L’economia russa tra stagnazione e rivoluzione

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RSI

Il boom iniziale dell’economia di Mosca, alimentato dall’industria militare e dai sussidi statali, sta mostrando forti segni di rallentamento

Sono gli stessi media del Cremlino a riportare uno degli attacchi ucraini più massicci dall’inizio del conflitto. Secondo il ministero della Difesa russo, nell’arco delle scorse 24 ore, Kiev avrebbe lanciato più di 1.500 droni. Fra questi, circa la metà sarebbero andati a segno, mettendo nel mirino strutture civili e asset energetici, vero centro nevralgico dell’economia russa.

La questione energetica

Tvsvizzera.itLa strategia ucraina di colpire impianti petroliferi non è certo nuova, ma oggi raggiunge una nuova dimensione. Il grande numero di raffinerie fuori uso o altamente danneggiate  genera un effetto erosivo che, combinato con la crisi mediorientale e la chiusura di Hormuz, lascia poco spazio di margine a Mosca. Molti analisti europei parlano apertamente di “sanzione a orologeria”, un meccanismo capace di infliggere danni nel tempo e di ovviare all’inefficienza delle tradizionali contromisure occidentali. Infinitamente burocratiche e penalizzate dalle spaccature interne all’Unione. 

Sulla carta, ogni raid che danneggia un’unità di distillazione costringe la Russia a esportare petrolio grezzo scontato, comprime l’offerta interna di benzina e diesel e alimenta pressioni inflazionistiche che il Cremlino prova a controllare con sussidi d’emergenza. Nei fatti, la risposta di Mosca si dimostra in grado di tamponare un sottile equilibrio tra stagnazione prolungata e malcontento popolare.

Le esportazioni marittime di greggio della Federazione continuano a viaggiare in larga misura su una flotta ombra di petroliere che aggirano le sanzioni europee e che oramai si fanno carico di oltre due terzi del carburante russo esportato via mare. I centinaia di milioni di euro al giorno ricavati allentano la pressione di Bruxelles, che ha certo inflitto danni economici a Mosca e allungato le rotte, ma non ha interrotto il flusso di valuta verso il bilancio federale – in aumento anche per via del prezzo record raggiunto dal greggio. Chi legge la guerra in Iran come un evento privo di vantaggi per la Russia sottovaluta quanto con l’aiuto indiretto di Washington e di alleati come India, Cina ed Emirati Arabi Uniti, sia risuscita a ricostruire un solido canale di entrate parallelo.

Il punto di Tallin

Majanuds​Il punto è comprendere se questo schema possa coesistere con una serie di dati economici poco promettenti. Secondo Peeter Luikmel, alto funzionario della Banca d’Estonia, nella primavera del 2026, l’economia russa ha manifestato i primi veri segnali di un sistema entrato in un lento spirale di cedimento.

Nel trimestre iniziale dell’anno, il Pil si è contratto dello 0,2 per cento, mentre Governo e Banca centrale hanno radicalmente rivisto la stima di crescita per la seconda metà dell’anno (dall’1,5 di aprile allo 0,5 per cento di oggi). I tassi di interesse, oggi al 14%, nel 2024 al 21%, sono ancora sproporzionati rispetto a un dato inflattivo del 7%. In soldoni, la benzina della crescita drogata dalla spesa militare pare sia finita e l’economia di guerra ritortasi contro Putin. 

Chi ha una certa familiarità con la storia economica sovietica saprà riconoscere lo schema. Anche l’URSS non crollò per un evento singolo, ma implose, dall’interno, per l’accumularsi silenzioso di squilibri strutturali – spesa militare sproporzionata, economia civile asfittica, riserve in esaurimento. Non è certo un collasso imminente quello ipotizzabile nel breve termine, eppure la logica di un apparato statale che consuma le proprie riserve per sostenere uno sforzo bellico ad interim è insostenibile

Demografia e il ruolo di Pechino

WikipediaAl netto delle statistiche di macroeconomia, il dato più allarmante riguarda l’andamento della vita quotidiana dei cittadini russi. Durante il 2024, oltre duemila miliardi di rubli sono usciti dai depositi bancari, segnale di una notevole mancanza di fiducia nei confronti del sistema e dell’aumento della pressione fiscale, che ha spinto famiglie e piccole imprese verso i pagamenti fuori tracciamento.

Meno liquidità a disposizione delle banche significa ridotte capacità di assorbire un debito pubblico strutturale massivo e difficilmente controllabile senza interventi mirati da parte della Banca centrale russa. Più nello specifico, la “repressione finanziaria” è un meccanismo che ha una lunga storia in economie sotto stress bellico e che obbliga i capitali privati interni ad assorbire il debito di un Paese e a minarne in ogni modo la crescita.

Per Luikmel, anni di reclutamento militare e l’emigrazione di centinaia di migliaia di cittadini hanno sottratto manodopera a un’economia civile già in affanno, mentre l’industria della difesa continua a espandersi e ad assorbire risorse e lavoratori. 

Un ruolo senz’altro atipico in questo quadro è giocato dalla Cina, che estende la propria influenza su Mosca non come un alleato, ma come un creditore in posizione di forza. Oltre metà degli scambi russi è ormai regolata in yuan, mentre la partnership militare con la Repubblica popolare cinese risulta indispensabile – esercitazioni congiunte, scambio di intelligence e tecnologia dual use. Per molti, Mosca ha barattato il giogo di Washington con quello di Pechino.

La storia che si ripete

BritannicaChiunque legga questi numeri con le lenti dell’economia liberale rischia però di fraintendere la logica che è dietro una cultura economica rimasta immutata nei secoli. Fin dai tempi di Pietro il Grande, i leader russi hanno imposto che mercati e finanza fossero una sfera della realtà condizionata all’assoluto primato politico. Lo Zar costruì una flotta e un esercito moderni, diffuse conoscenze, istituzioni e abitudini dell’ovest, intentando un vero e proprio processo di occidentalizzazione del Paese. Ma la trasformazione dell’autopercezione non si realizzò mai.

Se per Pietro e le élite europeizzate San Pietroburgo era «avamposto della civiltà contro l’aggressione dell’Asia», la massa dei contadini rimase legata alle tradizioni medievali e ortodosse. Dissanguando le finanze di un impero agricolo arretrato, senza che il costo economico fosse mai considerato un limite alla volontà politica, coercizione fiscale e lavoro forzato stremarono un popolo lungi anche solo dal comprendere quali nuove fucine di pensiero si stessero diffondendo nelle grandi metropoli russe. 

La storia si ripetè più di un secolo dopo con Stalin. E ancora con Putin, dopo la caduta del Muro di Berlino. Dall’impero zarista all’epoca dei soviet e, infine, al Russkij mir, la volontà suprema del capo del Cremlino è sempre prevalsa. Una ragion di Stato intramontabile, che ha resistito a due rivoluzioni. Forze non a una terza.

 

Fabio Sinisi

Foto © RSI, Tvsvizzera.it, Majanuds, Wikipedia, Britannica

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