L’incertezza del futuro. Un Paese che ha poco da offrire: un problema di cui si parla da anni che, però, resta irrisolto
Ventunesimo secolo, 2026, si grida al progresso e, nell’andare avanti, siamo sempre più certi che le nostre vite possano migliorare grazie all’innovazioni tecnologiche; la realtà, invece, è che quello in cui viviamo è un Mondo distorto e malato, e quella che siamo non è altro che una società incapace di prendersi le responsabilità delle proprie azioni. Naturalmente, poiché è sempre più conveniente attribuirsi i meriti dei “progressi” piuttosto che le colpe dei fallimenti, e proprio per questo la nostra specie invece di evolversi sta regredendo.
La nostra è davvero una società che si può considerare in sviluppo?
Sono innumerevoli i dati che potrebbero farci incappare nella convinzione che effettivamente il genere umano stia andando avanti, e affinché ciò sia vero ci si sta
impegnando con ogni mezzo necessario senza considerare reazioni o conseguenze. Ad ogni modo, nonostante i grandi sforzi, quello che viviamo e al quale contribuiamo è tutto fuorché progresso. Siamo convinti che la nostra vita sia limitata al lavoro mentre aduliamo persone che posseggono una ricchezza smisurata e, spesso, non bilanciata alle prestazioni lavorative che offrono, noi la chiamiamo disparità salariale o disuguaglianza nella distribuzione dei redditi tra individui o gruppi sociali. Insomma, siamo stati così bravi a coniare espressioni e parole che descrivessero questa condizione estenuante che viviamo, ma non siamo in grado di accorgerci come assecondiamo il sistema che ne è responsabile.
L’uomo è “pronto”, ma il futuro c’é?
Esaminando, ad esempio, la gioventù, è facile darle addosso lamentandosi di come sia “scansafatiche” e “fannullona” solamente perché non ha intenzione di accontentarsi e vivere una vita schiavi di un apparato che non li rappresenta, non gli offre possibilità di crescita e non li protegge. In molti definiscono la tendenza delle nuove generazioni di frequentare l’università – per conseguire minimo un titolo universitario e di proseguire seguendo corsi come master o specializzazioni – una scusa per ritardare il loro ingresso nel mondo del lavoro e, dunque, per evitare i loro doveri nei confronti della società. Affinché questa convinzione sia effettivamente vera, dovremmo vivere in un mondo bianco e nero e purtroppo, o per fortuna, non è così. Infatti, questo trend è la manifestazione della disperazione che i ragazzi provano perché sono perfettamente consapevoli che in Italia, e purtroppo sempre più in tutto il Mondo, non c’è futuro.
Sicuramente, in aggiunta, non tranquillizza accorgersi quanto gli adulti e anche gli anziani siano restii a fare spazio alle new entry. Più ci guardiamo intorno, più è lampante come ci sia una vera e propria avversione a fare spazio al “nuovo”, i motivi possono e sono i più vari: avidità, egocentrismo, nepotismo, paura e tanto altro.
Cosa si aspettano i giovani e cosa, al contrario, aspetta loro
Basandosi su quelli che sono i dati ad oggi, un giovane deve sperare che una laurea gli basti anche solo per essere assunto con un contratto a 48 ore settimanali con un salario che si aggira intorno ai mille e duecento euro, soldi con i quali ad oggi non si può fare nulla. Ebbene si, poiché questa nuova attività favorita dai politici di andare a fare guerre in giro come se stessero giocando a battaglia navale, genera povertà. Di conseguenza, i beni primari costano troppo, gli affitti o i prezzi di vendita delle case sono inaccessibili insieme a tutti i servizi basici. Un’inflazione così fuori controllo e la qualità di vita sempre più bassa creano una combinazione fatale per l’economia e per la crescita del Paese.
Al liceo si studia la seconda rivoluzione industriale, ricordando come i lavoratori del tempo fossero delle api operaie che lavoravano dodici ore al giorno, senza riposi settimanali, malattie riconosciute o un salario minimo dignitoso. La vita era il lavoro e il lavoro era la vita. Dunque, ora ci si aspetta che dei ragazzi che hanno studiato quella realtà, la accettino. Ad oggi si è convinti che possedere una casa di proprietà, dei diritti base e avere la possibilità di fare dei viaggi, ci contraddistinguano dalla società di fine XIX e inizio XX secolo anche se siamo schiavi dello stesso sistema che, però, si è evoluto e che ha appreso come mascherare i suoi fini.
Via dall’Italia
In Italia, ci si lamenta della risaputa “fuga dei cervelli”, ma cosa offre effettivamente questo Paese ai giovani che oltre ad avere titoli universitari, hanno anche dei sogni, degli
obiettivi e delle necessità. Per quanto si possa amare la propria patria, è normale accettare posizioni lavorative estere più convenienti a livello economico e che offrono più possibilità di fare carriera. In Italia esiste la carriera del mai nel giorno del poi, dove i costi sono altissimi e i vantaggi pressoché inesistenti, da una parte le imprese italiane non riescono a concorrere con i contratti che molte aziende straniere riescono a proporre, dall’altra non ne hanno bisogno perché la disperazione è tale che anche i peggior impieghi vengono occupati.
La maggior parte dei giovani dice “basta!” e rifiuta di farsi sfruttare poiché, anche grazie all’avvento dei social media, ha avuto modo di realizzare che la vita è molto altro e, siccome tutti abbiamo una data di scadenza è giusto vivere in modo sano tutto ciò che il Mondo ha da offrirci. Guardarsi intorno consente ai ragazzi di sperare, di non rimaner incastrati negli schemi ma, al contrario, di romperli. L’Italia potrebbe offrire tanto, è necessario, tuttavia, valorizzarlo e valorizzarci; non dobbiamo stare seduti a guardare i nostri talenti emigrare in cerca di una vita migliore e rammaricarci del fatto che se ne siano andati, lavoriamo per creare una realtà dove chiunque possa utilizzare al meglio le proprie potenzialità per la grandezza del Paese.
Germana Sofia Ramirez Arostica
Foto © AI, Geobadge, Paese Italia press,













