I dazi Usa creati come merce di scambio e minaccia

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Dazi Usa, conflitti di interesse e affari globali di Trump: come le sue mosse tra immobili e crypto possono pesare sull’economia e sulla politica europea

Il primo problema che si affronta quando si prova a capire che logica ci sia dietro ai dazi statunitensi è l’ingarbugliato e mutevole sistema che governa la loro emissione e applicazione. Ci sono voluti tre mesi alla Corte Suprema per deliberare che il presidente Usa non poteva emettere i dazi usando l’International Emergency Powers Act senza il parere favorevole del Congresso. Una decisione che comunque non ha fermato il Trump, il quale si è subito avvalso della possibilità che il capo di Stato ha di decidere liberamente e in autonomia dei dazi verso altri Paesi laddove lo sbilancio delle importazioni raggiunga un certo parametro.

E così ha subito fissato nuovi dazi globali, prima al 10% per poi passare, in meno di 24 ore, al 15% (il massimo che la legge che sta utilizzando gli consente) con effetto operativo dalla mezzanotte di martedì 24 febbraio. Cosa legalmente fattibile ma che ha un limite di 150 giorni. Solamente con questi elementi è facile capire che se a una corte ben titolata per comprendere la materia e per deliberare al riguardo sono stati necessari tre mesi, un comune mortale europeo potrà al massimo essere un osservatore con la possibilità di comprensione pari a chi per la prima volta guarda una partita del mondiale di cricket.

Usare la propria posizione governativa per interessi personali

Ma davvero ci interessa sapere o capire in base a quali poteri costituzionali, leggi e codici un presidente degli Stati Uniti può agire in materia di dazi per provare a intuire cosa sta succedendo e quali conseguenze i dazi porteranno soprattutto per gli europei? Sicuramente no, sarebbe molto più utile domandarsi, e cercare di capire, quali sono i meccanismi in base ai quali Donald Trump decide chi colpire con i dazi, chi graziare e con chi fare dei “beautiful deal”, ovvero “accordi bellissimi”, come li definisce il presidente attingendo al tristemente scarso e noto vocabolario di cui dispone.

Cominciano ad esserci timide indagini in corso negli Usa per determinare eventuali interessi privati alimentati grazie alla sua posizione. La costituzione americana prevede una clausola sugli emolumenti che vieta ai funzionari federali di ricevere benefici da Governi stranieri senza l’autorizzazione del Congresso, presidente incluso ovviamente. Però sembra che questo articolo, così come nessun altro articolo, preoccupi Donald Trump e che soprattutto ciò non preoccupi i Governi di altri Paesi che si sono dimostrati molto generosi con il presidente.

Occasioni da prendere al volo

Un Boeing 747-8 di 76 metri del valore di circa 400 milioni è donato dal Governo del Qatar e accettato tramite la US Air Force, ma il “dono” prevede una piccola clausola: il velivolo diventerà di proprietà di Donald Trump a fine mandato (2028).

Considerando che la stima di costo per renderlo utilizzabile come un Air Force One (l’aereo sicuro su cui viaggia il presidente Usa) supera il miliardo di dollari, questo sembrerebbe proprio un bel regalo, e per di più i contribuenti americani ne pagherebbero una buona parte.

Il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, ha dichiarato: «è corruzione flagrante e un rischio evidente per la sicurezza nazionale», e ha proseguito dicendo che «Trump ha dimostrato più volte di essere disposto a vendere la presidenza se può trarne un vantaggio personale».

Contemporaneamente in Qatar nasce un accordo tra Qatari Diar (prestigiosa società di investimenti immobiliari), Dar Group (sviluppatore immobiliare) e la Trump Organization, che ha portato alla progettazione e costruzione di un Trump International Golf Club del valore di centinaia di milioni di dollari. In Vietnam, le autorità della Provincia di Hung Yen, hanno approvato un progetto da 1,5 miliardi di dollari su quasi mille ettari, con campi da golf, aree residenziali e strutture turistiche. L’iniziativa è stata sviluppata con la collaborazione della Kinh Bac City Holding Corporation. La KBC, fondata nel 2002, ha sviluppato oltre 25 parchi industriali e centri residenziali. Contemporaneamente Trump annunciava un Beautiful Deal che portava i dazi al Vietnam dal minacciato 46% al 20%.

