2 giugno 1946: quando l’Italia scelse di diventare una Repubblica

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2 giugno 1946 Italia Repubblica

Ottant’anni fa il primo grande esercizio di sovranità popolare: un atto fondato sulla partecipazione. Una data che vale ancora la pena ricordare a patto di capire perché

Lunghe file davanti ai seggi: silenziose, ordinate. Per la prima volta nella storia d’Italia, le donne potevano cingere tra le mani la tessera elettorale. Vi era la sensazione di assistere a un momento irripetibile, inedito: quello in cui era finalmente possibile decidere. Era il 2 giugno 1946, il Paese si lasciava alle spalle vent’anni di dittatura, una guerra persa due volte – sul campo e nella coscienza civile – e una devastazione che non era soltanto materiale. Eppure, quella mattina, milioni di italiani affollarono i seggi del Paese. 

Tutto questo non era affatto scontato. Una Nazione in ginocchio, con le città in macerie e un popolo che si misurava con l’arduo compito di ricostruire una quotidianità. Il rischio di cadere nell’apatia, nella rassegnazione era dietro l’angolo. Invece la scelta fu la partecipazione. Lo dimostra l’affluenza alle urne, un 89 per cento che oggi sembrerebbe un miracolo. Il referendum del 2 giugno non fu soltanto una scelta tra monarchia e repubblica: fu una rifondazione civile prima ancora che istituzionale. Un atto collettivo attraverso cui un popolo, dopo anni di oppressione, tornava a essere protagonista del proprio destino. 

Dalla guerra al voto: un Paese da rifondare

Per comprendere il peso reale di quella giornata bisogna ricordare da dove veniva l’Italia. Partiamo dai tre lunghi e rovinosi anni di conflitto, conclusi poi con l’armistizio di Cassibile del 1943, l’occupazione nazista e la frattura del Paese. La resistenza aveva tenuto viva una possibilità di riscatto, ma le ferite erano profonde e la memoria corta. Chi era stato fascista? La domanda imbarazzava, perché la risposta era spesso scomoda. Se c’era una risposta. 

A tal proposito, Cesare Pavese, in La casa in collina, scrive: “Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista“. È una confessione collettiva, non un’accusa individuale. L’Italia del dopoguerra era un Paese che non aveva ancora fatto i conti con se stesso. In questo vuoto morale si inseriva il referendum: non come soluzione a tutto, ma come punto di partenza. Uno strumento valido per ricollocare proprio quella collettività al centro del tessuto amministrativo

Infatti, nessuna istituzione, nemmeno la monarchia, poteva considerarsi intoccabile dopo quello che era accaduto. La Corona aveva firmato le leggi razziali, aveva coperto il regime per vent’anni, aveva abbandonato Roma all’occupante. Il re Vittorio Emanuele III aveva scelto di sopravvivere, non di resistere. Quella complicità rendeva urgente una legittimazione nuova: non dinastica, non militare, non concessa dall’alto. Doveva venire dal basso. Dal voto.

Il 2 giugno: la sovranità popolare entra in scena

Per la prima volta nella storia italiana, la volontà popolare avrebbe deciso la forma dello Stato. Non una successione dinastica, non una decisione militare: un voto. Umberto II, divenuto re poche settimane prima del referendum, accettò di sottoporsi al verdetto elettorale. Fu un gesto senza precedenti nella storia delle monarchie europee. Si comprese che la legittimità, anche di un sovrano, non poteva essere ereditata, ma la si poteva guadagnare. Che l’abbia fatto per convinzione o necessità, il principio che ne uscì fu rivoluzionario: il popolo sopra la Corona

Un altro passaggio potente di quella giornata riguardò le donne. Per la prima volta nella storia italiana chiamate al voto. Non era semplicemente un ingresso alle urne, ma un ingresso nello spazio pubblico, nella definizione stessa di cittadinanza. Il 2 giugno ridisegnò il confine di chi aveva diritto di decidere sul futuro del Paese. E lo ridisegnò includendo la metà che era sempre stata esclusa. 

