Verso le Midterm, la lunga marcia del socialismo negli Usa

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Clamoroso in Michigan, il socialista El-Sayed vince le primarie Dem e scavalca la candidata centrista Stevens

Quando lo spoglio in Michigan ha ufficializzato il sorpasso di Abdul El-Sayed su Haley Stevens, nei quartieri generali del Partito Democratico a Washington la scossa è stata avvertita.

Medico e docente universitario di origini egiziane, trentanovenne, già figura di riferimento della sanità pubblica locale, ha conquistato la nomination per il Senato abbattendo il candidato sostenuto dall’establishment Dem, malgrado il supporto dei grandi finanziatori. La sua campagna, alimentata da microdonazioni e focalizzata su Medicare for All”, nonché il blocco dei canoni d’affitto, ha trasformato le primarie dello Stato della Rust Belt nel primo barometro delle elezioni di midterm del prossimo novembre.

Il laboratorio Michigan

L’esito delle primarie rappresenta il cuore della questione che di qui a breve travolgerà le elezioni: il successo di El-Sayed con il 48,5% dei voti contro il 47,5% di Haley Stevens dimostra la capacità della sinistra di mobilitare la base giovanile e urbana anche in uno Stato chiave, “swing state” in lingua anglosassone, della Rust belt.

El-Sayed ha saputo trasformare la propria campagna in una crociata contro l’influenza dei grandi capitali nella competizione politica. Nonostante sia stato superato per oltre dieci a uno nelle spese pubblicitarie, il candidato ha puntato su un’organizzazione vecchia scuola, un porta a porta che lo ha avvicinato agli elettori oltre qualsiasi finanziamento. La vittoria, benedetta da Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e da sindacati d’impatto come la National Nurses United, porta al voto di novembre un vero e proprio cavallo di battaglia: un programma focalizzato sulla sanità pubblica universale, la casa accessibile e la riforma del finanziamento elettorale. La sfida contro il repubblicano Mike Rogers costituirà il banco di prova decisivo per verificare la trazione elettorale di un profilo anti-establishment in un territorio altamente conteso.

La mappa dei candidati “insurgent”

Il caso El-Sayed non è isolato. Terrore asceta per i Repubblicani. Esso si inserisce in una geografia di vittorie in espansione nelle primarie del 2026. Sempre in Michigan, nel 13° Distretto congressuale a trazione urbana e minoritaria, il deputato statale Donavan McKinney ha sconfitto il parlamentare uscente Shri Thanedar. Sostenuto da Bernie Sanders, Justice Democrats e Working Families Party, McKinney ha trasformato la sfida in una battaglia contro la presenza dei grandi fondi nella politica, promuovendo tanto il blocco degli sfratti quanto il congelamento delle utenze.

Nello Stato di New York, la dinamica trova conferma nel 7° Distretto congressuale, dove Claire Valdez, sindacalista e candidata appoggiata ufficialmente dalla Democratic Socialists of America, ha conquistato la nomination democratica.

A fare da volano a queste mobilitazioni è l’effetto politico generato da Zohran Mamdani a New York, la cui azione amministrativa focalizzata sui trasporti e sulla regolamentazione degli affitti ha fornito un modello replicabile per la sinistra d’impianto urbano. La spinta si estende anche in Pennsylvania con Chris Rabb nel 3° Distretto di Philadelphia, dove il discorso sulla giustizia economica e razziale si salda alla tutela del lavoro dipendente.

Accumunati dalla critica alla dirigenza centrista, i profili vincenti mostrano una sfumatura organizzativa definita: i candidati mantengono una marcata identità socialista, mentre le figure sostenute dal Working Families Party o vicine alla rete di Sanders privilegiano alleanze socialdemocratiche e pragmatiche con il tessuto sindacale locale.

Tetto ai fitti e sanità

A spingere l’elettorato verso i candidati della sinistra è la concretezza di una crisi dell’accessibilità economica che strozza la classe media, finanche le nuove generazioni. Per gli under 35 americani, la casa è diventata la priorità politica assoluta, persino superiore alla difesa delle istituzioni democratiche o al dibattito sui diritti civili.

