Il Vaccino per il cancro è solo all’inizio

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La notizia del vaccino oncologico contro il melanoma apre a una speranza per la soluzione a uno dei mali peggiori, il cancro

Il recente dato clinico secondo cui un vaccino a base mRNA unito a un immunoterapico (che risveglia e potenzia il sistema immunitario) riducono di circa il 49% il rischio relativo di recidiva del melanoma (un aggressivo tipo di cancro alla pelle), ha suscitato grande scalpore. Apparentemente potrebbe sembrare una conquista parziale per chi, non avendo un background medico, vede un successo su un singolo tipo di tumore (il melanoma), di cui si previene la “sola” recidiva dopo l’asportazione chirurgica.

Agli occhi dei non addetti ai lavori questo dato potrebbe non coincidere con il concetto ideale di un’azione di guarigione “totale” vera e propria ma in realtà, facendo un esempio semplice, è come aver trovato la chiave che apre la porta alla caverna del tesoro di Ali Babà. Un oggetto piccolo, all’apparenza insignificante e privo di un valore intrinseco immediato che si svela invece avere un’importanza immensa per il futuro dell’intera oncologia.

Nasce ben prima del Covid che lo rese popolare

I vaccini a mRNA sono balzati alle cronache durante il periodo della pandemia, scatenando tra l’altro non pochi dibattiti e polemiche. Pochi sapevano a quel tempo che  si tratta di un tipo di farmaco che usa molecole di acido ribonucleico (RNA) messaggero (m) per dare alle cellule del corpo le “istruzioni temporanee” per produrre una specifica proteina, come una proteina virale o un antigene tumorale. Grazie a questo codice genetico trasportato dal vaccino, le nostre cellule leggono l’informazione e generano una proteina che viene riconosciuta come estranea dal sistema immunitario, che attiva immediatamente gli anticorpi e le difese mirate per combatterla. In questo modo si può quindi “insegnare” al nostro organismo a riconoscere, tramite questa proteina, i componenti di un virus o le cellule di un tumore mai incontrati prima, evitando però di esporlo al patogeno reale, al virus vero e proprio o a cellule tumorali integre, insomma.

Le cellule maligne ingannano il nostro sistema immunitario

Questa tecnologia era allo studio già da parecchi anni quando il Covid-19 si presentò sul palcoscenico mondiale, proprio perché era nata all’interno della ricerca per le cure contro il cancro. Infatti, il problema principale nei tumori è che il nostro sistema immunitario spesso non riesce a neutralizzare le cellule tumorali perché queste imparano a camuffarsi o a bloccarne l’attacco e, non venendo riconosciute come “nemici” da abbattere, sono quindi libere di proliferare.

Grazie allo sviluppo di questo approccio rivoluzionario, la ricerca ha aperto una nuova strada; invece di affidarsi unicamente a farmaci o agenti esterni per aggredire il tumore dal corpo, si è pensato di “insegnare” al nostro stesso organismo a riconoscerlo e a combatterlo dall’interno. Si tratta di una strategia che non solo sta dando risultati sorprendenti, ma che in futuro potrà ridurre drasticamente la dipendenza da terapie tradizionali dagli effetti collaterali molto pesanti, come la chemioterapia e la radioterapia.

Un altro aspetto importante è che questo sistema stimola la memoria immunitaria e una volta che il nostro sistema immunitario ha imparato a riconoscere un nemico, lo ricorda e i linfociti resteranno vigilanti contro quelle date cellule maligne. Questo riduce drasticamente i casi di recidiva, impedendo che il tumore, anche se inizialmente rimosso, possa ancora ripresentarsi a distanza di anni, spesso in forme ancora più aggressive.

L’eterogeneità del cancro e la sfida del “proiettile universale”

Il cancro si presenta nel nostro organismo sotto varie forme e tipologie, ognuna ha una specifica struttura molecolare e caratteristiche uniche che la rendono diversa dalle altre. Spesso si raggruppa tutto sotto la definizione generica di “cancro”, ma in realtà ci si trova davanti a cause, comportamenti, sviluppi, tempi e aggressività estremamente diverse a seconda del caso. Un tumore al seno è molto diverso da uno ai polmoni, così come è diverso da quello al pancreas o al colon e questo per citare solo i più noti. Di conseguenza saranno diverse anche le terapie, le opzioni di intervento chirurgico e i protocolli e le possibilità di cura pre o post-operatoria.