All’Assemblea Costituente vennero elette 21 donne. Nomi che la storia tende a dimenticare in fretta: Nilde Iotti, Teresa Mattei, Lina Merlin. Donne che avevano partecipato alla Resistenza, alcune rischiando la vita, e che ora sedevano accanto agli uomini a scrivere le regole fondamentali della Repubblica. Il referendum del 1946 non fu la nascita di una nuova forma istituzionale. Fu la nascita di una democrazia partecipata.

L’Assemblea Costituente: trasformare una scelta in una democrazia

Il referendum decideva chi eravamo. La Costituzione provava a stabilire in che direzione doveva procedere questa nuova esistenza. Il lavoro dell’Assemblea Costituente – aperta il 25 giugno 1946 e conclusa il 22 dicembre 1947 – fu qualcosa di straordinario. Soprattutto se si considera il contesto: forze politiche dalle culture differenti, se non proprio opposte in un Paese in piena ricostruzione. Eppure, quelle 556 persone riuscirono a costruire un testo condiviso in meno di un anno e mezzo. La rapidità non va associata alla fretta bensì alla necessità. La consapevolezza dell’urgenza del Paese di possedere delle nuove fondamenta. 

Inoltre, il compromesso costituzionale, spesso presentato come una debolezza, fu una scelta consapevole. Democristiani, socialisti, comunisti, liberali: ciascuno cedette qualcosa e qualcuno ottenne qualcosa. Piero Calamandrei, giurista e costituente, definì la carta «la più bella del Mondo». Non per semplice retorica, ma per visione, sacrificio e fragilità. Aldo Moro, molti anni dopo, avrebbe insistito sul carattere pluralista della Costituzione come suo valore fondante, non come suo limite.

Figure come Teresa Mattei, la più giovane tra i costituenti, portarono nel testo un contributo fondamentale: l’esperienza diretta della Resistenza. La Costituzione dunque non è un documento astratto: è l’eredità concreta di chi ha combattuto e di chi ha perso. Un percorso a cui la cittadinanza è chiamata a guardare, non un traguardo raggiunto o raggiungibile. Questa distinzione è ancora oggi importante. 

Memoria o rituale? Il significato del 2 giugno oggi

Ogni anno, il 2 giugno, l’Italia sfila. Uniformi, autorità, discorsi ufficiali, i caccia che disegnano il tricolore nel cielo di Roma. È una cerimonia dalla forte carica simbolica. Ma la domanda che vale la pena porsi è un’altra: cosa resta, oltre il simbolo, della spinta partecipativa che fondò la Repubblica? 

Oggi, il problema non è solamente il calo dell’affluenza alle urne, che pure esiste ed è reale. È qualcosa di più sottile: la progressiva riduzione della democrazia procedurale. Il dibattito pubblico impoverito da slogan che non ammettono sfumature. La politica cede il fianco alla spettacolarizzazione sottraendo spazio alla decisione collettiva. La memoria storica resiste ma fatica a tradursi in consapevolezza civile quotidiana. Questi segnali convergono amaramente verso la medesima direzione: una democrazia formale svuotata dal senso della partecipazione

Nel 1946 il voto era una conquista appena strappata; la partecipazione, un gesto carico di significato. Commemorare il 2 giugno ha senso soltanto se quel significato viene tenuto vivo: non nella retorica delle celebrazioni, ma nella pratica del confronto, nella disponibilità al compromesso virtuoso tra idee diverse, nella cura quotidiana delle istituzioni comuni. Altrimenti, la memoria civile si trasforma in rituale svuotato. Esattamente il contrario di ciò che quella mattina di giugno voleva fondare.

Ottant’anni fa, un Paese distrutto credeva ancora nella possibilità di decidere collettivamente il proprio futuro. Quella fiducia tutt’altro che ingenua: era una scelta. Forse il significato più profondo del 2 giugno sta ancora lì, in quella scelta. E nella domanda che ci lascia in eredità: siamo ancora disposti a farla?

 

Alfio Faro

Foto ©️ Made in Loppiano, Liberation Route Europe, Storica National Geographic, ISGREC, Sociologicamente

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