Made in Europe, scontro Paesi Ue su appalti e industria

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Made in Europe

Parigi, Berlino e Madrid dividono Bruxelles sulla definizione di origine dei prodotti. L’Italia cerca un compromesso per tutelare le filiere nazionali

Francia, Germania e Spagna sono divise sulla definizione di “Made in Europe“, mentre l’Unione europea prepara nuove regole pensate per tutelare l’industria comunitaria dalla crescente concorrenza cinese. La proposta di Industrial Accelerator Act (legge per l’accelerazione industriale) della Commissione europea darebbe ai prodotti fabbricati in Europa – tra cui automobili, acciaio e tecnologie verdi – un trattamento preferenziale negli appalti pubblici. Ma i Governi dell’Ue non sono d’accordo su dove finiscano i confini dell’Europa: la Francia chiede una preferenza rigida per l’Unione, la Germania vuole includere i partner commerciali, mentre la Spagna propone un compromesso tra le due posizioni.

Il cuore della proposta: appalti pubblici come leva industriale

L’Industrial Accelerator Act, presentato dalla Commissione, mira a rafforzare la competitività, la resilienza e la decarbonizzazione dell’industria europea. Il testo introduce il concetto di “Made in Europe”, ovvero una preferenza europea che impone vincoli stringenti alle filiere produttive per poter accedere agli appalti pubblici dell’Ue. L’obiettivo dichiarato è aumentare la domanda per tecnologie e prodotti europei, accelerare gli investimenti industriali e ridurre dipendenze considerate eccessive da fornitori extraeuropei, in particolare dalla Cina.

Il bacino di appalti pubblici interessati vale oltre 2.000 miliardi di euro l’anno, una cifra che rende la posta in gioco particolarmente alta per le imprese del Vecchio Continente. La proposta agisce su settori strategici nei quali Bruxelles considera decisivi la capacità produttiva, la sicurezza delle forniture e la transizione energetica: acciaio, alluminio, cemento, veicoli elettrici, batterie, solare, eolico, idrogeno e tecnologie nucleari.

Per gli acquisti pubblici di veicoli elettrici, il progetto prevede assemblaggio nell’Unione e, dopo una fase di transizione, una quota del 70% di componenti europei, esclusa la batteria. Per l’alluminio destinato agli appalti pubblici è indicata una quota del 25% che dovrebbe essere europea e a basse emissioni; per l’acciaio il 25% dovrebbe rispettare il requisito low–carbon. Nel fotovoltaico, la proposta punta a far sì che inverter e celle provengano dall’Europa entro tre anni. Sono parametri che potranno ancora cambiare durante l’iter legislativo.

La Francia: preferenza rigorosa limitata ai 27

Parigi spinge per un approccio rigoroso limitato all’Ue. In un documento di posizione, il Governo francese chiede che i benefici dell’Industrial Accelerator Act siano riservati esclusivamente ai prodotti fabbricati all’interno dei 27 Stati membri. La posizione francese riflette una visione protezionistica, volta a tutelare l’industria europea da concorrenza esterna e delocalizzazioni.

«Channelling European public funds towards European factories is an urgent priority, (Convogliare i fondi pubblici europei verso le fabbriche europee è una priorità urgente)», ha dichiarato il ministro francese per l’Industria, sottolineando la necessità di indirizzare i fondi pubblici europei verso le fabbriche del Continente. La Francia teme che un approccio troppo aperto possa diluire l’efficacia della misura e favorire indirettamente competitor extraeuropei, vanificando l’obiettivo di rilanciare la manifattura comunitaria.

La Germania: “Made with Europe”, apertura ai partner commerciali

Berlino guida il fronte favorevole a un approccio più liberista all’Industrial Accelerator Act. Invece di imporre che i beni siano fabbricati nell’Ue, la Germania propone di estendere le regole sull’origine ai partner commerciali del blocco, a condizione che tali Paesi garantiscano in cambio lo stesso accesso alle aziende europee. «L’Industrial Accelerator Act, dal nostro punto di vista, deve seguire un principio: Made with Europe», ha dichiarato la ministra tedesca dell’Economia Katherina Reiche, prima della riunione dei ministri dell’Industria dell’Ue.

In un documento di posizione, il Governo tedesco sostiene che le regole di origine dovrebbero essere estese ai partner commerciali del blocco, a condizione che quei Paesi garantiscano alle imprese europee un accesso equivalente in cambio. Ciò potrebbe includere i firmatari dell’accordo sugli appalti pubblici (Agreement on Government Procurement o GPA) dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, oltre ai Paesi che hanno un accordo di libero scambio o un’unione doganale con l’Ue.

Reiche ha aggiunto che Paesi come la Norvegia e la Svizzera potrebbero essere inclusi, così come «Paesi partner» come il Canada, «al quale la presidente della Commissione ha offerto una partnership particolarmente privilegiata». La scorsa settimana, durante il suo discorso sullo stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto che al Canada venga attribuito lo status di membro «associato» dell’Ue, mentre Ottawa cerca legami più stretti con gli europei nel contesto della guerra commerciale con gli Stati Uniti.

