Dopo il ritorno al potere dei talebani, il Paese affronta emergenza umanitaria, diritti negati e riduzione degli aiuti internazionali
Sono già passati cinque anni da quel fatidico 15 agosto 2021, giorno in cui i talebani ripresero il potere in Afghanistan.
Kabul cambiò volto in poche ore e le immagini passate alla storia sono quelle della caotica evacuazione dalla Capitale, dove l’aeroporto fu il punto terminale della fuga disperata di civili aggrappati alle ruote e ai carrelli d’atterraggio di un aereo cargo militare statunitense in decollo, caduti nel vuoto pochi istanti dopo. Quelle immagini drammatiche sono ormai lontane dall’attenzione internazionale, ma la crisi non è certamente finita.
Terremoti, rimpatri forzati dall’Iran e dal Pakistan e nuove ostilità nella Regione hanno aggravato lo stato di emergenza umanitaria. Intanto, divieto dopo divieto, le donne sono state escluse dagli studi, da gran parte del lavoro e cancellate dalla vita pubblica, mentre la recente presenza a Bruxelles di rappresentanti tecnici delle autorità talebane ha aperto dure polemiche. La riduzione degli aiuti internazionali rischia ora di interrompere attività già operative, disperdere competenze e radicare ulteriormente il sistema di esclusione.
Unico Paese al Mondo dove vige un apartheid di genere
«Dalla presa di Kabul dai talebani, l’Afghanistan non è semplicemente tornato indietro ma è diventato il laboratorio di un sistema politico che organizza l’esclusione delle donne come forma di Governo. Le afghane sono state progressivamente espulse dall’istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica, dalla giustizia e persino dagli spazi umanitari da quando per loro non è più consentito lavorare con le Ong e nelle Nazioni Unite», riferisce Arianna Briganti, co-fondatrice e vice presidente di Nove Caring Humans, una delle poche Ong italiane che operano ancora nel Paese asiatico, dove è attiva dal 2013.
«L’Afghanistan è l’unico Paese al Mondo in cui alle ragazze è vietata l’istruzione secondaria e universitaria, quindi quasi l’80% di loro non studiano secondo dati di UN Women, non lavorano e non ricevono formazione. Sono dati agghiaccianti. E la cosa molto preoccupante è che ancora in Occidente è uno scenario che non si conosce. Non stiamo soltanto parlando di una somma di divieti che sono tantissimi ormai, per la maggior parte esplicitamente contro le donne. Abbiamo davanti una struttura di segregazione istituzionalizzata che viene chiamata da alcuni gender apartheid», sottolinea Briganti, socio-economista di sviluppo e specialista di Gender Equality e Women, Peace and Security (Wps).
Rispondere all’emergenza e lavorare alla ricostruzione
«Dopo cinque anni di crisi, non si tratta soltanto di rispondere all’emergenza, ma di preservare le possibilità di ripresa e impedire che gli effetti dei divieti diventino irreversibili. Ogni donna che riesce ancora a formarsi, lavorare e produrre reddito mantiene aperta una possibilità di ricostruzione per l’intero Paese», racconta ancora la vicepresidente di Nove Caring Humans. Senza questi fondi andrà perso ciò che è già stato costruito negli ultimi anni.
Numeri alla mano, anche come conseguenza dei tagli Usa, nel 2025 il Piano di risposta umanitaria per l’Afghanistan ha ricevuto soltanto il 41 per cento delle risorse richieste. Le sanzioni finanziarie e l’isolamento del sistema bancario continuano inoltre a rendere difficili e costosi i trasferimenti di denaro, mentre inflazione, disoccupazione e aumento delle tasse riducono ulteriormente la capacità di sopravvivenza delle famiglie.
Gli interventi di Nove in Afghanistan
Subito dopo il ritorno dei talebani, Nove Caring Humans aveva partecipato all’evacuazione insieme al Governo italiano, nell’ambito dell’operazione Fazzoletto Rosso, e ha organizzato dal Kuwait un ponte aereo per mettere in salvo collaboratori e collaboratrici e altre persone a rischio. Questo ha portato l’Ong romana ad attivare in Italia una serie di percorsi per accompagnare i rifugiati nell’inserimento sociale e professionale per la ricostruzione della vita quotidiana e l’accesso all’autonomia. Parallelamente ha deciso di restare in Afghanistan, per non abbandonare il suo team e le comunità sostenute da anni.
