A ottant’anni dalla Costituente, una domanda semplice: sappiamo ancora abitare la nostra carta fondamentale?
Ottant’anni fa, nel giugno del 1946, si insediava l’Assemblea Costituente italiana. Tutto ciò avveniva a seguito delle prime elezioni a suffragio universale nella storia del Belpaese. L’Assemblea aveva un mandato preciso e straordinario: dare a una Nazione ferita da una dittatura e due guerre una legge fondamentale. Ci sarebbero voluti quasi due anni di lavori, di compromessi, di discussioni serrate. Il 1° gennaio 1948, la Costituzione della Repubblica italiana entrava in vigore. Fino al 30 dicembre di quest’anno, presso la Sala della lupa di Palazzo Montecitorio, sarà possibile vedere uno dei tre esemplari originali del testo. Un documento che vale la pena osservare da vicino proprio perché è facile dimenticare cosa rappresenta. Ed è esattamente questo il punto. Viviamo dentro una Costituzione come si vive dentro una casa: senza accorgercene, come se fosse sempre stata lì. Eppure: la conosciamo davvero questa casa?
Cos’è una Costituzione, prima di tutto
Procediamo per astratto, immaginando per un attimo che non ci sia. Nessuna norma che vincoli il potere dello Stato. Nessun catalogo di diritti inalienabili. Nessun limite alla maggioranza di Governo. Non è un esercizio teorico: è la condizione ordinaria in cui hanno vissuto, o peggio vivono ancora, miliardi di persone. È da questa domanda, dunque ragionando per sottrazione, che si può comprendere davvero cosa sia una Costituzione.
La risposta, nella cultura occidentale, affonda probabilmente le proprie radici nella tradizione filosofica del giusnaturalismo.
John Locke l’aveva ben dichiarato nel suo capolavoro, ovvero il Secondo Trattato sul Governo Civile (1689). L’idea centrale è che esistano diritti naturali dell’individuo: alla vita, alla libertà, alla proprietà. Questi si configurano come preesistenti a qualsiasi ordinamento statale, che dunque non può legittimamente sottrarli. Lo Stato non li crea, al più li riconosce e si impegna a tutelarli. Quando non lo fa, viene meno al patto che lo fonda. È su questa base che nel 1789 la Rivoluzione francese promulga la Déclaration des droits de l’homme et du citoyen: i diritti non sono una concessione del sovrano, ma una riconquista collettiva dal basso.
Una Costituzione, in questo senso, è il dispositivo attraverso cui difendere questa conquista dalla politica ordinaria. Diviene norma suprema, sottratta alla disponibilità delle maggioranze e affidata alla custodia di tutti i cittadini. Hans Kelsen, grande giurista viennese, avrebbe definito questo sistema come Grundnorm, ovvero norma fondamentale. La regola da cui tutte le altre traggono validità. Non è solo un testo: è la grammatica con cui una società decide di parlare di sé stessa. E come ogni grammatica, smette di essere visibile nel momento in cui funziona.
Prima dell’Italia: una storia di tentativi fragili
La storia costituzionale occidentale è in larga parte una storia di tentativi incompiuti. Non parliamo di idee sbagliate – spesso erano avanzatissime – ma di fondamenta poco solide. Le prime crepe nel potere assoluto si aprirono in Inghilterra: il Bill of Rights del 1689, figlio della Gloriosa Rivoluzione, sancisce per la prima volta limiti formali alla corona e garanzie parlamentari. Non a caso, è nello stesso anno che vede la luce il Secondo Trattato di Locke (di cui sopra). Meno di un secolo dopo, in America, la Dichiarazione di Indipendenza del 1776 compie un passo ulteriore: tra i diritti inalienabili compare per la prima volta il diritto alla felicità. Questo passaggio rappresenta un’apertura verso una concezione dei diritti non più solo difensiva, ma positiva e personale.
L’esperienza spagnola della Costituzione di Cadice del 1812 rappresenta proprio la sintesi tra idea avanzata ma applicazione labile. Innovativa nella limitazione del potere monarchico e per l’impianto liberale, fu abolita però nel giro di pochi anni. In Italia, i moti del 1848 portarono alla concessione dello Statuto Albertino all’interno del Regno di Sardegna. L’uso del termine “concessione” è esplicativo riguardo la natura dello Statuto. Era una Costituzione calata dall’alto, non conquistata dal basso. Flessibile per definizione, modificabile attraverso la legge ordinaria. La sua debolezza si palesò durante la dittatura fascista, periodo in cui lo statuto fu sì svuotato ma mai formalmente abolito.
