Il restauro della Cappella Bardi e l’arte del Trecento

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Restauro

A Firenze tornano leggibili gli affreschi di Giotto, mentre Rimini prepara il recupero del capolavoro di Giovanni da Rimini

Visitando quello scrigno d’arte che è la chiesa di Santa Croce a Firenze, in mezzo alle tombe dei personaggi illustri italiani, possiamo ammirare autentiche opere d’arte, conservate dalla storia e recuperate dalla famosa alluvione di Firenze. Una novità riguarda il restauro della Cappella Bardi, dipinta da Giotto, che dopo quattro anni ha avuto un intervento di ripulitura conservativa, portando alla luce anche delle novità.

A Firenze, nella Cappella Bardi in Santa Croce, fu attivo Giotto, il più grande pittore del Trecento, perché fu chiamato da Ridolfo de’ Bardi, esponente di una potente famiglia di banchieri fiorentini, per rappresentare alcuni dei momenti cruciali della vita di San Francesco, in un magnifico ciclo esteso su una superficie pittorica di 180 metri quadrati. Sulle pareti laterali, Giotto e la sua scuola rappresentarono la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, dove Francesco viene presentato come l’Alter Christus. Si ripercorrono gli episodi della vita di San Francesco, a cui si aggiungono le Stimmate, dipinte sopra l’arcone d’ingresso, le figure dei santi sulla parete di fondo e le allegorie delle virtù francescane nella volta.

RestauroLa datazione della conclusione del ciclo pittorico è collocata intorno al 1317, ma gli studiosi stanno continuando ad approfondire le loro ricerche per verificare se i riferimenti storici possano essere ampliati. Un fatto è certo: Giotto operò nel ciclo pittorico di Santa Croce durante il suo periodo di maturità e i suoi affreschi divennero un testo fondamentale per gli artisti delle generazioni a venire, anche grazie al contributo di numerosi pittori presenti sui ponteggi e testimoni dell’insegnamento giottesco.

Il restauro della Cappella Bardi tra finanziamenti pubblici e privati

Negli ultimi quattro anni, il ciclo è stato oggetto di una complessa campagna di restauro promossa dall’Opera di Santa Croce con l’Opificio delle Pietre Dure. La restituzione degli affreschi, nuovamente visitabili al pubblico anche attraverso visite sui ponteggi, avviene in concomitanza con l’ottavo centenario della morte di Francesco. L’operazione risulta di grande valore anche in relazione alla fragilità dell’opera. Prima del 1730, le pitture murali furono nascoste sotto diverse imbiancature a calce. All’inizio dell’Ottocento, nel registro inferiore delle pareti laterali, furono inseriti i cenotafi di due architetti granducali: Giuseppe Salvetti, nel 1812, e Niccolò Gaspero Maria Paoletti, nel 1818.

Solo nel 1851, durante i lavori per una nuova decorazione della cappella, il ciclo giottesco fu accidentalmente riscoperto. Il descialbo provocò abrasioni, graffi e perdite della pellicola pittorica. Le porzioni di affresco al di sotto dei cenotafi andarono completamente perdute con la rimozione dei monumenti. Furono ricostruite le parti mancanti e le superfici vennero uniformate con una diffusa patinatura a tempera. L’obiettivo della campagna appena conclusa è stato duplice: garantire la conservazione dell’opera e migliorare la leggibilità del ciclo pittorico, caratterizzato da uno stato molto frammentario.

Diverse mani

Tutto ciò ha consentito di rivalutare la qualità della composizione giottesca e di comprendere come Giotto fosse capace di riportare lo spazio reale nello spazio dipinto, con invenzioni ardite per le conoscenze dell’epoca. Il restauro ha restituito anche l’intensità espressiva in cui l’artista eccelse. È stato inoltre possibile distinguere le diverse mani che lavorarono al cielo, mentre arriva la conferma del fatto che Giotto fosse, in questo ciclo, uno sperimentatore. Infatti, secondo le sue esigenze, lavorò in Santa Croce su una base di fresco, facendo poi uso di tecniche a secco per poter utilizzare una gamma di pigmenti più ampia. Quasi come un inedito si rivela la volta: la pulitura condotta in questa zona ha restituito la potenza inventiva e la qualità figurativa delle allegorie delle virtù francescane, l’Obbedienza e la Castità.

