A Salisburgo un “Così fan tutte” colmo di disillusione

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Il regista Christof Loy decifra il carattere gelidamente astratto del capolavoro mozartiano

Il Festival di Salisburgo era ancora debitore nei confronti del proprio pubblico del Così fan tutte pensato da Christof Loy, purtroppo andato in scena mutilo nel 2020 causa le restrizioni previste dall’emergenza pandemica. Il medesimo spettacolo è tornato quest’anno sul palcoscenico del Groβes Festspielhaus nella Città natale di Mozart, stavolta annunciato nella sua veste integrale che, vedremo, del tutto integrale non è stata.

La perfezione formale dell’opera viene tradotta dal regista in uno spettacolo di apollinea purezza. La scena appare di limpido candore, screziata solo dai costumi neri dei personaggi e dall’improvviso aprirsi delle quinte su un paesaggio oscuro, simbolo dell’irruzione dell’ignoto e delle insidie del desiderio.

Così fan tutte, infatti, è l’opera più misteriosa di Mozart, per usare un’espressione di Giovanni Carli Ballola. La commedia umana dapontiana diviene artificio, gioco di maschere, intreccio di geometrica perfezione, partita a scacchi spietata in cui la posta in gioco è la virtù femminile. Da qui l’estetica in bianco e nero pensata da Loy e concretizzata nelle scene di Johannes Leiacker e nei costumi di Barbara Drosihn. Le luci di Olaf Winter contribuiscono poi ad acquarellare con tocchi di irrealtà l’intreccio, assolutamente privo di verosimiglianza. Chi potrebbe mai credere, infatti, che Fiordiligi e Dorabella possano non riconoscere i loro promessi sposi, seppur travestiti?

I personaggi sono in scena anche quando dovrebbero rimanere occultati, a dimostrazione di come non sia importante credere in quello che accade. L’adesione dello spettatore deve essere di carattere astratto, o meglio mentale.

Loy basa tutto sulla recitazione, dosando perfettamente gli elementi dell’opera buffa di derivazione italiana, certo presenti, con il carattere sperimentale del testo. Le gag ci sono, ma ridotte all’osso. Il pittoresco settecentesco viene totalmente eliminato. Solo due scarpe femminili in scena e poco altro. Quello che resta, alla fine, è il senso di malinconica disillusione. Le coppie ricomposte hanno attraversato uno spazio buio, dopo il quale nulla sarà più come prima.

Così fan tutte rompe con l’illuminismo per introdurre il dubbio. I sentimenti umani hanno vita effimera dietro l’urgenza della tentazione. In tal senso Mozart prosegue qui il discorso aperto dal Don Giovanni.

L’esecuzione

Secca, tesa, colma di ritmo teatrale la lettura di Joana Mallwitz. Nei momenti narrativi più accesi aderisce alla drammaturgia dapontiana con vigore, mentre nelle oasi dai cameristici preziosismi ottiene quel superiore distacco che avvolge la scrittura di Mozart. Come se le passioni fossero già alle sue spalle, per addentrarsi in zone inattingibili agli umani. I Wiener ne assecondano la lettura con virtuosistico nitore.

Unica pecca nella struttura musicale i numerosi tagli, fra cui quello doloroso di “è la fede delle femmine come l’araba fenice”, imperdonabile carenza nell’economia drammaturgica. È questo infatti l’assunto dal quale scaturisce l’intera azione. Mancava anche l’aria “donne mie, la fate a tanti” di Guglielmo, e altri brani sparsi. Assenze che non trovano alcuna ragione d’essere e che mutilano un capolavoro.

Cast ben assortito e in linea con la lettura registica. Trionfatrice della serata Lea Desandre, una Despina frizzante e maestra delle astuzie amorose. Johannes Martin Kränzle rende efficacemente la filosofia empirica e dissacrante di Don Alfonso, anche se la voce non è più fresca come un tempo. Elsa Dreisig è una Fiordiligi completa, sia nei momenti di ostinata fedeltà, sia nelle derive peccaminose. Brava del pari la Dorabella di Victoria Karchakeva, dal timbro rotondo e dalla accesa sensualità. Andrè Schuen è un Guglielmo di accattivante presenza scenica, baldanzoso e superficiale come si conviene, mentre Bogdan Volkov incarna un Ferrando sognante ma non esangue. Grande successo di pubblico in una sala gremita.

 

Oksana Tumanova

© SF/Monika Rittershaus

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