Asse, Diamante, Esagono: le tre alleanze transregionali

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Le nuove lleanze in Medio Oriente si riorganizzano tra Patto della Mecca, Esagono di Netanyahu e la frizione con Ankara

All’alba del 18 Agosto, otto caccia israeliani colpiscono la base aera di Abu al-Duhur, nel nord-ovest della Siria. L’ultima linea militare prima del confine con la Turchia. Poche ore prima, una delegazione militare turca ne aveva ispezionato la pista, valutando l’ipotesi di riattivarla come hub strategico per le proprie truppe. La risposta del premier Israeliano Benjamin Netanyahu non si è fatta attendere «Non tollereremo un radicamento militare turco che avanza verso sud, perché questo ci minaccia». Questo recente episodio è considerato il più pericoloso e in grado di aumentare l’escalation fra i due Paesi, allargando il conflitto nell’area, in un contesto in cui nuove alleanze – tre blocchi paralleli che si contendono Golfo, Mediterraneo orientale e Corno d’Africa – rischiano di esser in rotta di collisione.

Sebbene il filo conduttore venga spesso attribuito all’invasione di Gaza dopo il 7 Ottobre, l’evento che ha attivato il meccanismo delle alleanze è la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, aperta il 28 febbraio con l’uccisione della guida suprema Ali Khomenei. Questo evento ha scaturito una serie di meccanismi che hanno portato a una riorganizzazione e revisione di alleanze e trattati nella Regione che si orientano principalmente su tre grandi progetti rivali: l’Asse della Resistenza a guida iraniana, il Diamante sunnita inaugurato con il Patto della Mecca, e l’Esagono disegnato da Netanyahu.

L’asse della Resistenza: mors tua vita mea

Dal 1979, l’Iran guida una rete informale di attori statali e non statali conosciuta come l’Asse della resistenza, che si contrappone a quella che Israele definisce la minaccia sciita radicale. L’uno vede nell’altro un pericolo per la propria sopravvivenza, e la sua distruzione di uno come unica condizione per l’esistenza dell’altro.

Nei ranghi della resistenza iraniana, vi fanno parte gli Houthi dello Yemen, che controllano la Regione di Sana’a e hanno diretto accesso allo stretto di Bab el–Mandeb nel Mar Rosso, con la capacità di minacciare e causare blocchi navali. Hezbollah in Libano, che sistematicamente sferra attacchi nel nord di Israele in risposta ai raid sulle popolazioni palestinesi. Le milizie irachene riunite nelle Forze di Mobilitazione Popolare, e Hamas a Gaza, eccezione sunnita in un alleanza di matrice sciita, ma con ideali politici condivisi.

Con la caduta di Bashar al–Assad in Siria nel dicembre 2024, l’asse subisce uno dei colpi più duri: Damasco operava sia come alleato politico, che come ponte logistico per Hezbollah e partner strategico di Mosca. L’Iran conserva tutt’ora legami molto solidi con Russia e Cina – Pechino acquista il 90% del proprio greggio dall’Iran con promesse in investimenti per 400 miliardi di dollari entro vent’anni. Tuttavia, né Mosca né Pechino sono disposte a un intervento militare diretto e si limitano a offrire supporto logistico nel conflitto attuale. Nonostante, l’Asse della Resistenza appaia svantaggiato sulla carta, nella pratica, il controllo degli Houthi su Bab el-Mandeb costituisce forti preoccupazioni che gli altri blocchi non possono ignorare.

Il Diamante sunnita: l’alternativa a Washington

Il 7 agosto, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan firmano il Patto della Mecca. Un’alleanza che nasce a Riad nutrita da una logica condivisa: ridurre la dipendenza dal supporto militare Statunitense – in seguito all’inadeguatezza nel protegger i Paesi del Golfo durante gli attacchi iraniani – pur mantenendo legami diplomatici con Washington. Il testo riprende la clausola di difesa collettiva dell’Articolo 5 della Nato, e si collega al previo accordo bilaterale di mutua difesa tra Riad e Islamabad firmato nel settembre 2025.

Il valore di questa alleanza è sorretto dal Pakistan, unica potenza nucleare del mondo musulmano e il credito di mediatore nei negoziati fra Washington e Teheran. La Turchia, invece, detiene il secondo esercito della Nato e un’industria della difesa in piena espansione. L’Egitto – una delle potenze militari più forti nella Regione e mediatore attivo fra Israele e la controparte palestinese – è il prossimo candidato indicato da Ankara per l’allargamento dell’alleanza. Al momento non ha aderito; più per ragioni di sicurezza interna che di allineamento con Riad.

Nella sfera del nucleo Riad–Ankara–Islamabad orbitano altri Paesi interessati ad aderire al patto di mutua difesa: Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, la frazione dello Yemen riconosciuta dall’Onu, e in maniera meno diretta, il Sudan. Vi entra anche la Siria, al quale Arabia Saudita e Turchia hanno lavorato costantemente per il reinserimento regionale del presidente Ahmed al–Sharaa, la cui prima visita ufficiale all’estero, è stata proprio a Riad.

