Tensione a settentrione, la guerra dei dazi fra Usa e Canada è una lezione di realpolitik per l’Unione europea
Il 16 settembre 2026 Mark Carney siederà nell’aula di Strasburgo nelle vesti di ospite d’onore. L’evento è significativo: il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula Von der Leyen. Ma non finisce qui, perché il giorno seguente il primo ministro canadese parlerà direttamente agli eurodeputati.
L’invito arriva dopo il fallimento dei negoziati commerciali del 21 agosto con gli
Usa, che ha portato all’imposizione americana di dazi al 50% su 20 miliardi di dollari di merci canadesi. La risposta non si è fatta attendere. Dall’8 settembre le contromisure arriveranno. Dulcis in fundo, l’ultima provocazione del Tycoon: «il Lago ontario si chiamerà “Lake America”». Mentre i rapporti fra Ottawa e Washington toccano il punto più basso da decenni, il Canada riprende a guardare verso l’altra sponda dell’Atlantico. Autonomia cercasi, con urgenza entro le midterm.
La frontiera che non doveva più esistere
Per oltre trent’anni Canada e Stati Uniti hanno gestito il confine come un’infrastruttura più che come una barriera, dando vita a uno spazio produtivo integrato. Prima il Canada–U.S. free trade agreement del 1988, poi il Naft nel 1994, infine l’Usmca, in vigore dal 2020 e valido, su carta, fino al 2036.
Su carta, appunto. Perché il rifiuto americano, a luglio, di concedergli un rinnovo di sedici anni ha aperto un ciclo di revisioni annuali. Ma, soprattutto, ha incrinato l’idea che l’integrazione economica sia un interesse strategico condiviso.
Il conflitto lo pagano i cittadini nel quotidiano. Gli scaffali dei centri commerciali canadesi hanno visto sparire gli alcolici americani, mentre la provincia del Saskatchewan ha annunciato una tariffa del 50%. Anche energia e cultura rientrano come armi di pressione: dall’extratassa del 25% imposta dall’Ontario sulle esportazioni di elettricità verso New York, Michigan e Minnesota, fino alle dispute sulle tutele per l’eccezione culturale riservata ai francofoni. E allora si guarda altrove.
L’Europa prima dell’Europa
Il rapporto fra Canada ed Europa non è figlio degli screzi con l’attuale amministrazione repubblicana. Antecede, invece, la stessa Unione europea. Ottawa porta l’impronta britannica, visibile nell’adozione della monarchia costituzionale, così come nel parlamentarismo di Westminster financo l’appartenenza al Commonwealth. Il Canada culturale è bilingue: il Quebéc conserva un rapporto unico con la Francia. Ne sono prova i cartelli stradali con le insegne in lingua d’oil, contrariamente a quanto accade nell’esagono, ove, paradossalmente, essi appaiono in inglese.
Sul piano storico, poi, i canadesi hanno combattuto nel Vecchio Mondo in entrambe le guerre mondiali. Dal 1949, inoltre, sono membri nonché fondatori della Nato. Il primo accordo formale con le istituzioni europee risale a dieci anni più tardi (1959), inerente alla cooperazione nucleare con Euratom. Nel 1976 Ottawa e la Comunità economica europea firmarono il Framework Agreement for Commercial and Economic Cooperation. Fu il primo accordo di cooperazione della Comunità con un Paese insustrializzato.
Ceta
Estrememente attuale nelle vesti di strumento di politica di diversificazione, il salto definitivo avvenne nel nuovo millennio, grazie ai negoziati per il Comprehensive Economic and Trade Agreement. Avviati nel 2009 e conclusi nel 2014, con firma due anni dopo, gli accordi hanno portato a numeri considerevoli.
Il commercio bilaterale di beni e servizi fra Ottawa e Bruxelles ha raggiunto quota 130 miliardi di euro nel 2025, con un incremento dell’80% rispetto al 2016. Ciò ha consacrato l’Ue come secondo partner commerciale del Canada, dopo gli Stati Uniti, le cui esportazioni erano tuttavia già in calo anche prima del conflitto economico.
Sicurezza e strategia
L’economia non limita i rapporti fra l’Unione e il secondo Paese più grande al Mondo. Oltre alla Ceta, il 2016 ha visto prendere forma lo Strategic Partnership Agreement. Politica estera, sicurezza, energia, ambiente, ricerca e diritti entrano così a far parte di un’agenda condivisa. Traduzione di ciò: nel 2025 l’accelerazione verso la Security and Defence Partnership e, quest’anno, l’entrata record del Canada nel programma europeo Safe Security Action for Europe. Ottawa rimane l’unico Paese non europeo ad averlo fatto.
Il Canada ha le idee chiare. Cerca diversificazione nuovi clienti per legname, grano, alluminio, finanche catene di approvvigionamento meno vulnerabili, accesso alla base industriale europea della difesa, cooperazione su mobilità militare, tecnologie critiche, contrasto alle minacce ibride, esplorazione di partnership nella questione geopolitica dell’Artico.
