Mentre Usa e Israele si preparano a un imminente attacco, l’Iran organizza una terribile ritorsione e la difesa di siti nucleari segreti. Sullo sfondo, il fallimento dei colloqui di Ginevra
Alla Casa Bianca, nella Situation Room, massimi esponenti del Pentagono informavano il presidente statunitense che quasi tutti i tasselli per un’eventuale offensiva contro l’Iran sarebbero stati inseriti entro sabato. Con l’arrivo nell’area della più grande portaerei Usa, la Gerald Ford, tutto sarebbe dipeso (e dipenderà) dalla Casa Bianca: da quando e qualora Trump vorrà premere il bottone rosso.
Alle porte del conflitto e il flop dei colloqui di Ginevra
Se ci ritroviamo sull’orlo di un nuova, stavolta definitiva, guerra tra Washington, Tel Aviv e Teheran, ciò non deve sorprendere. I recenti colloqui di Ginevra hanno tutta l’aria di essere stati utilizzati come diversivo da israeliani e americani per accumulare risorse in Medioriente, ultimando l’invecible armada statunitense. Due le ragioni fondamentali.
La prima è che i negoziati sono e rimarranno ragionevolmente fermi allo stesso punto di partenza di quest’estate. Gli americani chiedono arricchimento zero e, su pressioni dirette di Netanyahu, limitazioni alle disponibilità missilistiche iraniane e taglio dei finanziamenti ai proxy (Hamas, Houthi e Hezbollah).
D’altro canto, Teheran, pur dando per non ricevibili le proposte Usa , ha offerto collaborazione su più dossier: sul fronte del nucleare, gli iraniani sarebbero disposti a diluire le scorte di uranio sopravvissute alla Guerra del 12 giorni, a spostarle in Russia e a dare seguito a una proposta sorta nel maggio 2025, la realizzazione di join venture con EAU e Arabia Saudita, sotto la supervisione Usa, per la produzione di energia nucleare civile; più in generale, sarebbero sorte allettanti ipotesi di progetti congiunti in ambiti energetico (gas e petrolio) e minerario.
Come si può ben notare, al netto dell’interesse di Trump per il petrolio iraniano, si tratta di posizioni inconciliabili in partenza. Alcuni degli stessi funzionari Usa, interpellati, si sono dimostrati estremamente scettici sulla riuscita dei colloqui ginevrini, parlando di un’intesa a stento formale. Anche il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Aragchi, non si è certo sbilanciato in dichiarazioni festanti, lasciando intendere che si fosse raggiunto un accordo su una “serie di principi guida”: vale a dire, su meno che nulla.
Il piano segreto di Washington e Tel Aviv
La seconda ragione è che Usa e Israele avevano già deciso da tempo il destino di Teheran, ma, per via di un’evidente cortocircuito tra apparati delle due parti, le cose si sono evolute diversamente. A metà gennaio, a seguito delle proteste di piazza in Iran, Trump si esponeva pubblicamente promettendo aiuto al popolo iraniano. Soprattutto, ordinava il dispiegamento di risorse militari nella Regione e, sottotraccia, i preparativi per un attacco imminente.
Le pressioni di funzionari interni all’amministrazione, di Paesi arabi alleati (Qatar, Bahrein, Kuwait e Iraq) e molteplici contatti con il premier israeliano hanno persuaso il presidente a non intervenire nell’immediato. Nessuno era pronto, tutte le basi nell’area erano sguarnite o quantomeno non coerentemente allestite con sistemi di difesa per sostenere eventuali ritorsioni iraniane.
Il report militare del Pentagono in apertura, perciò, fa riferimento a un ridispiegamento via via completatosi nell’ultimo mese che mirava a risolvere proprio tale carenza. Ad oggi, si ha a che fare col più massiccio spostamento di forze in Medioriente degli ultimi trent’anni: tra cui, le due più grandi portaerei Usa (la Lincoln e la Gerald R. Ford), sistemi antimissile Thaad e Patriot in tutte le basi mediorientali alleate, oltre cinquanta F35 e bombardieri B2.
Il vero obbiettivo di Trump e le similitudini con il Venezuela
Se la certezza, in barba alla lezione irachena, è che si andrà allo scontro, per comprendere i reali obbiettivi strategici statunitensi e israeliani, appare invece necessario andare oltre le roboanti retoriche dei due leader.
Sia Trump che Netanyahu hanno spesso parlato pubblicamente di regime change, di impartire un colpo secco e definitivo al “malvagio regime degli Ayatollah”, eppure è difficile immaginare che ignorino la solidità del sistema iraniano. Eliminare Khamenei (o, cosa più probabile, vederlo raggiungere il Cremlino tramite un volo di stato segreto/contrattato) non significa aver sconfitto l’impero del male iraniano. Ma aver consegnato anche sul piano formale il potere (già) in mano a Pasdaran e in minor parte all’Artesh – comparti a capo dell’esercito.
