Don Chisciotte fra tradizione e modernità al Cantiere internazionale d’Arte di Montepulciano
Il Cantiere internazionale d’Arte di Montepulciano nasce nel 1976, all’insegna dell’anticonformismo e in opposizione a qualsiasi formula stereotipata. Hans Werner Henze fa dell’Italia la propria patria d’elezione, il luogo dove esercitare una libertà per lui impensabile in Germania. Il concetto di “musica impura” da lui coniato, ovvero di un pensiero organizzativo che non ha paura delle mescolanze stilistiche e delle derive peculiari, evoca le linee essenziali della cultura postmoderna.
Guidato dalla volontà di attualizzare il passato, per la prima edizione del Cantiere il compositore scelse di rielaborare un’opera settecentesca desueta come il Don Chisciotte della Mancia di Paisiello. Una decisione solo apparentemente strana, in realtà perfettamente in linea con una poetica che lo porterà a operare numerose elaborazioni di opere antiche, fra le quali la più nota è forse quella dell’Ulisse monteverdiano.
La decisione di Henze di vivere in Italia, al di là di una iniziale idealizzazione, ha certo a che fare con il ricco panorama musicale peninsulare in quegli anni. Una scelta artistica ma anche di carattere morale. La ricerca della libertà orienta Henze verso l’Italia e verso Montepulciano, un paesaggio dove egli può vivere un proficuo anonimato, dimenticando le pressioni e le aspettative della cultura germanica.
In questo senso il compositore può dare libero sfogo alle proprie forze creative, esprimendo una vitalità e un eclettismo che hanno pochi termini di paragone nel panorama coevo. Henze, nell’aspirare a un nuovo umanesimo, è davvero un compositore dal respiro europeo, capace di rielaborare i miti fondanti della nostra cultura, mosso da un’immaginazione sfrenata e da una incontenibile irrequietezza.
Fra Settecento e modernità
La figura di Don Chisciotte deve aver affascinato Henze per il suo carattere folle, per la sua capacità di scompaginare le coordinate del reale. Particolare è la scelta di non scrivere un’opera originale, ma di rielaborare un lavoro di scarsa circolazione.
La rivisitazione del testo, che prevede anche l’introduzione di parti recitate da due attori, è
affidata a Giuseppe di Leva, mentre la rinnovata veste musicale appartiene allo stesso Henze. Per l’edizione 2026 del Cantiere, che coincide con i cento anni dalla nascita del compositore e con il cinquantenario della creazione del Festival, la direzione artistica ha scelto di riproporre questo lavoro, allestito originariamente in piazza Grande e ora trasposto nelle dimensioni più contenute del Teatro Poliziano (il presente articolo si riferisce alla recita del 18 luglio 2026). Nell’ambito di una vicenda che ricalca gli stereotipi settecenteschi degli intrecci amorosi e dei contrasti sociali, con i nobili e le servette a comporre un quadro piuttosto variegato, l’irruzione di Don Chisciotte e Sancho Panza turba le coordinate tradizionali dell’opera buffa. In questo risiede l’interesse di Henze per questa partitura.
Forse egli stesso si identificava nell’hidalgo allampanato dalle utopistiche ambizioni (come del tutto utopica era e resta la formula del Cantiere di Montepulciano), e anche nelle forme più terragne di Sancho, che celano uno sviluppo intellettuale innegabile nel corso del romanzo.
Due attori introducono la storia, con Don Chisciotte a stigmatizzare la scelta dell’opera buffa a svilire imprese che questi crede colossali, e con Sancho a ricondurre il discorso nei binari di una sana ironia. L’operazione è indubbiamente stimolante, e all’epoca deve aver coinvolto le maestranze locali in maniera totale. Cosa che è accaduta anche oggi, pur in un contesto inevitabilmente mutato.
