Francesco Guccini, poeta e spirito libero

0
101

Se n’è andato in silenzio a Pavana tra Emilia e Toscana dove era tornato per vivere serenamente l’ultima parte della sua vita

La notizia della scomparsa di Guccini, all’età di 86 anni, ha portato con sé un’ondata di cordoglio che ha attraversato tutto lo spettro della politica e della cultura italiana. Ma forse è proprio in questo cordoglio bipartisan il senso di un artista che, a mio avviso, ha saputo tenersi lontano da ogni omologazione politica e culturale. Indubbiamente è stato un anarchico-libertario, con una forte identità nella sinistra, ma la sua poetica è andata molto ad di là di questo ed è patrimonio di ciascuno.

La poesia senza retorica

Definire Guccini un poeta è quasi un luogo comune, eppure nessuna definizione gli calza meglio. La sua poetica, tuttavia, era fatta di “saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria”, di osterie bolognesi, di notti passate in via Paolo Fabbri 43. I suoi testi sono racconti, quasi sempre autobiografici, capaci di trasformare il dettaglio più ordinario in una riflessione universale.

Colpisce la sua straordinaria capacità ed efficacia di cogliere la malinconia del vivere nei dettagli della vita quotidiana. I protagonisti sono persone semplici spesso ai margini della società della fine del secolo scorso. Nelle canzoni si parla di treni che sferragliano verso un destino incerto, di toccanti e tenerissime canzoni d’ amore e di profondissime figure di emarginati come il Frate o il Pensionato.

La malinconia

“Autogrill” diventa una meditazione sul tempo e sulle occasioni perdute; “Incontro” una malinconica elegia per un’amicizia e per un mondo che cambia. Tutto questo raccontato da quella sua straordinaria capacità di cogliere, e di saper esprimere, la malinconia in questa Italia a cavallo tra i due secoli e in profonda trasformazione.

Guccini non offriva risposte ma condivideva il dubbio. E lo faceva con un linguaggio che mescolava la citazione colta con il parlato quotidiano, senza scadere nella banalità. La sua grandezza stava nel parlare a tutti, con la profondità di un intellettuale e la semplicità di un cantastorie. Il Premio Montale, conferitogli nel 1992, fu il riconoscimento ufficiale di una dimensione poetica che andava ben oltre la canzone d’autore.

I rapporti con la politica

La sua poetica ha superato la dimensione politica anche se, alla fine, nell’immaginario collettivo, viene identificato come un cantautore di sinistra. Ed è proprio qui, nella sua essenza poetica più profonda, che emerge la distanza sostanziale tra Guccini e la politica. Non quella che lui sentiva e che lo portava a definirsi un “anarchico-libertario” con un cuore sempre a sinistra, ma quella che la politica ha sempre cercato di stabilire con lui.

Le sue canzoni, da “La locomotiva” a “Dio è morto”, sono state assunte come inni di una generazione, colonne sonore di un impegno civile che sembrava non avere confini. Eppure, lui ha sempre rifiutato l’etichetta di cantautore militante. “Ho sempre toccato le vite delle persone, canzoni esistenziali, di gente che si barcamena”, dichiarò. Per lui, raccontare la storia del macchinista Pietro Rigosi in “La locomotiva” non era un atto politico, ma la narrazione di una storia di ribellione e giustizia. La sua era una politica fatta di esempi, non di slogan.

Le reazioni del Parlamento e del Governo

Ieri, nell’Aula della Camera, i deputati di tutti gli schieramenti si sono alzati per applaudirlo. Un gesto che, se da un lato ne certifica lo status di icona nazionale, dall’altro stride con la vita di un uomo che definì la Meloni e i suoi alleati “i Fasci” in una celebre e irriverente interpretazione di “Bella ciao”, e che paragonò i 5 Stelle ai “Testimoni di Geova” per la loro supposta impreparazione.

Lui stesso aveva declinato l’invito di Giorgia Meloni ad Atreju, consapevole che la sua arte non poteva essere strumentalizzata da nessuna parte politica. Guccini votava a sinistra, amava Nenni, ma non si è mai riconosciuto nel comunismo rimanendo un libero pensatore e uno spirito indipendente.

Mi hanno molto colpito le parole di Giorgia Meloni che riporto integralmente: “Francesco Guccini ha interpretato inquietudini e ideali di generazioni di italiani. E io ho amato profondamente la sua musica e le sue canzoni. Conosco a memoria molti dei suoi testi. Splendidi, poetici, lirici. “Cirano” e “Cristoforo Colombo” sono tra le composizioni più belle e profonde della musica italiana, e io gli sono grata per il contributo che ha dato alla mia formazione ideale. Continuerò a cantare le sue canzoni, e a ringraziarlo per averci regalato delle emozioni. Lo farò nonostante probabilmente non ne sarebbe contento, nonostante abbia letto le sue dichiarazioni livorose verso di me. Perché non mi appartiene e non mi apparterrà mai l’ideologia: sono una persona libera e la libertà di leggere e ascoltare tutto, al di là delle differenze, sarà sempre la mia bussola”.

Cordoglio bipartisan

In un’Italia che spesso cerca di incasellare i suoi artisti, Guccini è rimasto una scheggia impazzita. Un gigante della cultura che ha preferito l’osteria al salotto buono, il libro alla prima pagina dei giornali, e la coerenza al consenso. Per chi lo ha ascoltato, Guccini è già immortale, senza bisogno di spiegare perché. È sufficiente essersi emozionati ascoltandolo con la fierezza di un sognatore e senza chiedere il permesso a nessuno.

 

Nicola Sparvieri

Foto © Italiani News, ANSA, Francesco Guccini, Agenzia Cult, WineNews

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui