Un ricordo del pioniere della videoarte italiana: la gentilezza, il legame con la laguna e quel Natale 2020 con l’albero di luce in Piazza San Marco
Ci sono artisti che attraversano il proprio tempo e altri che, in qualche modo, finiscono per diventare parte del luogo che li ha accolti. Fabrizio Plessi appartiene a questa seconda categoria. La sua storia artistica è inseparabile da Venezia, dalla sua acqua, dai suoi riflessi, dalla sua teatralità, ma anche da quella particolare capacità della città di mettere in dialogo il passato e il futuro.
Plessi è stato un artista visionario, un pioniere della videoarte italiana, un autore capace di trasformare la tecnologia in materia poetica. Ma oggi, nel momento del commiato, vorrei ricordarlo anche per ciò che spesso non trova spazio nei cataloghi delle mostre: l’uomo, il suo stile, la sua curiosità, la sua gentilezza.
Un artista nato tra l’acqua e la luce
Nato a Reggio Emilia nel 1940, Plessi arrivò a Venezia ancora giovane. Qui studiò e si formò artisticamente, fino a fare della città lagunare non soltanto il luogo della propria crescita, ma una componente essenziale della sua identità. Venezia gli offriva quella che sembrava essere la materia stessa della sua ricerca: l’acqua.
L’acqua che scorre, che riflette, che scompare e ricompare, che moltiplica le immagini e confonde i confini tra realtà e rappresentazione. Plessi ne fece un tema costante della
propria opera, ma soprattutto ne fece un linguaggio. A partire dagli anni Sessanta, la sua ricerca si sviluppò attraverso installazioni, video, performance e sculture nelle quali elementi naturali e tecnologie contemporanee si incontravano continuamente. Acqua e fuoco, legno e ferro, monitor e immagini elettroniche: mondi apparentemente lontani che nelle sue opere trovavano una sorprendente armonia. Fu tra i primi a comprendere che il video non doveva essere soltanto uno strumento per documentare l’arte, ma poteva diventare esso stesso materia artistica. Quella intuizione avrebbe accompagnato tutta la sua carriera.
Venezia, non una scenografia ma una materia
Per Plessi Venezia non era semplicemente il luogo in cui vivere o lavorare. Era un organismo con cui confrontarsi. La città diventava parte dell’opera, così come l’opera sembrava restituire qualcosa alla città. La sua ricerca internazionale, le Biennali, le grandi esposizioni nei musei di tutto il Mondo non riuscirono mai a cancellare questo legame. Anzi, lo resero ancora più evidente.
Plessi era profondamente contemporaneo, ma non aveva bisogno di rinnegare la memoria. La sua forza consisteva proprio nel far dialogare l’antico con il futuro. È una delle ragioni per cui le sue opere sembravano appartenere naturalmente a Venezia: perché, come la città, vivevano di contrasti. Pietra e luce. Acqua e tecnologia. Storia e futuro. Silenzio e movimento.
L’albero della pandemia
Tra le immagini che rimarranno legate alla sua presenza a Venezia c’è quella dell’enorme albero digitale realizzato per il Natale del 2020 in Piazza San Marco. Era un Natale diverso da tutti gli altri. La pandemia aveva svuotato Venezia. La città che normalmente vive di voci, di passi, di incontri e di presenze era diventata improvvisamente silenziosa. Piazza San Marco, forse più di ogni altro luogo, mostrava la misura di quella solitudine.
E proprio lì Plessi collocò un albero di luce. Un gigantesco albero contemporaneo, costruito attraverso la tecnologia e gli schermi luminosi, che appariva quasi come una creatura venuta dal futuro nel cuore di una città antichissima. In quelle condizioni, però, l’opera assumeva un significato che andava oltre la sua dimensione estetica.
«Era una luce accesa nel buio. Un segnale di vita in una città ferma. Una promessa, forse, che anche dopo la notte sarebbe tornato il tempo degli incontri, dei viaggi, delle piazze affollate, delle voci». Plessi aveva trasformato la tecnologia in una forma di speranza. E oggi quell’immagine dell’albero nella Piazza San Marco vuota acquista una forza ancora maggiore.
