Trump e le Falkland: tensione tra Usa e Regno Unito

0
115
Trump Folkland

Il presidente apre a un possibile cambio di linea sulle Malvinas, rafforzando le preoccupazioni di Londra e l’asse con Milei

Donald Trump lascia aperta la porta a un possibile ripensamento della posizione degli Stati Uniti sulla sovranità delle Isole Falkland, riaccendendo una disputa storica che potrebbe avere conseguenze anche sui rapporti tra Washington e Londra. Una eventuale revisione dell’atteggiamento americano sull’arcipelago dell’Atlantico meridionale, rivendicato dall’Argentina con il nome di Malvinas, rappresenterebbe infatti un passaggio particolarmente delicato per il Regno Unito.

«Rivedo sempre ogni posizionequesta è solo una delle tante», ha dichiarato il presidente statunitense ai giornalisti alla Casa Bianca, rispondendo a una domanda sulla possibilità che la sua amministrazione stia valutando un cambiamento nella politica americana nei confronti delle isole. Le parole di Trump, riportate dal Guardian, costituiscono finora il segnale più esplicito della disponibilità di Washington a rimettere in discussione una posizione che, pur formalmente neutrale, nella pratica ha tradizionalmente tenuto conto del controllo britannico dell’arcipelago.

Ufficialmente, gli Usa non riconoscono la sovranità legale né del Regno Unito né dell’Argentina sulle Falkland e mantengono una posizione neutrale sulla disputa. Di fatto, però, Washington riconosce l’amministrazione britannica delle isole, che Londra rivendica dalla fine del XVII secolo e controlla quasi ininterrottamente dal 1833.

La guerra del 1982 e il ruolo di Reagan

La questione è profondamente legata alla guerra del 1982, quando l’Argentina invase l’arcipelago dando origine a un conflitto di 74 giorni con il Regno Unito. Il Governo guidato da Margaret Thatcher reagì inviando una consistente forza navale per riconquistare le isole. La guerra si concluse nel giugno dello stesso anno con la resa delle forze argentine. Nei combattimenti morirono 649 argentini e 255 militari britannici.

In quel conflitto, gli Stati Uniti ebbero un ruolo diplomatico particolarmente significativo. L’allora presidente Ronald Reagan finì per sostenere la Gran Bretagna, nonostante Washington mantenesse rapporti anche con la giunta militare argentina. Il sostegno americano contribuì a rafforzare il legame politico tra Reagan e Thatcher, accomunati da una stretta sintonia politica e ideologica. Proprio per questo, un eventuale cambiamento della posizione americana avrebbe oggi un forte valore politico e simbolico. Secondo quanto riportato dal Guardian, le dichiarazioni di Trump potrebbero inoltre essere collegate alla crescente pressione esercitata da Washington sugli alleati affinché aumentino la spesa per la difesa e il loro contributo alla Nato.

Pressione

La scorsa settimana, un funzionario statunitense, rimasto anonimo e citato dal Telegraph, aveva lasciato intendere che Washington potrebbe modificare la propria posizione sulle Falkland qualora il Regno Unito non rispettasse gli impegni assunti in materia di spesa militare. Il tema è emerso mentre il Governo britannico valuta il futuro dei propri programmi di investimento nella difesa. Trump ha infatti fatto della richiesta agli alleati degli Stati Uniti di aumentare i bilanci militari uno dei punti centrali della sua politica internazionale, accusando in più occasioni alcuni Paesi di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura sufficiente alla sicurezza collettiva.

Il rapporto tra Trump e Milei

A rendere ancora più delicata la questione è il rapporto sviluppato da Trump con il presidente argentino Javier Milei. I due leader hanno costruito negli ultimi anni relazioni particolarmente strette. Milei ha partecipato anche alla seconda inaugurazione di Trump, nel gennaio 2025.

L’anno scorso, il presidente americano aveva approvato 20 miliardi di dollari di Trump Folklandaiuti finanziari all’Argentina per sostenerla nella gestione della crisi economica, collegando però il sostegno anche alle prospettive elettorali del partito di Milei. La Libertad Avanza ha successivamente ottenuto una vittoria elettorale. Trump ha inoltre approvato l’importazione di carne bovina argentina negli Usa, nel tentativo di contribuire alla riduzione dei prezzi alimentari. Milei, dal canto suo, ha più volte ribadito il sostegno alla rivendicazione argentina sulle Falkland. Una posizione che mantiene aperta una delle controversie territoriali più longeve dell’America Latina e che continua a contrapporre Buenos Aires e Londra.

Il referendum e la rivendicazione argentina

Nonostante il controllo britannico, infatti, la questione della sovranità resta irrisolta sul piano politico e diplomatico. A testimoniare la posizione degli abitanti delle isole è il referendum del 2013, nel quale 1.513 dei 1.517 votanti si espressero a favore del mantenimento delle Falkland come territorio britannico.

La disputa è tornata sotto i riflettori anche in ambito sportivo. Lo scorso luglio, dopo la vittoria per 2-1 dell’Argentina sull’Inghilterra nella semifinale della Coppa del Mondo, alcuni calciatori argentini mostrarono durante i festeggiamenti striscioni con la scritta «Las Malvinas son Argentinas», ribadendo la rivendicazione di Buenos Aires. La federazione calcistica è stata successivamente sanzionata dalla Fifa con una multa di 235.000 dollari per la violazione dei regolamenti relativi a manifestazioni ed eventi non sportivi.

Ora le parole di Trump riaprono il dossier sul piano geopolitico. Per Londra, la questione non riguarda soltanto la sovranità su un remoto arcipelago dell’Atlantico meridionale, ma anche la solidità dello storico rapporto con Washington e il peso degli impegni britannici nella sicurezza euro-atlantica.

 

George Labrinopoulos

Foto © Political Geography Now, Instagram, Internazionale

Articolo precedenteIl Vaccino per il cancro è solo all’inizio
Articolo successivoRipristino della natura: il regolamento Ue per salvare l’ambiente
George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui