Notte della Taranta: storia di una tradizione prossima al tramonto

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La Notte della Taranta

Il Concertone del 2026 nel cuore di Melpignano segna un punto di non ritorno per il festival della canzone popolare salentina

Maestro concertatore della 29°edizione della Notte della Taranta, Ermal Meta, ha deciso di optare per un modello ormai consolidato dai propri predecessori che fa parlare sempre di più Sanremo e sempre meno di pizzica. Di fronte a una folla di circa 150.000 persone, tra cui locali e “forestieri” (stranieri), si è consumato uno degli spettacoli che al meglio rappresenta la tradizione musicale salentina.

La Taranta conquista l’eurovisione

WikipediaIl Concertone si è tenuto come ogni anno nel cuore di Melpignano, in provincia di Lecce, con lo sfondo del magnifico ex convento degli agostiniani. È stato trasmesso in prima serata su Rai 3 e, per la prima volta, ha raggiunto le case di tutta l’Unione, conquistando la diffusione televisiva europea. Eppure, la portata sempre più ampia di un festival partito da una minuta piazza salentina non riesce a eguagliare la magia e la semplicità delle prime edizioni. 

La bussola del maestro concertatore ha cominciato a perdere i riferimenti tra i tempi della musica e quelli assai meno negoziabili della televisione e dello share. Non sono certo mancate interpretazioni degne di note e ben riuscite, a partire da Ferite Ferite di Enza Pagliara o il tradizionale canto d’amore Beddha ci dormi, eseguito con intensità da Levante – presente fra i super ospiti del 2026. Brani immancabili come Aria gaddhipulina e la Pizzica di San Vito hanno invece strizzato l’occhio a una piazza di facile esuberanza. 

Il punto centrale della questione rimane quanto dell’eredità che ha generato la Notte della Taranta sopravviva dentro il grande spettacolo allestito intorno a essa. Il gradimento soggettivo resta poco più di un aneddoto quando il senso complessivo dell’evento pare sempre più lontano dalle idee dei propri fondatori. Il Concertone promette la rielaborazione di pizziche, stornelli e canti d’amore nelle parlate salentine e in griko. Ma delude e lascia l’amaro in bocca, rendendo difficile parlare di valorizzazione di un retaggio secolare.

Rai e ascolti sempre più centrali

Da ormai più di 5 anni, si respira la mancanza dei grandi classici, ridotti all’osso perché poco comprensibili per idioma e appartenenza a chi non abita le calde terre del Salento. E della centralità delle eccellenze locali come Antonio Castrignanò o il Canzoniere grecanico. Abbondano invece esibizioni radiofoniche, spettacolari, ma per nulla adatte al palco in cui trovano spazio. La Taranta moderna è in grado di fare audience, certo, aperta a tutti, ma legata ai desiderata delle grandi Tv e incapace di tutelare un patrimonio immateriale come la pizzica. 

La natura ibrida e la mescolanza sono sempre stati parte del Concertone, un palco che ha aperto più volte a influssi arabeggianti, balcanici e orientali. Musicisti e ballerini di tutto il Mediterraneo allargato vi hanno preso parte, portando in dono strumenti, ritmi e armonie alternative perfettamente compatibili. Quel crocevia fra culture che dal tamburello al qanun pare essere ora svanito preda del proprio gigantismo. Una macchina famelica di risorse, pubblico, relazioni e visibilità che non può fare a meno di star nazionali, provenienti dal palco dell’Ariston – Sayf, Levante e, negli anni passati, Geolier o Serena Brancale.

Esibire i dati sul pubblico raggiunto con la diretta non risolve l’equazione, perché le variabili sono molte e non tutte sono misurabili in numeri. La Taranta è nata per essere suonata, tramandata e reinventata. Non per vedersi trasformata in un enorme giradischi della canzone italiana. Il rischio è che finisca irrimediabilmente per diventare un souvenir immateriale di questa terra.

Il Concertone inaugurale e le prime edizioni

La chiave di SophiaNel 1998 prendeva forma la prima edizione della Notte. Attorno a una tavola imbandita, a casa del vicesindaco di Melpignano, Sergio Blasi, Massimo Manera, presidente del Consorzio dei comuni della Grecìa salentina e il giovane sindaco di Cutrofiano Lucio Meleleo gettavano le basi per un fenomeno culturale senza precedenti. In ballo, 50 milioni di lire messe a disposizione dal Consorzio per la valorizzazione del griko, in un Salento che già a fine anni Novanta fremeva di attivismo culturale e desiderio di riconciliare il proprio presente con la storia dei propri antenati.

L’ambizione dei fondatori era segnare la fine del tarantismo come inteso da Ernesto De Martino nella celebre opera La Terra del Rimorso, per affermarne una “nuova via alla musica popolare salentina”, in grado di aprirsi al Mondo senza perciò rinunciare alla propria dimensione locale. Nacque così l’idea di far esibire simultaneamente vari complessi popolari in diversi paesi della Grecìa, per poi farli confluire tutti in un gran finale improvvisato sul sagrato della Piazza di San Giorgio, a Melpignano. 

La direzione artistica del neonato evento fu affidata ai musicologi Gianfranco Salvatore e  Maurizio Agamennone. Ma il cammino fu tutt’altro che privo di ostacoli. Luigi Chiriatti, esponente del comitato scientifico, si dimise immediatamente in aperto dissenso con l’impostazione progettuale, schierandosi con l’ala dei “puristi” che accusavano l’iniziativa di essere poco rispettosa del retaggio musicale autentico. La tensione divenne incandescente persino in sala prove, dove l’introduzione di strumenti moderni come tastiere e batteria, a fianco dei classici tamburelli e violini, scatenò duri scontri tra tradizionalisti ed elementi innovatori.

L’esplosione del fenomeno e la sua morte

WikipediaFu l’intervento decisivo di Daniele Durante (futuro direttore artistico del Concertone nel 2016) a convincere i musicisti e i cantori locali a non abbandonare il progetto, proseguendo il lavoro. Nonostante le continue frizioni, l’orchestra guidata da Sepe salì sul palco di Melpignano, battezzando la nascita della Notte della Taranta di fronte a una folla letteralmente in delirio.

L’anno successivo rappresentò il consolidamento strutturale del festival, assumendo una veste decisamente più definita e curata nei dettagli. Pur mantenendo lo schema dei concerti simultanei nelle piazze grike, la jam session del debutto lasciò spazio a un vero e proprio ensemble strutturato. L’edizione di fine millennio registrò un successo straordinario, animando un’atmosfera vibrante che invase i vicoli di Melpignano tra ronde spontanee, tamburelli battenti e un flusso ininterrotto di persone

Con l’avvento del 2000, la Taranta compì il suo salto definitivo, trasformandosi in un festival di portata nazionale. Piazza San Giorgio, ormai satura e insufficiente a contenere la marea umana che accorreva da tutto il Sud, viene abbandonata in favore di un piazzale decisamente più capiente. Nei quasi tre decenni successivi, la pizzica si fondeva e contaminava con più generi, dal jazz al blues e al soul, pur integra nella propria tradizione.

Oggi, in Salento, terra di ulivi e tamburelli, ne rimane un ricordo ormai sbiadito. Cancellato dal tempo e dalle maniere moderne. Se è vero che secondo un celebre verso popolare «ci balla la pizzica nu more mai», oggi destinato a durare in eterno pare essere il business alle spalle.

 

Fabio Sinisi

Foto© La Notte della Taranta, Wikipedia, La chiave di Sophia

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