Beata Remigrazione

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Remigrazione

Identità da difendere, nemici da espellere: come la retorica della remigrazione trasforma un problema gestionale in uno etnico

Sabato 13 giugno, nel quartiere Prati di Roma, il movimento “Remigrazione e Riconquista” ha radunato migliaia di persone in corteo da piazza della Libertà verso piazza Risorgimento. Durante lo svolgimento della manifestazione, non sono stati isolati i casi in cui, attraverso cori o gesti, si facesse riferimento al ventennio fascista. Il corteo, promosso dall’omonimo comitato, nasce a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare che punta a contrastare l’immigrazione irregolare (nella sua fase iniziale) in Italia, e che, secondo i promotori, avrebbe già superato le 150mila firme.

C’è già qualcosa di straniante in tutto questo: una proposta di legge che si muove entro i canali previsti dalla Costituzione, raccogliendo firme, chiedendo un pronunciamento parlamentare, che però si accompagna a cori inneggianti al Duce e a saluti romani. Il testo costituzionale viene usato come strumento da chi, negli slogan e nei gesti, sembra avere scarsa familiarità con lo spirito. La domanda che vale la pena porsi è la seguente: quando la “remigrazione” promette sicurezza e identità, che cosa ci sta davvero proponendo? 

Cos’è la remigrazione

Il termine non è nuovo, ma negli ultimi anni ha acquisito una circolazione sempre più ampia nei movimenti conservatori e identitari europei. La sua genealogia intellettuale affonda le radici nella teoria della Grande Sostituzione elaborata da Renaud Camus. Secondo lo scrittore francese le popolazioni europee di matrice cristiana e bianca starebbero subendo una progressiva sostituzione demografica da parte di migranti di origine africana e medio-orientale. Seppur questa tesi sia stata respinta dalla comunità scientifica e classificata come teoria del complotto, ha fornito il substrato ideologico su cui, prospettive come la remigrazione, si fondano.

A tradurre questa visione in un programma politico è stato in modo particolare Martin Sellner, attivista austriaco e figura di riferimento del Movimento identitario europeo. Sellner ha trasformato il concetto di remigrazione da suggestione culturale a piattaforma operativa: si tratta, nella sua formulazione, di invertire i flussi migratori, rimandare nei Paesi di origine le popolazioni immigrate – incluse quelle naturalizzate – e restaurare una presunta omogeneità etno-culturale europea. Un obiettivo che non si presenta come xenofobia bensì come “difesa dell’identità”. Identità che si assume minacciata, vulnerabile e da preservare. È entro questa cornice che il termine ha viaggiato dall’Austria all’Italia, trovando terreno fertile in ambienti che spaziano dall’estrema destra organizzata ai settori più radicali del conservatorismo. 

L’identità è eterna finché dura

Il problema non è solo politico, è concettuale. La remigrazione presuppone l’esistenza di un’identità nazionale fissa, misurabile, definibile come un confine territoriale. Ma questa reificazione (trattare l’identità come una cosa, un dato stabile) è storicamente e antropologicamente insostenibile. Nel caso italiano, poi, è ampiamente contraddetta dalla storia stessa: la Penisola è stata per millenni un crocevia di dominazioni, migrazioni e commistioni culturali. Ogni “identità italiana” che si possa evocare è già il prodotto di una stratificazione, non di una purezza originaria.

Ma c’è un problema più sottile, e più pericoloso, nel modo in cui la retorica identitaria costruisce la propria narrativa. Il sociologo Pierre–André Taguieff ha descritto con precisione il meccanismo del “neo–razzismo”. Questo non si muove più entro gerarchie biologiche esplicite ma, alla luce di un’asimmetria di potere, si sviluppa in un processo a tre fasi: categorizzazione essenzialista (esiste un “noi” omogeneo e un “loro” irriducibile), stigmatizzazione (il diverso come minaccia o peso) e barbarizzazione (la negazione della pari dignità culturale dell’altro). Le conseguenze pratiche di questo schema sono altrettanto prevedibili: segregazione, discriminazione e infine espulsione. Il vocabolario diventa più presentabile, ma la struttura logica appare immutata.  

Quindi l’immigrazione non è un problema?

Non sarebbe intellettualmente onesto negare che i fenomeni migratori pongano sfide reali. L’integrazione abitativa nelle periferie urbane, la pressione sui servizi sanitari e scolastici. Questi sono problemi concreti, che amministratori e comunità affrontano ogni giorno. La questione è: di che tipo di problema si tratta? La narrazione identitaria, con la sua capacità di celare quel razzismo di cui sopra, trasforma un problema gestionale e politico in un problema etnico. Lo sguardo si sposta dal fallimento delle politiche di integrazione alla presenza stessa degli immigrati. E così la soluzione proposta diventa l’espulsione, anziché il potenziamento  degli strumenti che l’integrazione rendono possibile.

La ricerca psicosociale offre indicazioni preziose in questo senso. La teoria del contatto elaborata da Gordon Allport negli anni Cinquanta ha dimostrato che il semplice contatto tra gruppi diversi non basta a ridurre il pregiudizio, può anzi alimentarlo. Ma in condizioni di parità di status, obiettivi condivisi e supporto istituzionale, il contatto tra comunità diverse riduce significativamente le tensioni. Un esempio concreto viene da esperienze di housing sociale in alcune città nordeuropee, dove la convivenza pianificata tra residenti autoctoni e famiglie immigrate ha prodotto risultati misurabili nella riduzione della conflittualità. Non è utopia: è politica pubblica che funziona, quando viene finanziata e strutturata. La cooperazione internazionale sulle cause profonde delle migrazioni: instabilità politica, crisi climatica, povertà strutturale e sfruttamento rappresenta l’altra faccia dello stesso approccio. 

Una sicurezza senza fine

“Una definizione falsaRemigrazione di una situazione suscita comportamenti tali da rendere vera la definizione iniziale”. Questa è la profezia che si autoadempie di Robert Merton, in questo scenario ci suggerisce uno spunto importante. Se si convince un’intera comunità che gli immigrati sono irrecuperabili, pericolosi, incompatibili e si tagliano di conseguenza i fondi all’integrazione, si ghettizzano nelle periferie e si criminalizza la loro presenza il risultato sarà esattamente la marginalità e il conflitto che si pretendeva di prevenire. La retorica della remigrazione non descrive la realtà, la costruisce.

Anche ammettendo, per assurdo, che la remigrazione fosse una valida soluzione, che producesse l’omogeneità promessa e riducesse la conflittualità sociale resterebbe ancora aperta la domanda di René Girard: quanto può durare una coesione costruita contro un nemico? Il meccanismo del capro espiatorio richiede sempre nuovi bersagli. Finite le migrazioni, arriverebbero altre minoranze, altre “devianze”, altre minacce da espellere. L’obiettivo che si promette non è una meta, è un orizzonte che si sposta. Ed è lecito chiedersi, con non poca urgenza, se questa sia davvero la via verso una sicurezza collettiva.

 

Alfio Faro

Foto ©️ La Tribune, L’Humanité, Platfform, MeisterDrucke

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