorità strategica è la presa militare del Donbass, per cui non sussiste alcuna scadenza temporale. Un tale successo sul campo, infatti, gli permetterebbe di porre sul tavolo delle trattative la cessione della tanto agognata Regione ucraina come una condizione non negoziabile.
Mosca, insomma, sembra prender tempo, finchè non avrà raggiunto il proprio obbiettivo. Con la consapevolezza di avere in Trump un alleato, il quale non si è mai opposto alle proprie rivendicazioni territoriali. Ogni qual volta la corda sta per spezzarsi, però, il presidente Usa reagisce: si considerino le sanzioni inflitte ai giganti del petrolio russo o la ventilata possibilità di mandare missili balistici Tomahawk agli ucraini. Quello che per mesi è andato avanti tra i due presidenti, dunque, è un tira e molla che dura tutt’ora.
Gli ultimi sviluppi delle trattative
Le trattative a quattro attualmente in corso – con gli americani che fanno la spola tra russi ed europei e ucraini – ne sono l’ultima dimostrazione. Secondo le ricostruzioni di Reuters, infatti, dopo la riformulazione europea del piano di Trump, il 2 dicembre, a Mosca, l’inviato speciale americano Wikoff ne avrebbe discusso i dettagli direttamente con Putin. I colloqui, durati più di cinque ore, sarebbero stati improduttivi e avrebbero allontanato le parti dalle due questioni ancora in ballo: i territori e le garanzie di sicurezza ucraine. Putin avrebbe addirittura palesato la necessità di modifiche radicali di alcune bozze presentategli da Witkoff. Le parole di Trump di un giorno successive – «il percorso futuro dei colloqui di pace […] non è chiaro» – ne hanno confermato l’esito.
L’impressione è che, da quel momento in poi, il presidente Usa abbia, sempre più spazientito, seriamente iniziato a valutare di coordinarsi anche con ucraini ed europei. Non è dato sapere quanto il capo del Cremlino abbia perso credibilità agli occhi di Trump, ma il successivo moltiplicarsi di contatti fra Washington, Kiev e Bruxelles ce ne dà quantomeno la percezione. Già il 30 novembre, a Miami, Witkoff avrebbe incontrato il capo della sicurezza nazionale ucraino Rustem Umerov, per affinare quanto discusso a Ginevra qualche settimana prima.
I risultati sarebbero stati oggetto di un’ulteriore revisione da parte dei leader del formato E3 (Londra, Parigi, Berlino) in accordo con Zelensky. E l’11 dicembre la bozza in uscita sarebbe stata consegnata agli emissari statunitensi. Soprattutto, dopo una tesissima chiamata con Merz e Macron, Trump si sarebbe convinto a inviare Witkoff al vertice di Berlino del 15 dicembre, per discutere coordinatamente l’ultima versione del piano.
All’orizzonte un nuovo stallo diplomatico
Ad ogni modo, gli esiti del vertice hanno posto più vicoli ciechi che punti di contatto, ricreando una nuova situazione di stallo. Gli americani sono disposti a offrire solide garanzie di difesa all’Ucraina – tra cui un meccanismo simil articolo 5 Nato e il mantenimento delle truppe ucraine a 800.000 unità – solo in cambio della rinuncia di Kiev all’alleanza atlantica e di forti cessioni territoriali. Tra le bozze filtrate, si parlerebbe di rinuncia totale del Donetsk, gestione congiunta della centrale nucleare di Zaporizhzhya e congelamento della linea del fronte intorno a Kherson. Ma, gli ucraini, pur dicendosi disposti a parlare della maggior parte dei punti, hanno posto la cessione del Donetsk come un’indiscutibile red line.
Per ora, invece, Mosca sembra aver fatto filtrare forti malcontenti in merito alle proposte trapelate da Berlino, pur non avendone avuto visione diretta. In particolar modo, optare per un meccanismo simil articolo 5 Nato, riproporrebbe l’annoso problema, sia pure con una definizione differente. Anche gli europei restano cauti sull’ennesima giravolta della Casa Bianca. La paura che i negoziatori statunitensi stiano “giocando” e che gli Usa possano tradire l’Ucraina è alta.
Fabio Sinisi
Foto
White House, Corriere della Sera, ISPI The Independent













