Dal Mediterraneo centrale a Ceuta, il racconto di un fenomeno strutturale che l’Europa continua a gestire come un’emergenza
All’alba di lunedì la Life Support, nave di Emergency, ha individuato due imbarcazioni al largo delle coste libiche: una barca di legno sovraccarica e una motovedetta libica posta lì per sorvegliare. A bordo del barcone c’erano circa cinquanta persone, partite da Zuwara la mattina prima. Quando i soccorritori sono saliti, hanno trovato nove persone distese sul ponte: per sette di loro non c’era più nulla da fare. Le altre due versavano in condizioni critiche per soffocamento, di conseguenza per loro è stata richiesta un’evacuazione medica urgente.
Tra i sopravvissuti, originari di Somalia ed Egitto, ci sono 45 uomini e 5 donne, soprattutto 29 minori non accompagnati. Il porto assegnato per lo sbarco è Bari. Alcune agenzie hanno segnalato, tra le persone soccorse, casi che richiedono assistenza sanitaria: questo dato va gestito con attenzione, senza trasformarsi in una narrazione in cui prevale l’equazione tra migrazione e malattia. Inoltre, il lavoro di Emergency non si esaurisce nel salvataggio ma restituisce nome, età e provenienza a persone che troppo spesso finiscono ridotte a una cifra dentro un bollettino di “flussi”. Resta una domanda, apparentemente semplice: quanto è davvero eccezionale una tragedia come questa?
Il Mediterraneo come fenomeno strutturale
La risposta, purtroppo, è già nei numeri, ma non possiamo fermarci a questi.
Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, il 2026 si è aperto come l’anno più letale da quando l’agenzia registra i dati. Già in primavera il bilancio è arrivato a quasi mille vittime, un incremento superiore al 150% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il paradosso, sottolineato dagli stessi osservatori internazionali, è che gli sbarchi sulle coste italiane sono in calo, mentre il numero dei morti cresce. Questo mette in evidenza un fattore determinante: le persone non smettono di partire, ma affrontano il viaggio in condizioni sempre più pericolose.
A questo si aggiunge un problema strutturale: quello dei dispersi. Ogni bilancio è per definizione incompleto, in quanto non tutti i naufragi vengono osservati o denunciati; ne deriva dunque la casistica dei cosiddetti “naufragi fantasma”. Il risultato è un fenomeno tutt’altro che eccezionale, raccontato però attraverso una sequenza di emergenze isolate. Il barcone soccorso da Emergency non è quindi un episodio a sé: è un punto di osservazione su una dinamica che si ripete, mese dopo mese, quasi sempre con lo stesso copione.
Dalla Libia a Ceuta
Se si allarga lo sguardo, la geografia delle migrazioni verso l’Europa non è fissa. Nelle ultime settimane l’attenzione si è spostata su Ceuta, l’enclave spagnola nel nord del Marocco. Tra il 30 e il 31 luglio migliaia di persone hanno attraversato il confine: le stime parlano di decine di migliaia di ingressi, la crisi più grave dal 2021. Nei giorni successivi le autorità spagnole hanno rimandato in Marocco più di 50 mila persone, mentre altre restavano nascoste in città in attesa che si calmassero le acque. A metà agosto il Marocco ha bloccato circa trecento persone dirette verso la frontiera.
Non ha senso stabilire un rapporto causale diretto tra la rotta libica e quella di Ceuta:
sono contesti diversi, con dinamiche politiche e diplomatiche proprie. Ma il parallelo mostra qualcosa di più generale, cioè che la pressione migratoria non scompare quando un valico diventa più sorvegliato: si sposta. Rendere più difficile un tragitto non elimina le ragioni che spingono le persone a partire, semmai allunga i tempi, aumenta i costi e apre nuovi percorsi spesso più rischiosi di quelli precedenti. È la prima contraddizione da tenere a mente: più l’Europa lavora per rendere impermeabili le proprie frontiere, più diventa necessario guardare a ciò che accade prima che una persona arrivi al confine.
Una frontiera sempre più chiusa, un fenomeno sempre più irrisolto
La crisi di Ceuta ha avuto anche una conseguenza politica interna all’Unione europea. Il 31 luglio il Governo italiano ha sospeso, in via parziale e temporanea, l’applicazione degli accordi di Schengen nei collegamenti marittimi e aerei con la Spagna, ripristinando i controlli di frontiera. La decisione ha provocato la protesta formale di Madrid, che ha convocato l’ambasciatore italiano, mentre il premier spagnolo ha ricordato come gli ingressi irregolari registrati attraverso l’Italia negli ultimi anni superino di gran lunga quelli spagnoli.
Al di là della disputa diplomatica, resta il tema di fondo. Torna utile, qui, anche la questione sanitaria emersa tra i sopravvissuti del barcone di questi giorni: una condizione medica concreta va affrontata con i mezzi della sanità pubblica, non trasformata in una categoria di rischio riferita a un’intera popolazione in movimento. Il linguaggio con cui si parla di migrazione si sposta sempre più verso concetti come sicurezza, controllo, o addirittura minaccia. Ma quali sono i risultati delle politiche di chiusura delle frontiere? Possono di sicuro contenere il fenomeno, ma non possono eliminare le ragioni che portano, ogni giorno, migliaia di persone a intraprendere un viaggio lungo e pericoloso. Per capirlo, bisogna riuscire a guardare oltre il confine.
Migrazione o invasione?
Le ragioni della partenza sono note: guerre, instabilità politica, povertà, disuguaglianze crescenti, crisi ambientali e climatiche, assenza di prospettive concrete per intere generazioni.
A questo si intreccia una storia più lunga, fatta di rapporti asimmetrici tra Africa ed Europa, di eredità coloniali e di sfruttamento delle risorse che hanno contribuito, insieme a molti altri fattori concomitanti, a impoverire alcuni territori. Inoltre, vale la pena ricordare un dato spesso trascurato: la parte più consistente della mobilità africana avviene all’interno del Continente stesso. L’Europa non è la sola destinazione, né necessariamente la principale.
È su questo terreno complesso che ha trovato vigore, negli ultimi anni, una narrazione diversa, più politica che descrittiva, e per questo, priva di fondamenta scientifiche, ovvero quella dell’“invasione” e della “sostituzione” che vede nella “remigrazione” la soluzione al problema. Sono parole che trasformano un fenomeno fatto di cause di diversa natura in una minaccia demografica e identitaria. Proprio la “remigrazioneremigrazione” professa l’idea secondo cui la sola presenza dell’altro sia incompatibile con la conservazione di un’identità collettiva.
Torna, a questo punto, il barcone di lunedì. Sette persone morte non sono soltanto sette numeri in un bollettino: sono l’esito visibile di una catena di condizioni che comincia molto prima del Mediterraneo e che nessuna sospensione di Schengen, da sola, può interrompere. Resta una domanda aperta: esiste un’identità? E se dovesse esistere,, chi ne stabilisce la natura?
Alfio Faro
Foto ©️ Progetto Melting Pot Europa, AIDF, Limes, Workers World