Uno schema ben studiato per raccogliere benefici e i profitti

E gli esempi possono proseguire con innumerevoli altre iniziative, come in Oman dove il progetto AIDA, promosso con Dar Global e Omran Group, prevede un hotel di lusso e un campo da golf per un valore di circa 500 milioni di dollari.

A queste operazioni immobiliari si affiancano le attività nel mondo digitale. Tra le operazioni più rilevanti c’è World Liberty Financial, società notoriamente collegata ai figli di Donald Trump, tra cui Eric Trump e Donald Trump Jr. e che vede il coinvolgimento di Zach Witkoff, imprenditore esperto di criptovalute. Secondo inchieste del Wall Street Journal e del Financial Times un veicolo legato allo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan degli Emirati Arabi Uniti, che ha investito circa 500 milioni di dollari per acquisire il 49% della società.

Accanto a queste iniziative, Eric Trump e Donald Trump Jr. hanno lanciato American Bitcoin Corp (ABTC), società di mining quotata nel settembre 2025. Chi raccoglie tutte queste attività è la Trump Organization, che pur non vedendo direttamente coinvolto papà Donald lascia poco spazio al dubbio di chi la stia governando. Del resto è nota la mania di Trump di mettere il proprio nome su tutto ciò che tocca (vedi articolo Atzaragofobia).

Secondo Reuters la Trump Organization ha registrato introiti per oltre 800 milioni di dollari nel primo trimestre del 2025, mentre nel 2024 (dove Donald non era presidente) solo 51 milioni. Una crescita difficilmente non collegabile al ruolo di presidente Usa di Mr. Trump e che sempre secondo Reuters raggiunge 1,4 miliardi di dollari sommando tutte le attività all’estero, cifra che indica una concentrazione di interessi che coinvolge Governi stranieri, mercati finanziari e grandi gruppi mediatici.

Una partita dove l’Europa ha bisogno di un salvatore

Per capire come i dazi americani potrebbero influenzare l’Europa si potrebbe provare a guardare le statistiche di import export citate da Trump, che i vari Paesi hanno con gli Usa e provare a interpretare la percentuale di dazi che gli stessi potrebbero applicare, per provare a ricalibrare la bilancia. Ma come diceva il primo ministro britannico Benjamin Disraeli, ci sono tre tipi di bugie al Mondo, quelle piccole, quelle grandi e le statistiche.

Sappiamo bene come i numeri sciorinati da Trump siano spesso pura invenzione, quindi ritorna l’unico metro valido di interpretazione ovvero: cosa ha l’Europa da offrire al tycoon? Oppure: quali le armi per contrastare il suo pantagruelico appetito? Questo è quindi un gioco che si fa sui tavoli politici, economici, militari e finanziari.

Certamente se l’Europa non trova una linea comune solida e sostenibile non si potrà fare altro che limitare i danni fino a quando il presidente non sarà più tale e molto probabilmente questo accadrà per l’intervento di forze interne agli Stati Uniti dove il consenso di Donald Trump sta calando e dove la paura di finire sotto un dittatore sta crescendo anche tra le sue stesse file. Dicono che la storia si ripete, saranno quindi gli Usa a salvare ancora la vecchia Europa? Certo esiste sempre la possibilità di un “fine mandato” per termine di cause naturali, ma oltre ad essere un pensiero immorale e non etico, bisogna considerare che se si parla di Donald Trump, molto probabilmente Dio non lo vuole ancora e il Diavolo non ha ancora finito.

 

Adamo De Palma

Foto © Teleborsa.it, comunicazioneitaliana.it, wsfb.com, usi.it.

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