Si tratta di una condizione calcolata, a patto che l’Iran ne esca notevolmente indebolito (a tal punto da non rappresentare più una minaccia per Tel Aviv) e che, ammansito come Caracas, ceda a convertire i flussi petroliferi in uscita dalla Cina (esportatrice all’80% del greggio iraniano) verso gli Usa. Ecco perché per Tel Aviv e Washington è fondamentale attaccare.
La partita iraniana, come la si legga, è allora molto simile a quella venezuelana, con una differenza: ci vorrà più di un’operazione simil Maduro per ottenere suddetti risultati. Non solo l’Iran non è debole come il Venezuela (i cui sistemi di difesa hanno dato prova di esistere a stento), ma la decisione di Trump di rinviare i minacciati attacchi per mancanza di consapevolezza militare-strategica, potrebbe aver consentito all’Iran di prepararsi meglio a dure ritorsioni.
I rischi Usa
In questi mesi, il regime ha rimesso in moto la macchina di produzione balistica, potenziandone infrastrutture ed efficienza. Teheran possiede circa 3.000 missili balistici a medio/corto raggio in grado di raggiungere Israele e le basi statunitensi nel Golfo e ingenti scorte di missili da crociera antinave e droni in grado di minacciare le navi statunitense. Non passi inosservato anche il fatto che la Guerra dei 12 giorni è stata per Teheran una, sia pure amara, lezione di risiko. Perché ha affinato tattiche d’approccio, diversificando punti di partenza dei missili e obbiettivi e rendendo così più complesso sia abbattere tutti gli asset che difendersene.
È allora fondamentale che, semmai Trump vorrà premere il bottone rosso, lo dovrà fare con convinzione, utilizzando ogni singolo missile/unità a disposizione: più fonti interne all’amministrazione hanno riferito che si tratterà di una campagna molto più ampia di quella tenuta in giugno. Gli stessi iraniani ne sono consapevoli, sanno con chi parlano. Per tal ragione, hanno posto sul tavolo delle trattative, con i due inviati Usa che al meglio incarnano la linea affaristica del always make a deal, Kushner e Witkoff, lauti progetti congiunti minerari e petroliferi (pur non sufficienti per convincerli).
Nella stessa direzione, vanno le minacce di ritorsioni senza precedenti. Non che i Pasdaran abbiano qualche chance nel vincere l’inarrestabile armata a stelle e strisce; eppure Washington non ne uscirebbe indenne. Parecchi soldati, come anche civili qatarioti, kuwaitiani, bahreiniti e iracheni potrebbero rimetterci la vita – Paesi definiti dai vertici iraniani obbiettivi legittimi qualora fornissero sostegno tramite basi aeree. E il costo si riverserebbe sulla stabilità della politica interna: sempre più repubblicani, appartenenti alla linea MAGA non interventista, mal sopportano la deriva neocon del presidente. E con loro, parte dell’elettorato.
I progetti top secret di Teheran
Ad ogni modo, l’interesse per le risorse di Teheran e per sua la produzione balistica potrebbe star sviando da un’incognita, forse la più importante. In che stato versa la capacità nucleare iraniana e dove sono finite le scorte di uranio altamente arricchito (circa 400 kg) sopravvissute a giugno 2025 – a confermarlo lo stesso capo dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) Rafael Grossi. Sul primo punto, più analisi satellitari dell’Isis (Istituto per la scienza e la sicurezza internazionale) intercorse negli ultimi mesi e aggiornate fino a scorsa settimana testimoniano dati più che allarmanti.
Sarebbe stato individuato un secondo sito sotterraneo segreto dal nome Taleghan 2, oltre a quello scoperto in ottobre (Pickaxe Mountain). L’ipotesi dell’Istituto è che, per conformazione e profondità, in entrambi i casi, si tratti di strutture atte a ospitare la fabbricazione di armi atomiche. Non si ha contezza dello stato del processo, ma pochi sono i dubbi sulla funzione che potrebbero svolgere – tali siti non furono bombardati nel giugno 2025.
Non solo. Due dei siti di arricchimento più importanti colpiti in giugno sarebbero stati coperti con cemento e interamente interrati gli ingressi dei tunnel. Secondo gli scienziati, nonostante difficilmente possano essere operativi dopo i raid Usa, gli iraniani starebbero cercando di recuperarne “qualcosa” senza essere osservati o raggiunti da missili o forze speciali via terra. Ciò sembra valere soprattutto per Isfahan, dove si ipotizza sia immagazzinata la quasi totalità dell’uranio arricchito sopravvissuto.
In Iran, si gioca una lenta partita a scacchi, mentre il tempo scorre e rischia di scadere. Dieci giorni per formulare una bozza di accordo è l’ultimatum di Trump a Teheran. Chissà che la cartuccia non salti prima.
Fabio Sinisi
Foto © Alhurra,com, Euronews. com, Repubblica, Osservatore Romano, Axios