Di fronte al collasso economico, l’organizzazione ha attivato una risposta di emergenza su più fronti: distribuzione di cibo, legna e stufe per l’inverno, assistenza sanitaria e sostegno alle spese essenziali. La perdita del lavoro e l’indebitamento hanno aumentato il rischio di matrimoni precoci, vendita delle figlie e sfruttamento minorile. Per questo gli aiuti sono concentrati sulle donne capo famiglia, sulle strutture di accoglienza e protezione per bambine e bambini e su interventi capaci di impedire che la povertà produca conseguenze irreparabili. Un’attenzione specifica è rivolta alle persone con disabilità, per le quali alle difficoltà economiche si sono aggiunti l’annullamento delle precedenti pensioni di invalidità e l’indebolimento dei servizi di riabilitazione.
Ricalcolare l’intervento
Con la progressiva esclusione delle donne dal lavoro e dalla vita pubblica, Nove ha ripensato il proprio intervento utilizzando il patrimonio di competenze, relazioni e
conoscenza del territorio maturato nell’hub di formazione e imprenditoria femminile di Kabul prima del 2021, che aveva accompagnato al lavoro centinaia di donne. Su questa esperienza ha sviluppato e fatto approvare nuovi progetti di formazione e di sostegno alle imprese gestite da donne. Le oltre 10.000 licenze commerciali oggi intestate a donne, rispetto alle circa 600-1.000 precedenti al 2021, raccontano però una contraddizione: meno del 7 per cento delle afghane risulta occupato e molte hanno aperto micro-attività dopo il licenziamento o l’esclusione dalle professioni. L’impresa è spesso ciò che resta dopo che molte altre porte si sono chiuse. Anche queste attività sono esposte a mobilità limitata, scarso accesso al credito, carenze energetiche e all’aumento delle imposte.
Come riferisce Alberto Cairo, presidente di Nove, da 30 anni in Afghanistan, «la riscossione raggiunge perfino i più piccoli banchi di vendita, riducendo margini economici già minimi».
Dalla singola impresa alla creazione di un ecosistema femminile
Ideato e realizzato da Nove, il Women Business Prize, con centinaia di candidature provenienti dalla maggior parte delle province, ha permesso di far conoscere un tessuto imprenditoriale femminile inedito e diversificato. Un osservatorio sui bisogni, sugli ostacoli e sul potenziale di sviluppo nei diversi territori dal quale è nato She Means Business. Un laboratorio di formazione, mentoring e confronto nel quale le imprenditrici condividono strumenti, esperienze e soluzioni. Questo perché un’attività isolata rimane fragile, mentre una rete può rafforzare competenze, accesso ai mercati e capacità di produrre reddito.
«I modelli devono essere solidi e replicabili, ma la loro applicazione parte sempre dall’analisi dei bisogni locali. Le priorità emergono dal confronto con le comunità e ogni intervento è adattato al contesto, per produrre risultati e rispondere concretamente alle esigenze delle persone coinvolte», spiega Elena Noacco co-fondatrice di Nove. A Daikundi, una provincia nel cuore dell’Afghanistan, su richiesta delle imprenditrici del mercato femminile, l’Ong italiana sta installando un impianto fotovoltaico per assicurare energia alle attività commerciali. Nelle province orientali, rurali e più conservatrici, ha invece formato le famiglie, e in particolare le donne, nell’allevamento e nella trasformazione e conservazione degli alimenti, destinati sia al consumo familiare sia alla vendita.
«Investire in formazione, lavoro, cura e protezione non equivale a rendere l’Afghanistan dipendente dagli aiuti. Significa invece preservare competenze, reti e opportunità cruciali per il rilancio del Paese. Continuare a sostenere questi interventi significa impedire che quel futuro sia cancellato», conclude Briganti.
Véronique Viriglio
Foto © Carolina Rapezzi













