L’iter giudiziario pone degli interrogativi più ampi sullo stato di salute delle liberal-democrazie
Per Marie Le Pen, la conquista dell’Eliseo sembra destinata a rimanere una maledizione. Candidatasi alla presidenza della Repubblica francese per tre volte dal 2012, la leader del partito di destra nazionalista RN (Rassemblement National) ne è sempre uscita sconfitta. Nonostante i risultati nettamente schiaccianti al primo turno, il ballottaggio si è storicamente dimostrato uno strumento per far convergere un ampio spettro dell’elettorato a votare “contro” Le Pen e non specificatamente “per” l’attuale presidente Emmanuel Macron. Quello che in gergo tecnico si chiama meccanismo di desistenza.
Anche oggi, il percorso in vista delle presidenziali del 2027 si profila altrettanto tortuoso per via dei guai giudiziari che, da più di un paio d’anni, Le Pen è costretta ad affrontare.
Il processo d’appello e l’ipotesi di reato
Il 13 gennaio si è aperto a Parigi il processo d’appello che, in seguito alla condanna in primo grado e a conferma della tesi della Sezione istruttoria, ha emesso una condanna per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo. Il processo durerà un mese e la prossima udienza è fissata il 12 febbraio. Per il responso dei giudici, invece, bisognerà aspettare l’estate.
La pena per la leader e per altri esponenti del Rn coinvolti prevede 4 anni di reclusione (di cui 2 con condizionale da scontare col braccialetto elettronico e 2 senza condizionale) e, soprattutto, una pena accessoria di ineleggibilità per 5 anni con esecuzione immediata. Più nello specifico, i reati contestati sono “distrazione indebita di fondi pubblici” e “ricettazione di fondi di provenienza delittuosa”. In termini concreti, la tesi del Tribunale stabilisce che undici eurodeputati di Rn avrebbero stipulato più di quaranta contratti fittizi per assistenti parlamentari, i cui fondi avrebbero contribuito a sanare le casse malconce del partito; “distraendo” più di 4.400.000 € dal vero fine dei contratti (la formazione degli euro-assistenti).
Quello che viene definito “sistema” e che prende in considerazione un lasso di tempo compreso fra il 2004 e il 2016 sarebbe stato inizialmente ordito dal padre della Le Pen, Jean-Marie Le Pen. Lei gli sarebbe subentrata specialmente a partire dal 2009.
Le conseguenze di un simile esito giudiziario hanno comportato seri danni sul piano reputazionale e, di fatto, almeno per il momento, hanno escluso Le Pen dalla corsa per l’Élysée, per via dell’esecuzione immediata dell’illeggibilità.
Le conseguenze sull’indice di voto e la dimensione giuridica
Soffermandoci sul piano della reputazione, secondo un recente sondaggio pubblicato da Le Monde, il 56% dei giovani aventi preso parte ritiene che Jordan Bardella, il giovane delfino della leader di Rn, sarebbe un presidente migliore della sua mentore. In generale, il 70% dell’elettorato del Rassemblement lo considera in una posizione di vantaggio. Un simile sondaggio del novembre 2025 conferma l’andamento, stabilendo che Bardella avrebbe il 35/36% dei voti contro il 33% della Le Pen.
È la stessa leader ad aver ammesso che, se l’appello confermasse la condanna, eviterebbe di ricorrere alla Cassazione, perché la sua candidatura sarebbe compromessa de facto; «Bardella può vincere al mio posto» ha dichiarato lapidariamente qualche settimana fa. Specialmente, in un sistema come quello francese, in cui opinione pubblica e istituzioni sono visceralmente legati al tema della corruzione della classe dirigente e per cui l’ipotesi di reato è già di per sé un’onta.
Guardando al piano giuridico, invece, la vicenda si inserisce in un ragionamento più ampio. Negli ultimi anni, in Francia, si è assistito a un graduale inasprimento delle norme anticorruzione, di cui esempio lampante è la Legge Sapin II del 2016. Definita da molti giuristi una vera e propria rivoluzione, si occupa di corruzione nel contesto aziendale e, allo stesso modo, risulta un tassello legislativo perfettamente calzante con l’episodio in esame. Infatti, apporta significative modifiche anche nell’ambito delle pene per depositari dell’autorità pubblica (Le Pen) e loro subordinati (eurodeputati e assistenti parlamentari). In particolar modo, cambia l’articolo 432–17 del Codice penale; che vede, adesso, obbligatoria la sanzione accessoria dell’ineleggibilità per chi ha ricevuto una condanna in primo grado per reati contro la “probità” (tra cui i reati sopracitati).
Il (quasi) divorzio di democrazia e Stato di diritto
Non si può fare a meno di notare che tale irrigidimento fu sostenuto e votato dal Rn e Marine Le Pen stessa (che addirittura avrebbe voluto un’interdizione non temporanea, ma a vita); e che, oggi, invece, contesta ardentemente la sentenza, parlando di «bomba nucleare del sistema» e di «processo politico». Tuttavia, quel che ha destato scalpore generale e non pochi dubbi da parte di giuristi bi–partisan di tutta Europa è la scelta di esecuzione provvisoria immediata (exécution provisoire): la pena accessoria subentra subito dopo la prima condanna, indipendentemente dal verdetto della Cassazione.
Come sottolineava Antonio Polito sul Corriere della Sera lo scorso aprile 2025, si tratta di un modus operandi che difficilmente tiene «insieme lo stato di diritto e la credibilità del processo elettorale». «Togliere di mezzo la candidata favorita nella corsa presidenziale, leader dell’opposizione, non tanto con la condanna, ma con la decisione discrezionale di far scattare subito l’ineleggibilità […], solleva dubbi sulla loro indipendenza. Che siano dubbi fondati oppure no, conta fino a un certo punto: l’importante è l’effetto che hanno nella contesa democratica». In tal senso, dunque, è sempre più difficile non parlare di «divorzio tra democrazia e Stato di diritto».
Il caso di Le Pen non è isolato
A conclusione, viene citato anche l’esclusione di Călin Georgescu dalle passate presidenziali in Romania. Pur trattandosi di una vicenda dalla portata più ampia (sospetta intromissione di un agente straniero), l’esito è stato lo stesso. Un mese più tardi, si sarebbe verificato qualcosa di molto simile a Berlino, con la messa al bando dell’Afd (Alternative für Deutschland, ad oggi primo partito in Germania), in base a dei report dell’intelligence tedesca secretati (e in quanto tali non accessibili o verificabili pubblicamente).
Il trait d’union è la presenza di una sentenza giuridica o governativa, in ogni caso esterna, che, sia pure indirettamente, influenza il naturale corso elettorale. La domanda è se ciò possa essere ritenuto accettabile per sistemi che si raccontano come delle salde liberal–democrazie.
Fabio Sinisi
Foto
PBS, ACI Stampa, Euronews, Master MAGEF













