I destini di Gaza e lo stallo del Piano Trump

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Gaza Trump

Approfondiamo con il veterano Claudio Bertolotti ultimi sviluppi e prospettive sul futuro del processo di pace in Medioriente

La seconda fase del piano statunitense per Gaza è attualmente in una preoccupante fase di stallo. Essa prevedrebbe il dispiegamento a Gaza di due organi transitori: una forza di stabilizzazione, ISF (International Stabilization Force), e un comitato di tecnocrati arabo–palestinesi. Mentre un incarico di più generale coordinamento spetterebbe al Board of Peace, presieduto da Trump e da altri importanti esponenti politici internazionali, tutti ancora da decidere.

Perchè lo stallo?

Le condizioni fondamentali affinché si possa fare un passo oltre sono il disarmo di Hamas e il ritiro sulla seconda linea di dispiegamento delle IDF (Israel Defence Forces) – penultimo step prima del ritiro completo e della creazione di una zona cuscinetto.
Tuttavia, nessuna delle due parti sembra davvero essere intenzionata a soddisfare tali requisiti, almeno non senza precise garanzie.

Il gruppo islamico pretende chiare rassicurazioni sulla cessazione totale di presenti e future operazioni militari da parte israeliana; mentre, per le Idf, il ritiro avverrà solo in caso di disarmo totale delle milizie palestinesi. Restano nodi irrisolti anche rispetto alla fase uno del piano. Hamas non ha ancora restituito l’ultima salma israeliana, mentre Netanyahu non intende autorizzare la riapertura del valico di Rafah e di parte degli aiuti umanitari, finchè la restituzione non sarà avvenuta.

Gli Usa provano a sbloccare la situazione

Si tratta di un effetto domino da cui è difficile trovare uscita. I recenti sforzi diplomatici statunitensi sembrano proprio voler imprimere un’accelerata al processo. Il 16 e il 22 dicembre, rispettivamente a Doha e a Miami, si sono tenuti importanti colloqui fra alti in grado americani e delegazioni dei più di venti Paesi che si son detti disponibili al processo di stabilizzazione e ricostruzione di Gaza. Pare che l’ipotesi più credibile sia quella di dispiegare gli organi transitori esclusivamente nella zona sotto il controllo di Israele. Stabilizzata la prima area, si procederebbe con la seconda (attualmente sotto il controllo di Hamas).

Secondo un report esclusivo del NYT (New York Times), infatti, un primo dispiegamento limitato ad alcune zone di Rafah sarebbe previsto per la prima settimana di gennaio. L’ipotesi sembrerebbe coincidere con “i grandi annunci di fine anno” promessi pubblicamente da Trump. Ciò aiuterebbe a superare un altro punto fino ad ora problematico, vale a dire il rischio di guerriglia tra i contingenti delle Isf e le milizie di Hamas, più volte posto da alcuni Paesi propositori come Pakistan ed Egitto.
Con l’aiuto dell’esperto, Claudio Bertolotti, ricercatore associato Ispi, direttore di Start–Insight e veterano in Kosovo e Afghanistan, proviamo a tracciare ipotesi e prospettive.

Partiamo da Hamas. Da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco, ha riconquistato presa sui gazawi?

«Si, assolutamente. Direi che, pur avendo perso una parte della forza militare e del controllo territoriale, in questo lasso di tempo, Hamas ha riconsolidato capacità di reclutamento e legittimazione presso una fetta significativa della popolazione.
Le faide tra clan (per citarne uno, Abu Shabab) e il regolamento di conti interni servivano a questo: a riaffermare il proprio potere. E questo è un rischio per l’andamento del processo di stabilizzazione dell’area».

Come immagina il futuro di questo gruppo nella Striscia? Poco dopo il vertice di Sharm el-Sheikh, Trump gli ha affidato un “ruolo di polizia temporanea”.

«Procediamo per step. Anzitutto, la scelta di Trump è stata una scelta molto razionale. Nel 2001, poco dopo l’invasione statunitense dell’Afghanistan, si firmavano gli accordi di Bonn: l’intesa mirava ad escludere dal futuro governativo del Paese l’unico attore che fino ad allora lo aveva governato, i talebani. Il gruppo, escluso dalla spartizione del potere, è quello che da poche migliaia di combattenti è arrivato alle circa 150-200 mila unità nell’estate 2021, provocando il collasso della Repubblica Islamica dell’Afghanistan. Gli attori esclusi hanno vinto la guerra».

