L’opera di Alban Berg in scena al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, nella visione di Deborah Warner, appare ancor più attuale e colma di presagi
Dopo aver assistito a una rappresentazione del Woyzeck di Georg Büchner al Residenz Theater di Vienna, nel maggio del 1914, Alban Berg decise di farne l’argomento della sua prima opera. Evidentemente il dramma lo aveva a tal punto colpito da spingerlo alla composizione, nonostante l’opinione contraria di Schönberg. Ne scaturì uno dei capisaldi del teatro novecentesco.
Il dramma di Büchner
La morte prematura avvenuta nel 1837, a soli ventitré anni, non impedì a Büchner di confezionare alcuni drammi folgoranti, in grado di consegnarlo alla ristretta schiera dei geni. Rivoluzionario, fautore di una società segreta per i diritti umani, mosso da una inesausta passione per gli studi scientifici, Büchner lascia un marchio indelebile nella storia della letteratura. Il suo Woyzeck fa piazza pulita di qualsiasi illusione di derivazione idealista. L’uomo è una pedina nelle mani di un destino incomprensibile. La libertà è una semplice illusione, mentre qualsiasi azione concreta si rivela inutile.
La drammaturgia frammentata di Woyzeck dovette essere di incoraggiamento per il giovane Berg. Nella storia del soldato degradato a cavia dal dottore, umiliato e infine preda della follia omicida doveva vedere tutte le tragedie che, di lì a breve, avrebbero fagocitato l’Europa. Il lavoro febbrile sull’opera venne interrotto proprio dalla guerra. Lo stesso Berg scrisse che la vita militare, nella sua insensatezza, gli era stata di ispirazione.
La visione di Deborah Warner
Wozzeck venne rappresentato per la prima volta a Berlino nel 1925, e fu subito chiaro che aveva la statura del capolavoro. Ora, appena oltre i 100 anni di distanza, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino mette in scena l’opera nella declinazione ideata da Deborah Warner per il Covent Garden nel 2023. Spettacolo di grande impatto emotivo, denso di significato.
Nell’ottica della regista britannica Wozzeck è un diseredato, un emarginato dalla società. Per questo se ne va in giro abbigliato come un uomo delle pulizie (i costumi sono di Nicky Gillibrand), costretto a sopportare lo scherno degli altri, dedito alla manutenzione delle latrine. Non vi è redenzione possibile per lui. Il suo destino è nella follia, nell’omicidio e nella morte.
Quanta attualità c’è nella vicenda di Wozzeck. Egli accetta persino di fare da cavia umana pur di sbarcare il lunario. Il dottore lo sfrutta, costringendolo a un regime alimentare nocivo per dimostrare le proprie teorie e raggiungere un’ipotetica fama. La sua condizione di vittima designata appare subito evidente, nel sadismo dell’ambiente militare, nella crudeltà della scienza.
Le scene di Hyemi Shin appaiono totalmente funzionali alla visione registica. Apprezzabile l’idea di eseguire l’opera come un atto unico (in realtà è divisa in tre parti), di grande compattezza drammaturgica. La misteriosa estraneità della natura si manifesta in alcuni abeti sospesi nel vuoto, mentre il paesaggio si tinge di un rosso sanguigno. La gelida atmosfera cittadina viene resa con magistrale essenzialità, fra pochi oggetti di scena, un letto, una sedia, e palazzi grigi a racchiudere misere esistenza. L’algida visione medica, pronta a sacrificare l’uomo, si materializza in una camera mortuaria.
Spettacolo di grande forza emotiva dicevamo, che culmina nella scena dell’uccisione di Marie. Nel finale i traumi esistenziali si concretizzano nell’immagine del bambino, ormai orfano e solo, preso in giro dai suoi piccoli compagni. Come a dire che la storia si ripete, e nulla può cambiarne il corso.
Le spoglie dell’Europa
Un gabinetto medico, le piastrelle di un bianco cadaverico, un cadavere autentico adagiato su un letto, il cartellino identificativo che penzola dall’alluce. Le spoglie di un’Europa appena uscita dalla prima guerra mondiale, verrebbe da dire. Deborah Warner vuole materializzare l’orrore. Una società di mutilati, sopravvissuti, intossicati dai gas nelle trincee fangose. E Wozzeck è lì, sfruttato e tormentato.
Un dramma colmo di disperazione, infestato di rabbia, percorso da inquietanti presagi. Berg già delinea i paesaggi del secondo conflitto mondiale. Si respira aria di polvere da sparo nella sua opera. Per questo è importante riflettere su questo testo, e su questa musica, nel nostro mondo minacciato da inestinguibili conflittualità. Il baratro nel quale Wozzeck precipita non è mai stato tanto vicino.
L’esecuzione musicale
Thomas Guggeis dimostra maturità e controllo perfetto di una partitura calibrata in ogni minimo dettaglio. La sua lettura convince tanto nelle asprezze liriche, quanto negli squarci espressionisti, grazie anche a una grande prova dell’Orchestra del Maggio. Wolfgang Koch è un Wozzeck passivo, vittima delle altrui angherie, sempre in bilico sul limitare della follia. Anja Kampe è una Marie di grande intensità espressiva, anche se un poco fiaccata nell’acuto da tanti cimenti wagneriani. Wolfgang Ablinger-Sperrhacke incarna un capitano caricaturale, mai troppo, e colmo di sfumature. Clive Bayley è un dottore freddo e crudele, mentre sufficientemente robusto è apparso il tamburmaggiore di Ian Koziara. Apprezzabili gli altri.
Ottimo il coro sotto la guida di Lorenzo Fratini, bene il coro di voci bianche preparato da Sara Matteucci. Meritato trionfo in una sala piena.
Oksana Tumanova
Immagini di © Michele Monasta













