La sua professione di medico fu il lasciapassare come agente segreto e lavorare a favore dell’Occidente
Nell’articolo precedente si è scritto delle vicende di Otto Skorzeny durante il periodo della Seconda guerra mondiale. La fine della guerra non segnò la fine della sua carriera. Nel libro Nome in codice Sigfried, l’autore, il medico chirurgo Adriano Monti, scrive che Skorzeny, che ebbe modo di incontrare più volte a Madrid, ove si era rifugiato sotto la protezione del dittatore Francisco Franco, divenne più tardi consigliere del presidente egiziano Abdel Nasser. Viaggiò spesso tra la Spagna e l’Argentina, ove agì anche come consigliere del presidente Juan Perón e come guardia del corpo di Eva Perón.
L’incontro tra il dr. Monti e Skorzeny avvenne nel suo ufficio a Madrid – scrive Monti – nella primavera del 1965. Lo descrive come una sorta di gigante con una lunga cicatrice che gli attraversava il viso, un sorriso da guascone. L’ex capitano delle SS era uno dei cervelli operativi della rete spionistica Gehlen, alla quale Monti apparteneva come “informatore”.
L’organizzazione internazionale
Reinhard Gehlen era nato in Turingia nel 1902, figlio di due cattolici praticanti. Una volta divenuto adulto abbandonò la famiglia e si arruolò nelle forze armate tedesche, facendo carriera. Nel 1935 terminò gli studi presso l’Accademia delle forze armate, promosso capitano e assegnato allo Stato Maggiore generale. Nella prima parte della guerra mondiale, Reinhard non ebbe particolari incarichi: era sì un nazionalista, ma un “naziscettico”. Era impegnato nel teatro di guerra orientale, dapprima in Polonia poi in Unione Sovietica, alternando ruoli di medio comando ad azioni di intelligence. Gehlen partecipò alla battaglia di Stalingrado, come comandante di una divisione specializzata nello studio delle strategie sovietiche.
Nel 1944, quale naziscettico, Gehlen fu segretamente contattato da Von Tresckow, Von Stauffenberg e Adolf Heusinger per prendere parte all’operazione Valchiria, la congiura di palazzo per uccidere il Führer con una bomba messa sotto il suo tavolo di lavoro. L’esplosione avvenne il 20 luglio 1944, ma Hitler, sebbene ferito, si salvò. La vicenda è mirabilmente descritta nel film Operazione Valchiria del 2008, dove l’attore Tom Cruise impersona il colonnello Von Stauffenberg.
A seguito di questa vicenda furono impiccate con corde di pianoforte – per allungarne la sofferenza – ben 200 persone, e 5.000 tra parenti e amici dei congiurati furono portate in carcere. Gehlen, che aveva avuto un ruolo marginale nella vicenda, fuggì, ma non si sa dove. Reinhard Gehlen ricompare sulla scena dopo l’8 maggio 1945, quando fu firmata la resa della Germania con gli Alleati. L’Oss, ovvero il servizio segreto degli Stati Uniti, iniziò a cercarlo tra le migliaia di reduci e riuscì a trovarlo. Gli Usa avevano bisogno di Reinhard per combattere e contrastare la minaccia del dopoguerra, l’Unione Sovietica, che voleva impadronirsi dell’Europa.
Al servizio della Cia
Il patto siglato nel maggio del 1945 e strutturato come un do ut des: gli Usa promettevano la libertà in cambio dell’accesso agli archivi segreti tedeschi, nonché della decisione che Gehlen avrebbe messo in piedi una organizzazione di intelligence in chiave anticomunista, sovvenzionata dagli Usa. A fine 1945 Gehlen si mise all’opera per mettere in piedi una struttura spionistica per monitorare le manovre sovietiche nell’Europa centro-orientale. L’organizzazione Gehlen fu composta da ex colleghi del servizio segreto tedesco, in stretto contatto con l’Oss. In tale veste Gehlen svolse un ruolo chiave nella formazione del servizio segreto della neonata Germania Ovest.
Nel momento di maggiore fulgore dell’organizzazione, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si presume che gli 007 impiegati fossero oltre 4.000 in tutti i teatri di confronto politico sia dell’Europa orientale sia del Medio Oriente. Nel 1968, quando Gehlen era direttore del servizio segreto della Germania Federale, si scoprì che tre agenti del servizio segreto, reclutati da Gehlen, facevano il doppio gioco e fornivano notizie riservate sulla politica tedesca e sugli alleati euro-atlantici al Cremlino. Divenne quindi un capro espiatorio e diede le dimissioni. Si presume che in quel momento la direzione passò in mano ad Otto Skorzeny e ad altre persone che avevano, come loro impegno, impedire che l’Unione Sovietica si impossessasse dei Paesi occidentali.