Il restauro del Giudizio Universale di Giovanni da Rimini

Con la firma ufficiale del protocollo d’intesa da parte del sindaco di Rimini e del vescovo Nicolò Anselmi, si è aperto formalmente il percorso che condurrà alla valorizzazione di uno dei principali capolavori del patrimonio artistico riminese: il Giudizio Universale di Giovanni da Rimini. L’opera, di proprietà della Diocesi di Rimini, sarà al centro di un importante intervento di restauro volto, oltre che ad assicurare la conservazione a lungo termine del timpano, anche a valorizzare questa straordinaria testimonianza della civiltà figurativa riminese del Trecento dal punto di vista storico, artistico e religioso. Il progetto coinvolgerà anche la città, attraverso un processo formativo e partecipativo.

L’affresco, originariamente situato nella chiesa di Sant’Agostino, fu staccato e montato su tela a fini conservativi all’inizio del Novecento. Oggi è esposto al Museo della Città di Rimini. I primi rilievi effettuati sull’opera trecentesca durante la fase di riallestimento del museo hanno fatto emergere la necessità di un intervento conservativo a lungo termine del timpano, che presenta problematiche strutturali legate al naturale trascorrere del tempo e ai restauri condotti da Giovanni Nave tra il 1916 e il 1926. Il progetto verrà concordato con la Soprintendenza e comprenderà anche il restauro conservativo della Domus del Chirurgo, l’intervento di riqualificazione e illuminazione del Ponte di Tiberio e un percorso di valorizzazione della Pietà di Giovanni Bellini, altra eccellenza del patrimonio museale riminese.

Le prime notizie sull’autore

La realizzazione dell’affresco si colloca, con buona probabilità, tra il 1315, anno della celebrazione del capitolo generale degli Eremitani di Sant’Agostino a Padova, e il 1318, anno dello svolgimento di quello successivo presso la chiesa di Sant’Agostino di Rimini. Celato sotto il controsoffitto realizzato nel 1719, riapparve in seguito al terremoto del 1916, permettendo il disvelamento, sotto l’intonaco settecentesco, anche degli affreschi del Trecento dell’area presbiteriale della chiesa. Le prime notizie sull’autore del Giudizio Universale, Giovanni da Rimini, lo ricordano residente nel quartiere di San Giovanni Evangelista a Rimini a partire dal 1292. Tali documenti attestano i pagamenti del canone enfiteutico per un terreno di Sant’Ermete, dal quale proveniva probabilmente la sua famiglia.

Un documento del 1202 riporta che, nei due anni precedenti, egli aveva lavorato presso la stessa dimora. Con lui vivevano i fratelli Zangolo e Giuliano, che sarà l’altro grande rappresentante della pittura riminese, almeno fino al 1316, quando Giovanni non compare più nella documentazione dell’epoca, facendo supporre che la sua morte sia avvenuta in quel periodo. Due anni prima, Giovanni era ancora attivo, come testimonia l’unica opera firmata e datata: una croce dipinta proveniente dalla chiesa di San Francesco di Mercatello sul Metauro, del 1309 o del 1314. Questa croce è stata messa a confronto con altre tre croci di Giovanni nella mostra organizzata a Rimini nel 2021.

Ispirazione

Partendo da formule ancora vicine alla cultura bizantina, come nella tavoletta di Faenza, il pittore iniziò gradualmente a prendere ispirazione dall’arte di Giotto, operante a Rimini nella chiesa di San Francesco nel 1300. Seguono la tavola di Faenza e gli affreschi con le Storie della vita della Vergine, realizzati durante la prima campagna pittorica nella chiesa di Sant’Agostino, nel 1303. Il pittore riprende le stesse colonne tortili e gli stessi cornicioni retti da mensole aggettanti che Giotto aveva dipinto ad Assisi e che probabilmente furono riproposti nel perduto ciclo della chiesa di San Francesco a Rimini, oggi Tempio Malatestiano.

La sensibilità di Giovanni aumenta verso il 1315, quando eseguì il Giudizio Universale sulla sommità dell’arco trionfale della chiesa. Si ipotizza che sempre dalla chiesa di Sant’Agostino provenga anche la sua prima croce dipinta, la Croce Diotallevi, così chiamata dal nome del marchese riminese che la donò al Comune. Essa riprende la forma della croce riminese di Giotto, conservata nel Tempio Malatestiano, con l’aggiunta dei tondi negli angoli e di tabelloni mistilinei nei margini. Nella croce della chiesa di San Lorenzo a Talamello, del 1315, Giovanni da Rimini raggiunge la vetta più alta della sua artisticità, plasmando il corpo di Cristo in maniera naturalistica.

 

Paolo Montanari

Foto © Arte.it, La Nazione, Rimininews24, Riminiduepuntozero

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