La Spagna: mediazione in tre cerchi

Anche la Spagna ha diffuso un documento di posizione, che offre un compromesso tra l’approccio francese e quello tedesco. «Abbiamo fatto una proposta che stabilisce senza alcun dubbio il rafforzamento dell’Unione europea a 27, come ambito specifico in cui è necessario consolidare la capacità produttiva in Europa», ha dichiarato il ministro dell’Industria spagnolo Jordi Hereu i Boher. «Ma allo stesso tempo ritengo che delimitiamo perfettamente ciò che chiamiamo autonomia strategica aperta, in cooperazione e collaborazione con altre aree del Mondo e altri Paesi», ha aggiunto. Il documento propone di suddividere la preferenza europea in tre gruppi:

  • un nucleo costituito dai 27 membri dell’Ue;

  • un secondo gruppo che comprende i Paesi dello Spazio economico europeo, come la Norvegia, e i partner affidabili che offrono un accesso reciproco agli appalti pubblici;

  • un terzo gruppo che copre i Paesi che hanno accordi di libero scambio o unioni doganali con l’Ue, oltre ai firmatari dell’accordo sugli appalti dell’Omc. Il terzo gruppo potrebbe includere anche Paesi terzi che producono componenti «critiche» per la sicurezza economica dell’Ue, quando ciò è giustificato dall’«attuale mancanza di una capacità produttiva sufficiente nell’Unione» o di fonti alternative di approvvigionamento.

La posizione dell’Italia: apertura condizionata ai partner strategici

Made in EuropeL’Italia, terza economia dell’Ue, non ha ancora assunto una posizione chiara. Giovedì il ministro delle Imprese Adolfo Urso si è limitato a dire che è favorevole a una preferenza europea aperta a partner strategici. «Riteniamo che si debba partire dalla base industriale dei 27 Stati membri, con un approccio inclusivo ed equilibrato, sia in termini di salvaguardia delle catene del valore industriali sia per quanto riguarda i partner strategici del nostro Continente, che dobbiamo includere nella nostra strategia di politica industriale», ha affermato Urso.

Nel corso del Consiglio Competitività, Urso è intervenuto anche sulla revisione della definizione europea di «impresa in difficoltà», sul Chips Act 2.0 e sull’Industrial Accelerator Act, ribadendo la posizione italiana per un “Made in Europe” fondato sulla base industriale dei 27 e aperto, a condizioni di reciprocità, ai partner extra-Ue prioritari, soprattutto nei settori strategici per l’autonomia europea e la sicurezza degli approvvigionamenti. «È fondamentale rivedere le tempistiche di implementazione dell’IAA, poiché tra tre anni potremmo non avere più nulla da proteggere», ha dichiarato il ministro, invitando a non rimandare l’attuazione della misura.

Le implicazioni per il “Made in Italy”

La definizione di “Made in Europe” avrà implicazioni dirette anche per il “Made in Italy”. Secondo il ministro Urso, la proposta europea è «la miglior alleata del Made in Italy». «Siamo d’accordo con il ministro Urso nel proseguire i nostri sforzi per accelerare sul 28º regime, sull’integrazione del mercato unico e sulla riforma degli appalti pubblici di prossima presentazione», ha dichiarato il commissario europeo Stéphane Séjourné, in un incontro con il ministro italiano. Tuttavia, le imprese italiane temono che un approccio troppo rigido possa limitare l’accesso a componenti e materiali provenienti da Paesi terzi, aumentando i costi di produzione. Dall’altro lato, un approccio troppo aperto rischia di favorire indirettamente competitor extraeuropei, vanificando l’obiettivo di rilanciare la manifattura comunitaria.

Negoziato tra Parlamento e Consiglio

La proposta della Commissione europea deve ancora passare attraverso il negoziato con Parlamento e Governi. Non è quindi una regola già operativa. L’iter legislativo prevede che il testo venga esaminato dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’Ue, che dovranno trovare un accordo sulla definizione di “Made in Europe” e sulle soglie da applicare ai diversi settori. Il Kpi primario dell’Industrial Accelerator Act è il raggiungimento di una quota manifatturiera pari al 20% del Pil unionale entro il 2035 (dal 14,3% nel 2024). Questo traguardo non è meramente statistico, ma una scelta politica per l’ancoraggio delle catene del valore in Europa. La situazione attuale è critica: i settori strategici coperti dall’Atto rappresentano il 15% della produzione manifatturiera dell’Ue, ma agiscono come abilitatori fondamentali per l’intero ecosistema industriale.

Le preoccupazioni del Regno Unito

Il Regno Unito, uscito dall’Ue nel 2020, ha espresso preoccupazione per la proposta di “Made in EU”. «Non siamo noi i vostri nemici. Il problema non è il Regno Unito. Il “Made in Europe” dovrebbe affrontare questioni diverse», ha dichiarato un portavoce del Governo britannico, chiedendo che la misura non penalizzi le imprese britanniche che esportano verso l’Ue.

 

Elodie Dubois

Foto © IA, Mimit

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