Adriano Monti nell’organizzazione Gehlen e la Chiesa del Silenzio
Quando Adriano Monti, nel 1945, fu preso dai partigiani con la divisa di SS
internazionale, pochi giorni dopo fu consegnato agli Alleati che lo confinarono in un campo di concentramento con altri tedeschi. Fece amicizia con un generale anziano della Luftwaffe, Wilhelm Heinrich, del quale divenne attendente. Un giorno si ammalò di pleurite e, portato in un ospedale da campo, si salvò in quanto gli americani disponevano all’epoca della penicillina, che in Italia era sconosciuta. Monti si iscrisse all’Università a Medicina e si laureò brillantemente. Anni dopo proprio il generale Heinrich gli propose di entrare nell’organizzazione. Divenne quindi informatore in vari teatri di guerra, sia orientali sia in Medio Oriente, grazie alla copertura della professione medica.
Fu per alcuni anni in cliniche a Parigi, quindi a Londra, ove l’organizzazione gli fece ottenere una borsa di studio presso l’Università di Edimburgo. Era il 1958 e Monti iniziò ad operare in una clinica ginecologica, dove affinò molto le tecniche chirurgiche e migliorò il suo inglese. Nel 1963, racconta il dr. Monti nel suo libro, ottenne una borsa di studio a Stoccolma finanziata dalla Nasa e nell’inverno 1963 e 1964 venne coinvolto in una operazione segreta per far passare in Russia religiosi cattolici, che dovevano tenere in vita quella che veniva definita “la Chiesa del Silenzio“.
Era un movimento cattolico esistente all’interno dell’Urss. Stalin in quegli anni aveva iniziato una politica repressiva per la scristianizzazione del territorio russo. Ottantamila – scrive Monti – furono i sacerdoti fatti sparire in quel periodo, uccisi o deportati nelle miniere in Siberia. A Roma, nel collegio Russicum – di cui accenno anche nel mio recente libro Il Segreto del Maresciallo, Costa edizioni – erano addestrati coloro che poi sarebbero stati spediti nel Paese più ateo del Mondo per riconvertire quante più persone possibile al credo comunista.
I sacerdoti del silenzio
La rete Gehlen aveva stabilito in Russia solide basi collaborative in particolare nelle miniere del Nord del Paese e nelle zone portuali del Mar Nero. “I sacerdoti del silenzio” entravano in territorio russo facendo tappa proprio a Stoccolma. Qui la rete aveva referenti in strutture governative, docenti universitari e ufficiali della Marina mercantile. I più preziosi erano i “passatori” – precisa il dr. Monti – specialisti che avevano fatto parte dell’esercito finlandese ed erano profondi conoscitori del grande Nord, con le sue foreste e le piste nascoste.
A bordo di un treno su cui viaggiavano in compagnia di un membro della rete, i giovani sacerdoti giungevano nella Capitale svedese, erano ospitati in abitazioni il tempo necessario per acclimatarsi. Tutti i candidati erano di madrelingua russa. Una volta pronti prendevano il largo su una nave mercantile, insieme a un appartenente della rete e accompagnati in Carelia ai confini con la Russia. Il grande inverno favoriva la segretezza delle operazioni.
I passatori li conducevano attraverso sentieri nelle immense boscaglie. Una volta entrati in territorio russo erano consegnati a persone che li indirizzavano in vari luoghi “di lavoro”. Iniziavano la loro opera di conversione verso i lavoratori che conducevano una vita di stenti. Molti di questi sacerdoti sono spariti nel nulla dopo essere stati scoperti dalla polizia politica, taluni inghiottiti nei gulag sperduti della Siberia.
Anche il dr. Monti si adoperò in quel periodo per accogliere nella sua abitazione di Stoccolma alcuni sacerdoti e racconta di uno in particolare: «Lo andai ad accogliere proveniente da Roma alla stazione di Stoccolma, mi sembrava il tipico lavoratore russo. Era piuttosto basso di statura e mingherlino, capelli biondi, occhi azzurri. Parlava bene l’italiano e lo ospitai nel mio alloggio. “Non vedo l’ora di tornare tra i miei connazionali”, mi disse. Il suo entusiasmo era sincero per la sua giovane età. Lo lasciai alla frontiera, mi salutò più volte sorridendo, mentre si allontanava. Non ne ho avuto più notizie».
Giancarlo Cocco
Foto © National Archives, Wikipedia, Luni Editrice













