L’oro nero di Caracas e la difficile transizione governativa

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Petrolio Caracas Venezuela

Il Venezuela affronta una difficile fase di passaggio di governance, mentre Trump prova a impadronirsi del greggio

La notizia del giorno è senz’altro l’esclusione di María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace, dalla futura governance del Venezuela. Secondo quanto riportato da documenti esclusivi pubblicati dal WSJ (Wall Street Journal), la decisione sarebbe stata presa dalla Casa Bianca sulla base di un report della CIA già prima del raid Usa.

Il sistema Venezuela e i suoi clientes

Nella valutazione dell’intelligence statunitense si fa riferimento a un dato di fatto basilare. Il Venezuela è un Paese in cui il vero potere, con o senza Maduro, continua ad essere detenuto da un ristretto gruppo di alti funzionari.
Il cerchio magico è costituito da Delcy Rodríguez, nuova presidente venezuelana ad interim, Diosdado Cabello, ministero dell’Interno, e Vladimir Padrino López, ministero della Difesa.
In un equilibrio tra pars civilis e pars militaris, ognuno di loro ha sacche di interessi clientelari (spesso illeciti) sparse trasversalmente in ogni angolo del Paese: dalle famiglie del ceto medio-alto e le gang narcotrafficanti fino alle massime autorità civili e militari.

Rodriguez e suo fratello sono il più alto tassello di riferimento delle élite civili venezuelane, mentre Padrino e Cabello esercitano una fortissima influenza su tutto l’apparato militare.
Soprattutto Cabello, nel tempo, è diventato uno degli uomini più apprezzati del regime, guadagnandosi il favore di tutti gli ufficiali piazzati in ruoli chiave, all’interno dei settori dell’estrazione mineraria o petrolifera. In molti lo definiscono come un vero e proprio leader nell’ombra.

Perchè la Machado non è mai stata un’opzione

Per dirla in sintesi, quello venezuelano è un sistema difficile da smantellare. Paracadutare su Caracas una leader come la Machado, avrebbe significato metterle un sistema intero contro e precipitare il Venezuela in guerra civile – dato il  largo sostegno popolare di cui gode. Soprattutto se, a detta della stessa disamina CIA, non possiede quei legami e influenza necessari per governare.
L’impressione, dunque, è che gli Usa si stiano muovendo con cautela, perché il rischio che il Venezuela diventi una nuova Libia è molto alto in ogni caso: senza un sostituto capace e ben radicato nel sistema stesso fazioni militari armate, apparati politici rivali e gruppi criminali sfocerebbero in una lotta senza fine per il controllo interno.

Perciò, la scelta è ricaduta, almeno temporaneamente, su Rodriguez. La stessa valutazione CIA le ha riconosciuto pragmatismo e salde capacità decisionali.
Fin quando è stata vicepresidente, nonostante l’inasprimento delle sanzioni statunitensi e decenni di crisi, è riuscita a stabilizzare l’inflazione venezuelana e ad aumentare la produzione di petrolio del Paese. Soprattutto, in recenti dichiarazioni pubbliche, si è detta disponibile a dialogare con gli Stati Uniti, contraddicendo quanto proclamato alla Nazione nel discorso d’insediamento. Le parole di fuoco utilizzate in quell’occasione lasciano pensare che si sia trattato di retorica e che Rodriguez stia utilizzando due registri: uno per parlare con i venezuelani e uno per dialogare con Trump; con cui, in un modo o nell’altro, sa di dover fare affari sull’oro nero venezuelano.

Evitare una nuova Libia e la crisi petrolifera di Caracas

Il dubbio è su come e quando cominceranno le trattative fra le due parti. E quando, soprattutto, Rodriguez sarà disposta ad aprire il Venezuela agli investimenti petroliferi Usa. Per Trump, le recenti sanzioni contro le petroliere venezuelane rimarranno in vigore fino a che la presidente non acconsentirà. Tutto ciò, però, rischia di creare un effetto indesiderato per gli stessi Stati Uniti.

Due delle principali aziende americane del petrolio, storicamente interessate nell’area, la Exxon e la Conoco, si sono categoricamente rifiutate di avviare investimenti finchè saranno in vigore tali sanzioni. Una linea coerente con stime fra le più attendibili per cui, a causa della paralisi delle esportazioni di petrolio dal Venezuela, il blocco Usa potrebbe causare la chiusura di oltre il 70% della produzione petrolifera del Paese (principale fonte di entrate pubbliche) entro quest’anno.

In più, qualsiasi azienda volesse avviare un piano di investimento, si ritroverebbe ad affrontare problemi di sicurezza, infrastrutture fatiscenti, mancanza di investimenti decennali e una chiara incertezza di stabilità politica – pur possedendo il Venezuela le più grandi riserve petrolifere stimate al Mondo (circa il 17% sull’incidenza totale).
In ogni caso, è improbabile che si assista a un incremento imminente della produzione di greggio. Si tratta di processi lunghi e nessuno intende investire in un Paese al collasso.

Le pressioni di Trump

A Washington, tuttavia, si prova a fare pressione su Exxon e Conoco. L’amministrazione avrebbe in programma di incontrare i dirigenti delle compagnie questa settimana per notificargli che, se vogliono un risarcimento per i beni espropriati dal Venezuela due decenni fa, dovrebbero tornare a investire capitali ingenti nel Paese.
Il riferimento è a una questione di vecchia data. In due ondate, prima negli anni Settanta e poi negli anni Duemila, i Governi succedutisi a Caracas hanno portato a compimento un processo di nazionalizzazione dell’intero settore petrolifero.
La legge venezuelana ne affidava la gestione a un’unica azienda, la PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A), obbligando le aziende straniere a collaborare tramite un sistema di joint venture (partecipate).

Per anni, dopo aver rifiutato tali condizioni, la Conoco e la Exxon hanno cercato senza risultati di essere risarciti delle perdite miliardarie tramite contenziosi legali. Mentre un’altra azienda storicamente coinvolta, la Chevron, ha accettato il compromesso.
Ad oggi, infatti, si tratta dell’unica grande compagnia petrolifera statunitense operativa in Venezuela, nonostante le recenti sanzioni, nonché principale partner joint venture della PDVSA. Tale azienda è stata anche sottoposta a deroga rispetto all’embargo sul petrolio venezuelano posto nel 2019, il quale rendeva illegale per le aziende statunitensi venderlo o esportarlo.

Quest’ultima, in risposta, ha aumentato la pressione su molti dei suoi partner joint venture, tra cui Chevron, affinché riducessero la produzione di greggio. Precedentemente, per mantenere i pozzi in funzione, la PDVSA aveva reindirizzato il greggio in serbatoi di stoccaggio, trasformando le petroliere ferme nei porti in depositi galleggianti. Tuttavia tali navi si sono riempite rapidamente.

Il prezzo del petrolio globale scende vertiginosamente

Petrolio Caracas VenezuelaPer concludere, uno sguardo sul petrolio nello scenario internazionale. A fine anno si è registrato il calo del prezzo del petrolio più ampio dal 2020 (circa il 18%), a causa del fenomeno oversupply: offerta incredibilmente eccedente e debole domanda. Il che rende ancora meno vantaggioso investirci.
Se un attore del petrolio fondamentale come l’OPEC (che produce circa la metà del petrolio mondiale) decide di sospendere gli aumenti della produzione previsti per i primi mesi del 2026, chi convincerà le aziende statunitensi ad andare contro chiare logiche di mercato e investire nella terra di nessuno?

 

Fabio Sinisi

Foto © FIRSTonline, La Stampa, Radio Popolare, Energit

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