Il caso più istruttivo, però, è la Costituzione di Weimar del 1919. Era la più avanzata del Mondo: diritti sociali, suffragio universale ed equilibrio tra i poteri. Ma fu la Costituzione sotto cui il nazismo andò legalmente al potere. Non perché fosse mal scritta, ma perché una Costituzione non si difende da sola, ha bisogno di una coscienza civile che la abiti. Weimar era rimasta un testo. Non era diventata cultura.
Il caso italiano: una Costituzione nata dalla scelta di campo
Quando i 556 costituenti si riunirono per la prima volta nell’estate del 1946, l’Italia era un Paese in macerie. Non solo materialmente: erano macerie morali, politiche, identitarie. Vent’anni di dittatura, una guerra disastrosa e la guerra civile. L’unico modo per ricominciare era farlo insieme. Democristiani, comunisti, socialisti, liberali, azionisti e qualunquisti: persone e idee che si erano date battaglia avevano il compito di costruire qualcosa in comune.
È sotto questa lente che va letta la gestazione della nostra Costituzione:
non solo come documento tecnico, ma come compromesso nobile tra visioni del Mondo profondamente diverse, tenuto insieme da un’unica esperienza condivisa. Quella della Resistenza. Chi aveva scritto la Costituzione sapeva esattamente cosa significasse non avere diritti. Li aveva visti calpestati e usurpati e li aveva difesi a rischio della vita. La Costituzione non nasce dall’astrazione ma dalla memoria di chi sa cos’è restarne senza. Rispetto ai precedenti storici, le discontinuità sono nette e consapevoli. Lo Statuto era flessibile, la Costituzione repubblicana è rigida, modificabile solo con procedura aggravata che richiede doppia deliberazione e maggioranze qualificate.
Lo Statuto era concesso, la Costituzione è fondata sulla sovranità popolare. Ma il confronto più significativo è con Weimar: anche la tedesca era rigida e avanzata, eppure non aveva impedito l’ascesa del nazismo. I costituenti italiani lo sapevano, e risposero con strumenti che Weimar non aveva: una Corte Costituzionale con il potere di annullare le leggi non conformi alla Carta, un presidente della Repubblica come garante super partes, e un catalogo di diritti sociali che ancora la democrazia a condizioni materiali di vita, non solo a garanzie formali. Il risultato è un’architettura regolamentata e regolante pensata per resistere.
Ottant’anni dopo: abitare consapevolmente
Gli ottant’anni dall’inizio dei lavori della Costituente non rappresentano un traguardo. Sono una tappa in un processo che, per sua natura, non ha un punto di arrivo. Una Costituzione non è un monumento: è un organismo. Vive nel tempo, si nutre di interpretazioni, la sua lungimiranza si misura anche nella sua capacità di mutare, entro certi limiti, insieme alla società. La nostra lo prevede esplicitamente all’articolo 138, che disciplina la revisione costituzionale, mentre la Corte Costituzionale ha elaborato nel tempo la dottrina dei principi supremi: un nucleo intangibile che nemmeno il legislatore costituzionale può toccare. È questo trait d’union tra flessibilità controllata e nucleo irriducibile che misura la grandezza di una Costituzione.
E allora, torniamo alla domanda con cui siamo partiti. Dimenticare la Costituzione è un problema di coscienza, o il segno che il sistema funziona?
La risposta, ovviamente, non può essere univoca, ma un dato recente invita a sfumare il giudizio. Il 22 e 23 marzo scorsi, il referendum sulla riforma della giustizia voluta dal Governo Meloni ha portato alle urne quasi il 59% degli italiani: una percentuale che, in termini assoluti, può sembrare contenuta, ma che acquista un significato preciso se confrontata con i referendum più recenti, quasi tutti naufragati per assenza di quorum. Quando la Costituzione è stata chiamata in causa, quando si è trattato di decidere se e come modificarla, gli italiani hanno risposto. Non in massa, ma in misura sufficiente a dire che il tema non lascia indifferenti.
Quel senso di perturbante estraneità (Unheimlich) di cui parlava Freud, ovvero la sensazione di estraneità verso qualcosa che dovrebbe essere il più familiare, descrive forse meno bene di quanto sembri il rapporto degli italiani con la propria Costituzione. È casa, si. E forse, quando qualcuno ne minaccia le fondamenta, ci si ricorda ancora di abitarla con cura, senza paura.
Alfio Faro
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