L’esagono di Netanyahu: il faro sul corno d’Africa

«Creeremo un intero sistema, un esagono di alleanze intorno o all’interno del Medio Oriente», dichiara Netanyahu, indicando Grecia, Cipro, India e alcuni Paesi arabi e africani. La visione del premier israeliano punta principalmente a contenere l’Asse sciita, ma anche a bloccare quello che Tel Aviv descrive come «un’emergente asse sunnita radicale a guida turca». La stessa logica alimentata da obiettivi di deterrenza e egemonia geopolitica. 

Grecia e Cipro costituiscono, insieme a Israele, un triangolo per mettere in scacco la Turchia nel Mediterraneo orientale. Con l’India di Narendra Modi, l’intesa si verge più sul corridoio commerciale Imec, alternativa alle rotte che passano da Hormuz.

Il vertice dell’Esagono è il Somaliland, provincia separatista che nel 2024 ha concesso all’Etiopia l’uso del porto di Berbera in cambio del riconoscimento diplomatico. Israele, nel dicembre 2025, è diventato il primo – e finora l’unico – Paese al Mondo a riconoscere formalmente il Somaliland come Stato. Anche gli Emirati Arabi Uniti sono entrati nella sfera d’influenza del corno d’Africa, con la gestione del porto tramite Dp World. Secondo un’inchiesta di Le Monde su immagini satellitari, gli emiratini starebbero costruendo nell’area una base militare a uso riservato.

Punto di rottura

A Bosaso, nella Regione semi–autonoma del Puntland somalo, la presenza emiratina è invece un lontano ricordo. Nel gennaio 2026 la Somalia annulla tutti gli accordi con Abu Dhabi, che hanno ritirato in fretta mezzi e personale della base. Sono invece gli Stati Uniti ad aver firmato un accordo per ampliarla poche settimane fa. La presenza militare emiratina nel Somaliland segna un punto di rottura, ormai difficile da nascondere, tra Riad e Abu Dhabi. A segnare la dipartita tre episodi significativi: il bombardamento saudita del porto yemenita di Mukalla contri i separatisti filo–emiratini; la contesa sulle risorse sudanesi tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido; l’uscita dopo sessant’anni degli Emirati dall’Opec il 1° maggio 2026.

A consolidare l’Esagono, la rotta inversa saudita, che chiude ufficialmente qualsiasi tentativo di apertura verso gli Accordi di Abramo con Israele, e una potenziale trattativa a scopo di difesa congiunto tra Abu Dhabi e Tel Aviv, seguite da incontri riservati tra Netanyahu e lo sceicco Mohammed Bin Zayed.

La frizione tra Asse e Diamante

Il punto di contatto più esposto tra i due blocchi passa oggi per la Siria. Tre giorni dopo i raid commessi dall’aviazione israeliana alla base di Abu al-Duhur, Ankara ha chiesto all’Interpol un mandato di cattura internazionale contro Netanyahu, sulla base di un’incriminazione turca del luglio scorso per genocidio legata all’abbordaggio della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza.

Netanyahu ha definito Erdogan «un dittatore antisemita» e ha collegato lui stesso, nella propria dichiarazione, i due episodi, affermando che il presidente turco «sta cercando di estendere in Siria la sua aggressione contro Israele». Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha risposto rivendicando «il forte sostegno» di Egitto e Arabia Saudita, entrambi nell’orbita del Diamante, alla presenza turca in Siria, e ha invitato Israele a fermare gli attacchi.

La fluidità dei blocchi

Nessuno dei tre blocchi nati da queste nuove alleanze è un’alleanza blindata.

Il Diamante sunnita convive con attriti interni. Ankara mantiene legami con i Fratelli musulmani che il Cairo osteggia, mentre Riad nutre sentimenti di rancore nei confronti del Cairo per i mancati interventi militari contro gli Houthi nel Mar Rosso. L’Esagono, dispone di capacità tecnologiche avanzate ma di una massa demografica ed economica ridotta rispetto ai suoi rivali.

Mentre l’Asse è meno una coalizione formalizzata che una struttura di deterrenza e pressione regionale che conserva capacità di incidere sulla sicurezza del Golfo, sulle rotte del Mar Rosso e sui margini di manovra israeliani e statunitensi. Al contempo risente della vulnerabilità iraniana e dell’autonomia del suoi partner locali.

Restano fuori dall’equazione, o in bilico tra i tre assi, Paesi come la Siria di al–Sharaa, ben vista a Washington ma non altrettanto a Tel Aviv. Ci sono poi l’Azerbaigian, Gibuti – dove quasi tutti gli attori regionali cercano una base dove potersi installare – e il Corno d’Africa, dove la partita tra Emirati e Stati Uniti a Bosaso è probabilmente solo all’inizio.

Le nuove alleanze nella Regione trasformeranno le dinamiche geopolitiche e economiche dell’area, con diretto impatto su rincari energetici, interruzioni sulle rotte commerciali marittime e una crescente pressione sulle politiche di sicurezza, migratorie e stabilità.

 

Ammir El-Mehrat
Foto © Wikipedia, IARI, Centre for European Reform, Orizzonti Politici

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