Reinventare il passato
Dal punto di vista musicale, Henze utilizza un piccolo ensemble insieme a una banda di paese, quasi a simboleggiare il contrasto fra l’ideale donchisciottesco e la materia grezza. La musica di Paisiello resta nella sua ossatura ma appare come scarnificata, immersa in timbriche moderne che ne modificano il significato. Anche la vicenda, pur mantenendo il carattere di divertimento, addita riflessioni più profonde sulla sanità e sulla follia, sulle frizioni sociali, sulle derive di un mondo che, negli anni Settanta, era certamente preda di violenza e aneliti rivoluzionari.
Reinventare il passato per chiarire il presente, questa deve essere stata l’idea motore dell’operazione. Henze crede nella forza comunicativa del teatro musicale ma, per sottrarlo a un’estetica predefinita, ne mina la stabilità mediante un’immaginazione onnivora. Nel Don Chisciotte rigore e fantasia si incontrano, nell’analisi puntuale delle fonti e nella loro rielaborazione. Il compositore lascia che il passato e il presente si incontrino, generando particolari alchimie. Dualismo che traspare nei doppi dei personaggi, incarnati dagli attori, e in una trama che si muove ai confini dell’irrealtà.
L’opera comica, in tale maniera, trascende i propri limiti trasformandosi in un luogo quasi surreale, nel quale suoni orchestrali vengono sbeffeggiati da risonanze bandistiche. Il livello alto e quello popolare si incontrano, il sogno e la veglia si intersecano di continuo turbando lo spettatore.
L’allestimento
Esecuzione pregevole con Marco Angius a guidare l’Ensemble dell’Ateneo Renano e Giacomo Valentini a dirigere la Banda Poliziana. Nell’ambito di un cast di tutto rispetto spiccava il Don Chisciotte ben cantato e recitato di Nicola Di Filippo. Fra i migliori citiamo ancora la Contessa di Emelina Medina Martinez, la Duchessa di Luzia Ostermann e il Don Calafrone di Paolo Mascari. Brave anche Yewon Lee (Carmosina) e Seoyoung Jang (Cardolella), anche se poco attente alla pronuncia. Buoni gli attori, Alessandro Zazzaretta (Don Chisciotte) e Anelio Salvadori (Sancho Panza).
Il regista Michael Dissmeier ha curato in maniera egregia i movimenti e la recitazione. L’allestimento si è avvalso delle scenografie e dei costumi creati dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf. Uno spettacolo semplice, forse anche troppo stilizzato, che comunque riesce a veicolare un senso di onirica irrealtà. Attori e cantanti impegnati sia in scena quanto sui palchi e in platea, a rompere qualsiasi barriera fra artisti e pubblico.
Il concerto inaugurale
La cinquantunesima edizione del Cantiere offre grande spazio alle musiche del suo
creatore. Non a caso il concerto inaugurale dello scorso 17 luglio al Tempio di San Biagio aveva in programma Nachtstücke und Arien, nella versione per piccola orchestra predisposta da Detlev Glanert per l’occasione. Le liriche di Ingeborg Bachmann rappresentano un tassello importante nell’amicizia e nella collaborazione fra i due artisti, culminate nei grandi successi del Prinz von Homburg e in Der junge Lord. Dal punto di vista strutturale, l’opera alterna brani sinfonici a due liriche della poetessa dal respiro cosmico. L’introduzione evoca sonorità e timbriche dal preziosismo vagamente francese, mentre il tessuto strumentale si carica progressivamente di drammaticità. Notte e giorno si alternano in paesaggi sonori particolarmente frastagliati e forieri di turbamento.
Un plauso merita il soprano Marily Santoro per essersi calata totalmente negli abissi lirici creati dalla Bachmann. La voce è duttile, generosa nelle sfumature ma anche dotata di importante peso specifico. Markus Stenz ha diretto da par suo la giovane Orchestra Sinfonica delle Alpi sia nel brano di Henze, quanto nella Terza di Beethoven che completava il programma, eseguita senza un filo di retorica, con precisione ed energia ammirevoli.
Oksana Tumanova
Foto © Irene Trancossi













