“Saint François d’Assise” a Salisburgo: il dolore della redenzione

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La colossale opera di Messiaen dedicata al Santo di Assisi in scena nella Felsenreitschule

La storia interpretativa del Saint François d’Assise di Olivier Messiaen trova in Salisburgo il proprio luogo d’elezione. Andato in scena per la prima volta nel 1983, proprio nella città natale di Mozart ha avuto due delle sue più importanti incarnazioni, nel 1992 sotto la direzione di Salonen e nel 1998 con la bacchetta di Nagano. Merito del Festival aver nuovamente programmato questo titolo certo non facile, dalle dimensioni colossali ampliate ancor di più dalle pause di un’ora ciascuna. Una decisione che ha scoraggiato alcuni dal rientrare nella Felsenreitschule per il terzo e ultimo atto. Peccato, perché la serata è di quelle da ricordare. Il regista Romeo Castellucci, nell’intervista pubblicata sul programma di sala, ha voluto omaggiare le capacità visionarie di Markus Hinterhäuser, ormai ex sovrintendente sospeso dopo mesi di aspre frizioni con il consiglio di sorveglianza del festival, per aver reso possibile tale allestimento.

Spettacolo ambizioso, denso, degno della fama del regista cesenate. La scena si apre sul gesto rivoluzionario di San Francesco. Un pannello con la figura di un gentiluomo viene rimosso, mentre il protagonista si spoglia delle proprie vesti. L’immagine di una strada che si perde nell’infinito prefigura le sue peregrinazioni. La foto di un ragazzo sordo cieco, il quale riesce per la prima volta a percepire la musica grazie a un nuovo apparecchio, simboleggia la rivelazione. Una città capovolta addita visioni dantesche.

Castellucci chiede un grande impegno al protagonista. La sua è una regia fisica, impostata come una performance artistica. Vasi vengono modellati, pani vengono cotti in enormi forni portati in scena. Animali vivi, come il lupo, percorrono la scena. Alla fine compare anche un piccolo gregge di pecore, simbolo di una penosa redenzione. Gli uccelli oggetto della predica piombano morti al suolo; un’immagine dalla forza apocalittica. Nel terzo atto il santo riceve le stimmate dolorosamente, trafitto da un’asta infuocata. Il sacrificio richiesto da Dio è totale. Egli stesso si scava la fossa, come un prigioniero destinato a morte certa. L’atmosfera è cupa. Tutto riporta alle grandi tragedie del nostro tempo. La Felsenreitschule, con la sua pietra grigia, è il palcoscenico ideale per tale impostazione registica.

Maxime Pascal è chiamato a un impegno arduo; mantenere la coerenza narrativa in un contesto frammentato, sia dal punto di vista drammaturgico quanto da quello musicale. Un compito superato a pieni voti. La complessa visione di Messiaen risuona di note celesti, dal gamelan alle onde Martenot, in un inesauribile caleidoscopio di colori. I Wiener lo seguono con assoluta precisione, mentre il coro fuori scena riverbera sonorità apocalittiche.

Il cast assolve perfettamente al proprio ruolo, a cominciare dal protagonista Philippe Sly, impegnato allo stremo sia fisicamente che vocalmente. Nonostante un improvviso affaticamento, annunciato all’inizio del secondo atto, conclude la recita senza evidenti cedimenti. Etereo come si conviene l’angelo di Lauranna Oliva; a lei sono affidati i momenti più lirici della partitura. Tutti i frati, fra i quali spicca il veterano Willard White, offrono il proprio contributo all’edificazione di una vera e propria cattedrale sonora dalle impressionanti proporzioni.

 

Oksana Tumanova

Foto © Monika Rittershaus

 

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