Sisma in Colombia: perché Cali è così esposta

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Sisma Colombia

Il terremoto di Cali, il più forte dal 1979, riapre la domanda sul rischio sismico in una delle Regioni più instabili del Pianeta

Alle 7:34 di lunedì 10 agosto una scossa di magnitudo 7,4 ha colpito il dipartimento di Chocò, nell’ovest della Colombia, con epicentro nel piccolo comune di San José del Palmar. È il terremoto più forte registrato nel Paese dal 1979, e la terra ha continuato a tremare per circa quattro minuti. Le scosse hanno raggiunto Bogotá, Medellín, Cali, Pereira, Manizales e Quibdó, oltre che l’Ecuador e Panama. Nelle città più colpite decine di edifici sono crollati, incluso un ospedale universitario. Il bilancio, aggiornato dall’Associazione colombiana delle Città capoluogo, sale ad almeno 250 morti e 600 feriti, con diverse centinaia di abitazioni danneggiate o distrutte. 

A Cali, il sindaco Alejandro Eder ha disposto il coprifuoco e lo schieramento dell’esercito col fine di garantire la sicurezza delle squadre di soccorso impegnate nel recupero delle persone ancora intrappolate sotto le macerie. Il neo presidente Abelardo de la Espriella, insediatosi giusto tre giorni prima, ha già dichiarato lo stato di disastro nazionale. Ma la domanda che conta oggi, oltre il numero delle vittime, è perché. Il terremoto di Cali è un evento imprevedibile e isolato, oppure si inserisce in un quadro di attività sismica che rende alcune zone della Colombia strutturalmente vulnerabili? La Nazione si trova in una delle zone tettonicamente più attive del Pianeta. Il fattore rischio però si esplica anche nella vulnerabilità degli edifici e dalla preparazione all’intervento da parte dei soccorsi preposti. 

Cali: cosa è successo e perché proprio lì

Il sisma è stato localizzato a una profondità di circa 96100 chilometri, un dato che ci aiuta a comprendere come, pur con una magnitudo elevata, i danni più gravi si siano concentrati in alcune aree e non in un raggio uniforme. Infatti più una sorgente è profonda, più l’energia si disperde attraversando la crosta terreste; in questi termini definiamo la differenza tra magnitudo, che misura l’energia rilasciata dalla sorgente, e l’intensità, che misura invece gli effetti avvertiti in superficie.

Il motivo per cui la Colombia trema così spesso ha una spiegazione geologica precisa: è uno dei pochissimi Paesi al Mondo in cui convergono tre placche tettoniche. La placca sudamericana, su cui poggia la terraferma, la placca Nazca, su cui poggiano le isole di Gorgona e Malpelo, e infine quella caraibica, su cui poggia l’arcipelago di San Andrés e Providencia. Il sisma di lunedì è nato proprio da un fenomeno di subduzione, ovvero dall’infilarsi della placca Nazca sotto quella sudamericana. Non è un caso isolato: la Colombia registra in media 50 mila terremoti al mese, quasi tutti impercettibili.

Oltre alle vittime, il sisma ha causato più di 1.500 abitazioni danneggiate, una quarantina completamente distrutte e oltre sessanta edifici collassati. A Cali è scattato il coprifuoco, con l’esercito schierato per affiancare le squadre di ricerca e salvataggio. Nei prossimi giorni il lavoro delle autorità si concentrerà su tre fronti: monitoraggio delle repliche, messa in sicurezza degli edifici pericolanti e assistenza a sfollati e feriti. A Bogotá sono già attivi centri di raccolta, e gli Stati Uniti hanno stanziato 15,5 milioni di dollari per rifugi d’emergenza e valutazioni dei danni.

Un caso isolato? Il confronto con il caso venezuelano

Allargando lo sguardo, Cali non è un episodio scollegato dal contesto regionale. Poche settimane prima, il 24 giugno, il nord del Venezuela era stato colpito da un doppio terremoto di magnitudo 7,2 e 7,5, a poche decine di secondi di distanza, con un bilancio drammatico che a inizio agosto aveva superato le seimila vittime accertate. Il 9 agosto, alla vigilia del sisma colombiano, una scossa più lieve era stata registrata proprio al confine tra i due Paesi. 

Ad ogni modo, si tratta di episodi diversi, in quanto generati da porzioni distinte dello stesso sistema di placche: caraibica per il Venezuela e Nazca per la Colombia. La vicinanza “stagionale” tra i due fenomeni suggerisce un’ultima verifica: esiste davvero una “stagione dei terremoti”, magari legata all’estate? I dati sismologici non mostrano alcuna correlazione significativa tra i mesi dell’anno e la frequenza o l’intensità dei terremoti: è una coincidenza temporale, non una relazione scientificamente dimostrata. Più che chiedersi se esista una stagione a rischio, la domanda giusta è un’altra: quanto possiamo davvero prevedere questi eventi, e soprattutto quanto possiamo prepararci alle loro conseguenze?

Non prevedere il terremoto, ma ridurne il rischio

Torniamo alla domanda di partenza: il sisma di Cali è coerente con l’altissima sismicità della Regione andina, non un’anomalia isolata. Ma questo non significa che fosse prevedibile, né che un terremoto in Colombia permetta di anticiparne uno in un altro Paese della zona. È qui che si gioca la distinzione più importante. Prevedere un terremoto, cioè indicarne con affidabilità quando e dove avverrà una scossa specifica, resta ancora oggi impossibile: nessun sistema scientifico al Mondo è in grado di farlo. Valutare il rischio sismico è invece un esercizio possibile e già in atto: si possono studiare le faglie, calcolare le probabilità su base storica e statistica, mappare le vulnerabilità degli edifici e la capacità di risposta di un territorio.

È in questa seconda dimensione che si gioca davvero la partita di Cali.Sisma Colombia La domanda non è soltanto “perché la terra ha tremato”, ma quanto il territorio fosse preparato al momento in cui avrebbe tremato. Le politiche pubbliche su sicurezza edilizia, monitoraggio e allerta precoce, nuovi piani di evacuazione e capacità di assistenza rapida non impediscono il terremoto, ma decidono quanto quel terremoto costerà in vite umane. È la lezione che la Colombia, come il Venezuela poche settimane prima, sta pagando a caro prezzo.

 

Alfio Faro

Foto ©️ Reuters, The economist, GFZ, Direct Relief

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