«Perciò, per quanto possa provocare mal di pancia, la scelta di Trump mira razionalmente a evitare un errore di questo tipo. Quei soggetti, in un modo o nell’altro, continueranno a gestire sacche di potere internamente alla Striscia. Certamente, sotto un altro nome».

Sta parlando di incarichi governativi?

«No. Parliamo di sottogoverno, di funzionari posti nel mezzo tra la futura amministrazione ufficiale e i gazawi. Escluderli e delegittimarli, invece, non farebbe altro che incentivare il rischio di guerra civile, che pure rimane alto viste le lacerazioni del tessuto sociale e le faide tra clan».

Un ulteriore sguardo sul futuro prossimo della Striscia. Pare che gli Stati Uniti stiano spingendo in una direzione a due velocità. Che ne pensa?

«La divisione in due zone? Potrebbe trattarsi di un esperimento interessante. Perché contrapporrebbe due modelli. In una porzione di territorio si riverserebbe un consistente aiuto della comunità internazionale e – idealmente – stabilità politica, tramite gli organi succitati. Ciò attirerebbe anche quella fascia di popolazione più radicale e indebolirebbe la leadership islamica nell’altra zona».

C’è, però, il rischio che lo status quo si consolidi? Pare che Israele, de facto, abbia già creato un’ampia zona cuscinetto, mentre, come da lei ricordato, Hamas non sta di certo con le mani in mano.

«È un’ipotesi sul tavolo, certo. Ma non sono pessimista su questo, guardo con interesse e curiosità».

Il rischio di un’annessione israeliana, invece?

«L’annessione è una realtà remotissima. Due popoli e due Stati è la via più giusta dal punto di vista del diritto, oltre che etico/morale. Politicamente e sostanzialmente, però, la domanda è con quali confini. Se noi non stabiliamo dei confini riconosciuti dalle due parti e dalla comunità internazionale, è inutile parlarne».

Superato l’attuale stallo, l’Anp e Abu Mazen sembrano i principali indiziati per la gestione di un futuro Stato palestinese. Ci sono altre alternative?

Gaza Trump«Qui serve tirar fuori la sfera di cristallo. Anzitutto, di tempo ne passerà tanto prima che si ragioni in questi termini. Per quel che riguarda l’Anp e Abu Mazen, dopo decennali scandali di corruzione, sono ai minimi storici della fiducia. Farebbero di tutto per evitare delle elezioni, perché il rischio è che il naturale processo possa aprire a un’altra leadership politica. A Israele, invece, tutto sommato, non torna scomodo poter far riferimento a un’entità politica così inefficace e impopolare, perchè è un interlocutore che, così, dà alcune garanzie».

C’è allora la possibilità di un nuovo corso elettorale democratico?

«Il tema delle elezioni “democratiche” è inutile porlo. È evidente che in molti Paesi del Medio Oriente sono esclusivamente un esercizio elettorale, che consentono a un gruppo di prendere quel potere e poi bloccare qualunque tipo di espressione democratica.
Non ci sono le condizioni e gli standard per quello che, sottolineo, è un nostro modo di intendere un processo elettorale “giusto e democratico”».

«Inoltre, come dimostra il precedente delle elezioni del 2006, l’esito aprirebbe di certo a un gruppo post Hamas, che non si chiamerebbe così, ma che, più o meno, andrebbe nella stessa direzione. In questi casi, la leadership politica va scelta, non votata».

Per concludere, allargo la prospettiva. Il Piano Blair può essere un banco di prova per gli Accordi di Abramo?

«Certo. Svariati attori regionali e non (tranne la Turchia) sembrano disponibili a dare il proprio contributo, proprio per consolidare un processo di riconoscimento nei confronti di Israele.
Ne ricaverebbero anche importanti affari, visto che di mezzo ci sono la ricostruzione di Gaza e i capitali statunitensi.

Per quel che riguarda gli Accordi in se, sempre più Paesi stanno dimostrando il proprio interesse (come Kazakistan, Arabia Saudita, Somaliland)».

In questa prima parte dell’intervista, il focus è stato volutamente rivolto sulla Striscia di Gaza e sui possibili sviluppi del piano di pace. Con la seconda tranche di domande, si intende invece allargare lo sguardo; al fine di comprendere se e come, dal 7 ottobre in poi, sono mutati gli equilibri di forza nell’intera Regione mediorientale.

 

Fabio Sinisi

Foto ©Med-Or, NYT, Start-Insight, Vatican News

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