Diecimila cantieri chiusi, ottomila famiglie ancora fuori casa: il bilancio di un decennio tra ricostruzione e attesa
Alle 3.36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6.0 con epicentro tra Accumoli e Arquata del Tronto squarcia il cuore dell’Appennino centrale. È solo l’inizio: nei mesi successivi la sequenza sismica si allarga, fino a colpire un’area di 8mila chilometri quadrati distribuita tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, 138 comuni in tutto. Il bilancio finale parla di 299 vittime, 388 feriti, oltre 41mila sfollati e danni stimati in circa quattro miliardi di euro. Interi borghi, a partire da Amatrice, vengono rasi al suolo insieme a case, scuole, chiese e attività che erano il motore produttivo di quelle comunità.
Da allora si sono susseguiti stati di emergenza, una struttura commissariale dedicata e miliardi di euro stanziati tra ricostruzione privata e pubblica. In parallelo, si è provato a rafforzare gli strumenti di prevenzione del rischio sismico. Dieci anni dopo, la domanda che ci poniamo è la seguente: quanto è stato davvero ricostruito, e quanto resta ancora da fare?
Alla cerimonia del decennale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha parlato
di un percorso segnato da “troppi rinvii e false partenze”, superati grazie a un “deciso cambio di passo” impresso dal suo Governo. Un bilancio che il commissario alla ricostruzione Guido Castelli, la Chiesa attraverso le parole del presidente della Cei Matteo Zuppi, e le testimonianze raccolte sul territorio permettono di verificare più da vicino, mettendo a confronto le dichiarazioni istituzionali con i dati e con la realtà quotidiana di chi ad Amatrice, Accumoli e Arquata continua a vivere in bilico tra ciò che è rifatto e ciò che manca ancora.
Dieci anni dopo
Nei primi anni la ricostruzione ha scontato ritardi burocratici e cambi di normativa tali da produrre un importante rallentamento nell’avvio dei lavori. Lo stesso Castelli riconosce di aver dovuto “recuperare ritardi” e “superare ostacoli” prima che il sistema trovasse un assetto stabile. Il sindaco di Amatrice, Antonio Cortellesi, è ancora più netto: la vera accelerazione, dice, è cominciata solo tre anni fa.
I numeri più recenti, aggiornati al 31 maggio 2026, restituiscono comunque un cantiere imponente: le domande di contributo per la ricostruzione privata hanno raggiunto quota 36.149, per un valore complessivo di 17,82 miliardi di euro. I cantieri conclusi sono quasi 15mila, mentre oltre 8mila risultano ancora aperti. Dal 2022 sono rientrate nelle proprie case 5.452 famiglie, ma quelle ancora assistite restano 8.759: un numero sceso rispetto alle oltre 14mila di qualche anno fa, ma che racconta di migliaia di persone per cui il terremoto non è affatto un capitolo chiuso.
Anche il patrimonio identitario dei territori è coinvolto:
su 2.456 edifici di culto danneggiati, sono previsti 1.276 interventi per oltre 750 milioni di euro, con riaperture simboliche come quella della Basilica di San Benedetto a Norcia. Le criticità principali restano due: la fase pubblica della ricostruzione (scuole, ospedali, municipi, infrastrutture) procede più lentamente di quella privata, per la maggiore complessità tecnica e progettuale; e lo spopolamento, già in corso prima del sisma, continua a erodere la tenuta demografica di questi borghi. Non a caso, dal Comitato dei cittadini di Amatrice arriva una richiesta netta: “l’emergenza deve finire”.
Ricostruire non basta: cosa serve
Le criticità individuate spingono a chiedersi cosa serva, oggi, per colmarle davvero. La risposta del commissario Castelli passa da un cambio di prospettiva: non basta più contare cantieri e contributi, ma bisogna trasformare la ricostruzione fisica in rigenerazione dei territori. È questa la logica del cosiddetto “Modello Appennino centrale” e del programma Next Appennino, finanziato con 1,78 miliardi di euro del Fondo Complementare al Pnrr, che integra ricostruzione, sviluppo economico, servizi e infrastrutture. L’obiettivo dichiarato è duplice: completare le opere ancora ferme e, insieme, creare le condizioni perché i giovani restino o tornino, invertendo un trend di spopolamento che i terremoti hanno solo accelerato.
C’è poi il tema, spesso trascurato nel dibattito pubblico, della prevenzione sismica. Non si tratta di prevedere il prossimo terremoto – impresa che la scienza non è in grado di garantire, come dimostrano casi analoghi in altre parti del Mondo (i recenti terremoti in Venezuela e ColombiaColombia) – ma di ridurne le conseguenze quando arriverà. Questo significa investire su sicurezza degli edifici, pianificazione urbanistica, infrastrutture resilienti e sistemi di allerta e gestione dell’emergenza, evitando che un nuovo sisma trovi le stesse fragilità di dieci anni fa.
Su questo terreno si è mosso anche il cardinale Zuppi, che durante la messa per il decennale ha chiesto “non promesse,
ma lavoro, di tutti, ciascuno nelle proprie funzioni e responsabilità“. Un richiamo che sposta l’attenzione dalle celebrazioni simboliche a un impegno concreto e condiviso tra istituzioni, tecnici e comunità, l’unico in grado di trasformare i prossimi anni in qualcosa di diverso dal semplice completamento di un cantiere.
Amatrice è davvero ricostruita?
La risposta, a dieci anni di distanza, non è un sì o un no netto, ma un bilancio a più voci. Da un lato ci sono risultati misurabili: quasi 15mila cantieri conclusi, oltre 17 miliardi di euro mobilitati, migliaia di famiglie rientrate nelle proprie case, simboli identitari come la Basilica di Norcia restituiti alle comunità. Dall’altro restano 8.759 famiglie ancora fuori casa, opere pubbliche più lente del previsto e un’emergenza nazionale prorogata fino al 31 dicembre 2026: la prova, sul piano normativo, che l’emergenza non è formalmente chiusa.
Le parole della premier Meloni su un Governo che ha impresso “un cambio di passo” trovano quindi conferma parziale nei numeri, ma vanno lette accanto a chi, come il sindaco di Amatrice o il Comitato dei cittadini, chiede che il capitolo dell’emergenza si chiuda davvero. La vera misura della ricostruzione, del resto, non sta soltanto nel conteggio di cantieri e fondi erogati, ma in quanto un territorio sia oggi più sicuro, abitabile e capace di generare futuro rispetto a dieci anni fa.
A questa domanda si può rispondere solo restando fedeli a ciò che ha reso necessaria ogni singola scelta compiuta in questi dieci anni: le 299 persone che quella notte non ce l’hanno fatta, e le famiglie che da allora convivono con un’assenza che nessun cantiere può colmare, ma che la ricostruzione, quella vera, ha il dovere di onorare.
Alfio Faro
Foto ©️ viglifuoco.it, Vivere Fermo, Metropolitano, IlCapoluogo