Bruxelles, dal suo lato, abbraccia risorse naturali e strategiche, capacità industriali e un alleato Esa e Nato tramite cui poter ridurre l’esposizione alle oscillazioni di Washington.
Artico e Baltico
La relazione con Bruxelles acquista peso fuori dai registri commerciali. Il Canada è una potenza polare occupante il fianco nord–occidentale della Nato. Qui, lo scioglimento dei ghiacci apre rotte e infrastrutture, alimentando la ocmpetizione con la Russia e la Repubblica Popolare Cinese. Ottawa sta spendendo 38,6 miliardi di dollari canadesi per modernizzare il Norad e quest’anno ha annunciato, inoltre, 32 miliardi per infrastrutture nelle basi di Inuvik, Yellowknife, Iqaluit e Goose Bay.
Sul versante europeo il Canada guida dal 2017 la presenza avanzata della Nato in Lettonia. Nel 2026 la brigata multinazionale sotto comando canadese riunisce personale di quattordici Paesi; Ottawa punta a una presenza presistente fino a 2.200 unità, investendo già oltre 315 milioni di dollari candesi in infrastrutture in territorio lettone. Lo scorso mese è diventata, con Danimarca e Lettonia, Nazione quadro della Multinational Division North.
Infine, il dossier Ucraina. Da febbraio 2022 il Canada ha speso 25,5 miliardi in assistenza complessiva, di cui oltre 8,5 in aiuti militari, prorogando fino al 2029 l’operazione Unifier, che dal 2015 ha addestrato più di 47.000 soldati ucraini. Malgrado i tentativi e le iniziative congiunte, rimane un problema.
Il limes canadensis
Resta un dato scomodo: il Canada non può sostituire gli Usa con l’Ue. Non in tempi brevi, almeno. Qui, la geografia pesa più degli accordi internazionali. Le due economie nordamericane condividono una forntiera di 8.893 km, reti elettriche, oleodotti, distretti automobilistici e filiere produttive integrate. Basti contare che nel 2024 il commercio di merci fra i due Paesi ha superato il trilione di dollari canadesi. Nel 2025 più di sette dollari su dieci delle esportazioni canadesi di beni erano diretti verso gli States.
Quando Carney, dunque, parla di diversificare, intende ridurre il prezzo politico della dipendenza. Tradotto in termini pratici, significa portare una quota maggiore delle esportazioni verso mercati non americani, così come collegare i produttori canadesi agli appalti europei. Ma, soprattutto, costruire alternative credibili in grado di bilanciare la posizione di Ottawa nei confronti di Washington. Trump ha reso più costoso il vecchio automatismo nordamericano. Bruxelles non può cancellarlo. Può però offrire una dose di Realpolitik, garantendo alla foglia d’acanto uno spazio strategico affinché possa dire di no al suo vicino di casa, in attesa delle elezioni di novembre.
Dal 1812 al War Plan Red
Il sogno del “51° Stato”, tornato con insistenza nel lessico del Trump II, non ne è tuttavia sua esclusiva. Bisogna tornare alla guerra anglo–americana del 1812, quando Washington dichiarò guerra alla Gran Bretagna sullo sfondo di una contesa territoriale–strategica per il controllo del Continente: tra gli americani non mancava chi considerava i territori britannici ubicati a settentrione una preda ambita alla conquista.
Le offensive Usa furono però respinte e due anni dopo fu il turno dei britannici a entrare a Washington. E, nell’agosto 1814, incendiarono la Casa Bianca e il Campidoglio. Il Trattato di Gand riportò i confini allo status quo ante bellum: nessuna annessione, nessun vincitore. Pareggio militare.
Ma la cicatrice rimase visibile. Nel 1921 Ottawa elaborò il Defence Scheme No. 1 per reagire a un’eventuale ritorno dei cugini del sud. Pochi anni più tardi Washington rispondeva, con il War Plan Red. Completato nel 1930, il piano immaginava una guerra contro l’Impero britannico nella quale il Canada (denominato “Crimson” nella nomenclatura statunitense) veniva occupato per impedirne l’utilizzo in quanto testa di ponte britannica.
In sintesi, il 45° e 47° presidente degli Stati Uniti d’America, come da prassi geopolitica, non svolge il ruolo di innovatore o creatore, bensì incarna un sentire dal basso. In questo specifico caso, declina un’esigenza geostrategica direttamente dal piano militare. Ne consegue che una vittoria democratica alle midterm elections non cancellerebbe due secoli di asimmetria nordamericana, ma potrebbe almeno gettare acqua, anziché benzina, su un incendio di cui né l’Europa né le due sponde dell’Atlantico hanno bisogno.
Alessandro Bonifazi
Foto
CBC, The Telegraph, Yatching Monthly, MediasTouch News, White House Historical Association