A questo si aggiunge un gran numero di ulteriori variabili legate al paziente, come età, stato di salute generale, genetica e stile di vita, inoltre lo stesso tipo di tumore può presentare diversi stadi e può essere più o meno aggressivo in base alla biologia della malattia e al soggetto colpito. Trovare quindi una cura che funzioni in modo universale diventa come cercare un un singolo proiettile (il magic bullet) capace di perforare qualunque materiale e, soprattutto, senza provocare danni collaterali. Una strada decisamente in salita.

La svolta per la terapia su misura

Oggi, i ricercatori hanno sviluppato il nuovo vaccino a mRNA su misura per ciascun individuo, ogni paziente riceve un farmaco il cui concetto biologico è identico, ma la cui formulazione è unica, personalizzata sulla base delle specifiche mutazioni del tumore, sì da massimizzare l’interazione con il sistema immunitario e ridurre al minimo i possibili effetti collaterali. La massima efficacia si ottiene quindi proprio partendo dalle caratteristiche genetiche della malattia del paziente, che riceve una cura estremamente mirata.

Questa tecnologia ha trovato la sua prima applicazione concreta nel trattamento del melanoma, il tumore maligno che si sviluppa dai melanociti, le cellule della pelle responsabili della produzione di melanina. È fondamentale specificare che il vaccino non riguarda la malattia metastatica, dove l’immunoterapia standard ha già modificato radicalmente la prognosi. Lo studio clinico si focalizza sul contesto adiuvante, ovvero si rivolge ai pazienti già sottoposti alla rimozione chirurgica del tumore, cioè privi di malattia visibile ma ad alto rischio di recidiva. Qui il vaccino non “cura” una malattia in corso ma “istruisce” la difesa immunitaria addestrando i linfociti a rimanere vigili nel tempo contro quelle specifiche cellule maligne. Ciò permette di abbattere drasticamente il rischio di recidiva, agendo in combinazione con l’uso di un farmaco immunoterapico, il pembrolizumab.

I dati clinici e la forza dei numeri

I ricercatori hanno condotto il primo studio su 157 pazienti operati e i dati hanno mostrato un’assenza di recidiva o di morte del 78,6 % dopo 18 mesi se trattati con la combinazione di vaccino più pembrolizumab. Precedentemente, trattati solo con pembrolizumab, la percentuale scendeva al 62,2%. Il follow-up a cinque anni, presentato al congresso Asco 2026, ha confermato la solidità di questa tendenza registrando una riduzione del 49% del rischio di recidiva o morte e del 59% metastasi. Numeri straordinari ma su un campione piccolo, sufficienti a giustificare il passaggio alla Fase 3 ma non ancora a cambiare la pratica clinica.

Lo studio condotto recentemente, che ha così entusiasmato la comunità scientifica e non solo, presenta invece dati su scala molto più ampia. I ricercatori hanno diviso in due gruppi 1.137 pazienti con melanoma cutaneo in stadio IIB-IV resecato, che non avevano mai ricevuto una terapia sistemica. Al primo gruppo è stata somministrata la combinazione di vaccino più pembrolizumab mentre all’altro il pembrolizumab più un placebo, secondo la medotologia del doppio cieco per cui né il paziente né il medico sapevano chi riceveva il vaccino terapeutico reale. È il primo studio di Fase 3 a confermare, su questi numeri, un vantaggio clinicamente rilevante rispetto al solo pembrolizumab, ad oggi lo standard di cura.

Non siamo ovviamente arrivati alla famosa cura universale contro il cancro che si sta inseguendo da decenni, ma la strada è finalmente aperta. Oggi si muore ancora di tumore ma possiamo finalmente dire che la speranza sarà davvero l’ultima a morire.

 

Adamo De Palma

Foto © doctor33.it, aimatmelanoma.org, paho.org, focus

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