Con l’età media del primo acquisto immobiliare salita a 40 anni e canoni d’affitto schizzati alle stelle nelle aree metropolitane, la regolamentazione dei fitti, l’edilizia pubblica, ma anche la dolorosa questione dello stop agli sfratti incontrollati trasformano la frustrazione sociale in mero consenso elettorale. A questo si aggiunge la persistente fragilità del sistema sanitario. Le polizze mediche e i costi vivi out-of-pocket continuano a crescere a ritmi superiori all’aumento dei salari, rendendo la copertura universale e il tetto ai prezzi dei farmaci un argomento di sopravvivenza quotidiana. Temi (mal)celati da anni, indipendentemente dalle amministrazioni che si sono susseguite. La sinistra progressista intercetta questa spinta declinando il socialismo come garanzia di servizi essenziali.

L’establishment Dem e la trappola del “red-baiting” repubblicano

La reazione del vertice democratico all’avanzata progressista oscilla tra l’allarme tattico e la ricerca di equilibri. Se nelle roccaforti urbane vi sono margini di vittoria ampi, nei territori contendibili l’apparato moderato teme di cedere di fronte all’urto di una spinta considerevole. La retorica antiestablishment di candidati viene vista dai centristi come una vulnerabilità sfruttabile dagli avversari nella corsa al Senato. Sul fronte opposto, il Partito Repubblicano ha già individuato la propria leva propagandistica per le elezioni di midterm.

Sfruttando la visibilità della Dsa e dei profili della sinistra radicale, Donald Trump e la dirigenza del Gop hanno intensificato una strategia di redbaiting, bollando l’intera piattaforma democratica come incompatibile con l’elettorato moderato. Nel confronto per il Senato, la destra punta a spostare il terreno di scontro dall’inflazione e dai costi sanitari alle guerre culturali e ai temi dell’identità. La scommessa della nuova sinistra sta nel dimostrare che la risposta al carovita possiede una spinta attrattiva superiore ai tradizionali spauracchi ideologici della destra. Ideologia contro fatti?

Svolta nazionale o arcipelago di proteste locali?

L’interrogativo che attraversa la mappa elettorale delle primarie 2026 trova una risposta priva di scorciatoie ideologiche. Questo perché l’ascesa dei candidati progressisti e socialisti rappresenta un’insurrezione pragmatica legata a precise condizioni socioeconomiche: esasperazione e inaccessibilità, condite da una agrodolce percezione di insensibilità da parte della dirigenza centrista. Le affermazioni in Michigan, New York e Pennsylvania dimostrano che questa sinistra riesce a prevalere nelle primarie quando la mobilitazione capillare di base riesce a compensare lo squilibrio delle risorse finanziarie.

Tuttavia, la capacità di trasformare l’ostilità verso i grandi finanziatori in maggioranze solide nell’America rurale o nei distretti moderati rimane da dimostrare. Questo 2026 si avvia a conclusione disegnando un potenziale arcipelago di rivolte locali ad alto impatto politico. Un fenomeno comunque sufficiente per ridefinire l’agenda del Partito Democratico. Esso, infatti, dovrà confrontarsi con una base che pretende risposte strutturali alle disuguaglianze quotidiane.

Le ripercussioni geopolitiche

Sul piano internazionale, l’eventuale affermazione dell’ala progressista in Senato e alla Camera rischia di incrinare il tradizionale consenso bipartitico in materia di politica estera. Figure nuove portano in dote una linea fortemente critica verso l’interventismo militare e il bilancio del Pentagono, spingendo per il riallocamento delle risorse della Difesa verso i programmi sociali interni.

Nel dibattito mediorientale, poi, questa componente chiede di vincolare la vendita di armi e gli aiuti finanziari all’alleato israeliano al rispetto del diritto internazionale, una posizione che trova un vasto seguito tra gli elettori giovani e minoritari.

Una presenza più robusta della sinistra Dem a Capitol Hill costringerebbe a fare i conti con un Congresso propenso a ridimensionare gli impegni bellici. Tema caro, questo, anche alla nuova destra in ascesa, decisamente più radicale.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © The New Yorker, The New York Times, ABC News

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