“Il pomo d’oro” di Cesti in scena per la prima volta nella sua interezza grazie alla ricostruzione di Ottavio Dantone
Se il teatro è meraviglia, il Pomo d’oro di Pietro Antonio Cesti rappresenta forse l’apice della creatività barocca. Opera mai rappresentata in epoca moderna in forma integrale, considerata ineseguibile non solo perché tramandata in una partitura monca del terzo e del quinto atto, ma anche a causa della pletora di personaggi, scene e situazioni messe in campo dal librettista Francesco Sbarra.
Merito delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik aver letteralmente resuscitato questo titolo desueto nella sua interezza, grazie al lavoro certosino di Ottavio Dantone. Questi, con l’ausilio di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Estense di Modena forte di trentacinque arie tratte dai due atti mancanti, e grazie alla sua approfondita conoscenza del compositore, ha letteralmente ricostruito l’opera. L’utilizzo di alcuni brani tratti da altri lavori del compositore non mina il valore dell’operazione.
Il cinquantenario del Festival ha poi fornito la cornice migliore per la rappresentazione, divisa in due serate considerando la durata wagneriana dello spettacolo. Sei ore e oltre di musica, e un libretto che modella a proprio piacimento il materiale mitologico per raggiungere il fine celebrativo, rappresentato dalle nozze fra l’imperatore Leopoldo I e l’Infanta Margherita Teresa di Spagna.
Dicevamo della complessità della vicenda. Sbarra non possiede la mentalità librettistica di Metastasio, totalmente votata agli sviluppi della drammaturgia. L’occasione irripetibile e i grandi mezzi a disposizione devono aver acceso la sua fantasia. Ne deriva una materia debordante, ricca di episodi secondari, addirittura postmoderna nella sua opulenta frammentarietà. Il mito classico del giudizio di Paride si disperde in innumerevoli rivoli, dando vita a una vicenda votata alla spettacolarità. Una vera festa teatrale concepita per il piacere delle orecchie e degli occhi.
Cesti dal canto suo, dopo aver prestato servizio a Innsbruck e raggiunta la corte viennese, coglie le innumerevoli suggestioni librettistiche edificando una partitura musicalmente ricchissima. Diverse circostanze rimandarono la rappresentazione. L’opera venne eseguita nel 1668, in occasione del diciassettesimo compleanno dell’Imperatrice.
L’esecuzione moderna
Il Tiroler Landestheater ha dunque ospitato uno degli eventi più importanti della sua ricca storia. Regia affidata a Fabio Ceresa, il quale riesce nell’arduo compito di coniugare la spettacolarità barocca con il gusto moderno. Gli orpelli della mitologia, con i loro voli pindarici e le scene dipinte, convivono con gli spazi arredati in modo contemporaneo (le scenografie sono di Nikolaus Webern). Belli anche i costumi di Giuseppe Palella, sia nella declinazione barocca quanto in quella moderna.
L’opera antica, con la sua commistione di drammatico e faceto, appare vicina alla nostra sensibilità. Si ride, anche molto, nelle scene dominate dalla serva Filaura, la quale gioca con la sua opulenta sensualità schernendo l’inconsolabile Aurindo. La sua visione dell’amore appare poco aulica e molto più realista. La domestica, impegnata nelle faccende di casa, non perde occasione per scatenare tutta la propria vis comica in scene davvero esilaranti.
Dal canto suo Paride appare come un moderno seduttore, pronto ad abbandonare l’amata Ennone per seguire le grazie di Elena. Anche di fronte all’evidenza seguita a mentire, ingannando la sua bella. Particolarmente spassoso il prologo, con le personificazioni dei territori degli Asburgo ironicamente impegnate in una sorta di concorso di bellezza in linea con la tematica dell’opera.
Tutto lo spettacolo, nel complesso, funziona. Le scene infere, di suggestiva ambientazione, offrono il destro a Caronte per pronunciare questi versi: “poiché serve la guerra a empir l’inferno, e spopolar la terra”. Come non sentire le tragiche risonanze di queste parole, in un’epoca segnata dai conflitti? La discordia scende dall’alto a seminar zizzania, generando una molteplicità di situazioni.
Non mancano riferimenti all’attualità, con Eolo a ricordare il presidente Trump e le sue tipiche movenze, e il foco impegnato in una sorta di partita di calcio evocativa dei mondiali appena trascorsi. Il tutto nell’ottica di un’ironia bruciante e molto efficace.
Personaggi conquistano la scena per poi eclissarsi, in una autentica sarabanda teatrale. Quasi cinquanta cantanti rappresentano davvero un unicum nella storia del teatro musicale. Un’opera grande, per citare le parole dello stesso Cesti. L’epilogo viene attualizzato, trasformando la celebrazione delle glorie asburgiche nell’esaltazione della nostra Europa, mai tanto minacciata. Un augurio di pace che sottoscriviamo in pieno.
Ottavio Dantone, alla guida dell’Accademia Bizantina, governa l’enorme materia con sensibilità coloristica e acume teatrale. Egli stesso ci ha svelato i segreti di un lavoro colossale. Utilizzare per le parti mancanti arie dello stessi Cesti, fin quasi a dimenticarne la provenienza. In tale maniera l’opera ha assunto la sua forma definitiva, oltremodo omogenea.
Riguardo il cast, tutto di buon livello, vogliamo menzionare l’ottimo Paride di Mauro Borgioni, dal timbro accattivante e dalla perfetta dizione. Spassoso Alberto Allegrezza nei panni della pantagruelica Filara, senza risultare mai sopra le righe. Bravi Filippo Mineccia, Giacomo Nanni e Rocco Cavalluzzi, quest’ultimo impegnato nel ruolo di Momo, figura dalla moralità del tutto peculiare. Fra le donne abbiamo apprezzato in particolare Jona Martínez (Spagna e Venere) e Margherita Maria Sala, per le eccellenti doti vocali, Matilde Ortscheidt, una Ennone dolente e vendicativa, Shira Patchornik (Sardegna e Pallade) e Sophie Rennert (Gloria austriaca e Giunone). Molti cantanti ricoprivano diversi ruoli, vista la vastità dei personaggi.
Oksana Tumanova
Foto © Birgit Gufler