Il suo modo di essere
Ma c’era qualcosa di particolare in Fabrizio Plessi che non si poteva trovare soltanto
nelle sue opere. Era il suo modo di presentarsi, di muoversi, di stare con gli altri. Il look, certamente, faceva parte della sua identità. Gli abiti, gli occhiali, l’acconciatura, quell’eleganza insieme sofisticata e teatrale lo rendevano immediatamente riconoscibile. Plessi aveva costruito, anche nel modo di vestirsi, una figura che non passava inosservata. Ma non era vanità. Era, piuttosto, la naturale estensione di una personalità artistica che non amava l’anonimato. Come nelle sue opere, anche nella sua persona sembravano convivere rigore e spettacolo, eleganza e ironia, tradizione e contemporaneità. Eppure, dietro quell’immagine così forte, ricordo soprattutto una qualità molto più semplice: la gentilezza.
Una passeggiata a Venezia
Tra i molti ricordi che conservo di Fabrizio Plessi ce n’è uno che oggi sento particolarmente vicino. Eravamo usciti da un evento prestigioso e avevamo entrambi un altro appuntamento al quale eravamo invitati. Avremmo potuto salutarci e raggiungere separatamente la destinazione. Invece ci incamminammo insieme. Facemmo la strada da un evento all’altro, attraversando Venezia. Non era una passeggiata importante, almeno non lo sembrava in quel momento. Non c’erano inaugurazioni da raccontare, fotografie da conservare, discorsi da ricordare. C’eravamo semplicemente noi due, per un tratto di strada. E parlammo di cose semplici.
È proprio questo che oggi mi colpisce. Con un artista della sua statura avrei potuto immaginare una conversazione dedicata all’arte, alle mostre, ai grandi progetti. Invece fu una conversazione naturale, piacevole, fatta di quelle cose quotidiane che sembrano insignificanti e che, con il passare degli anni, diventano preziose. Quando arrivammo, Plessi si fermò e mi ringraziò per la bella chiacchierata. Lo fece con un sorriso bellissimo. Un sorriso aperto, sincero, riconoscente. È quel sorriso che ricordo più di ogni altra cosa.
Mi colpì allora e mi torna alla mente oggi perché raccontava qualcosa dell’uomo che stava dietro l’artista. Un uomo che avrebbe potuto essere distante, chiuso nella propria notorietà, abituato agli omaggi e alle attenzioni. E invece aveva sentito il bisogno di ringraziare per una semplice passeggiata e per una conversazione sulle cose di tutti i giorni. Forse è proprio in questi piccoli gesti che si misura davvero la grandezza di una persona.
L’eredità
Fabrizio Plessi ha attraversato decenni di arte contemporanea senza lasciarsi
imprigionare dalle definizioni. È stato pittore, scultore, autore di video, artista delle installazioni, ma soprattutto è stato un uomo capace di intuire il futuro senza perdere il contatto con la memoria. Ha portato l’acqua dentro la tecnologia e la tecnologia dentro l’acqua. Ha fatto dialogare il fuoco con il video, la materia con l’immagine, la tradizione con il digitale. E ha fatto di Venezia una presenza costante, quasi una compagna di viaggio. Ma accanto all’eredità delle sue opere rimane, per chi lo ha incontrato, quella degli attimi personali. Per me rimane una passeggiata. Un evento appena terminato, un altro da raggiungere, Venezia intorno a noi e una conversazione senza pretese. E poi quel sorriso.
È singolare che un uomo capace di creare opere monumentali, di parlare attraverso la tecnologia e di confrontarsi con i più grandi musei del mondo possa lasciare, nel ricordo personale, un’immagine così semplice. Una strada percorsa insieme. Qualche parola. Un grazie. Un sorriso. Forse è questa la forma più autentica della memoria: le grandi opere appartengono alla storia dell’arte, mentre i piccoli gesti appartengono per sempre a chi li ha ricevuti. E pensando oggi a Fabrizio Plessi, mi piace immaginare che la sua luce continui a riflettersi sull’acqua di Venezia. La stessa luce dell’albero di Piazza San Marco in quel Natale sospeso della pandemia. La stessa luce delle sue opere. E, per me, la stessa luce di quel sorriso con cui, alla fine di una semplice passeggiata, mi ringraziò per aver condiviso con lui qualche minuto di vita quotidiana. Una luce discreta, ma impossibile da dimenticare.
Mattia Carlin













