Taipei avvia le simulazioni di difesa contro Pechino, tra le novità i carri armati americani Abrams e i test di resilienza urbana
Le tensioni tra Taiwan e la Cina non sono certo una novità. Nella giornata di ieri, Taipei ha dato inizio alle esercitazioni annuali Han Kuang con cui, per 10 giorni, verranno testate le capacità di difesa nel caso in cui dovesse avvenire un’invasione da parte di Pechino che, considerandola una provincia ribelle, non ne riconosce l’indipendenza. Istituite nel 1984, tali prove militari sono passate dall’essere simili a uno show tra basi e infrastrutture strategiche all’essere sempre più realistiche. Quest’anno il ministero della Difesa taiwanese, Wellington Koo, ha deciso di concentrare le simulazioni sulla mobilitazione delle forze, la protezione delle infrastrutture energetiche, sul contrasto agli sbarchi, la difesa dell’entroterra e la capacità di sostenere un conflitto prolungato, mettendo così alla prova la capacità di resistenza dell’esercito anche in caso di forte degrado delle comunicazioni e della catena di comando.
Secondo alcuni analisti, nonostante le innovazioni apportate, le simulazioni peccherebbero sia nella capacità di approvvigionamento di armi che nello stesso loro dispiegamento. Difatti Taipei sta ancora aspettando la consegna di armamenti già acquistati dagli Usa nonché il via libera per un nuovo maxi pacchetto da 14 miliardi di dollari che Trump ha congelato durante la tregua con Xi Jinping. Oltre a fattori esterni, pesano anche quelli interni, dal momento che l’opposizione taiwanese è contraria a un riarmo giudicato “troppo eccessivo”, proponendo il rilancio del dialogo con la Cina.
Novità 2026
Gli Han Kuang di quest’anno vedranno per la prima volta essere protagonisti i carri armati americani M1A2T Abrams che, configurati appositamente per le esigenze geometriche e difensive dell’isola, in unione alla strategia Coastal Combat (combattimento costiero), consentono di porre in essere una controffensiva immediata sulla linea di costa che permette di contrastare le forze nemiche prima che riescano a stabilire una testa di ponte. In questa edizione verranno poi mobilitate a pieno organico due brigate di riservisti, per un totale di quasi 5mila uomini, con il compito di verificare i tempi e le modalità con cui avverrebbe un’ipotetica mobilitazione su larga scala. È inoltre prevista la simulazione del trasferimento delle linee di produzione militare, nonché la riconversione di aziende civili in fabbriche per la produzione di equipaggiamenti per la difesa.
La principale innovazione strategica riguarda però le esercitazioni di resilienza urbana che comprendono la volontaria riduzione della velocità della rete mobile, per circa 30 minuti, nelle giornate del 10 e del 13 agosto. Ciò servirà a comprendere come potrebbero reagire le reti, le istituzioni e i cittadini nel caso in cui dovessero verificarsi cyberattacchi o un’interruzione delle comunicazioni. Tale scelta dimostra l’evoluzione di Taipei nel ripensare la propria sicurezza, affiancando ai carri armati e ai missili, sempre più spesso reti elettriche, data center e la continuità dei servizi. Tale cambiamento deriva da un duplice obbiettivo: 1) aumentare la consapevolezza dei rischi nei cittadini; 2) dimostrare agli Usa che si stia investendo nella capacità di difesa. Tra le certezze di ogni edizione restano i test di allerta aerea che, al suono di una sirena, invitano i cittadini a nascondersi nei rifugi sotterranei più vicini.
Taipei e Pechino
Quando si parla di Taiwan, si sta facendo riferimento a un’isola nell’oceano Pacifico distante circa 180km dalle coste della Cina, da cui è separata dallo Stretto di Taiwan. Oltre all’isola principale, ossia l’isola di Formosa, il Governo locale controlla anche altri piccoli arcipelaghi, quali Penghu e Matsu. Si tratta di un Paese che gode di piena sovranità, disponendo di un proprio Governo e Parlamento. La Cina, che non ha mai riconosciuto tale indipendenza, ritiene che i territori taiwanesi siano una provincia “ribelle” destinata a riunirsi al resto della Nazione.
Al fine di non scatenare contenziosi con lo Stato cinese, buona parte dei Paesi del Mondo non riconosce ufficialmente Taiwan pur mantenendovi legami politici e commerciali. Paradossalmente, la stessa Pechino intrattiene degli importanti scambi bilaterali con Taipei che sono basati su una forte interdipendenza economica. La Cina è difatti un mercato
fondamentale per l’export taiwanese e una meta chiave per i capitali degli imprenditori di Taiwan. Allo stesso tempo, l’interscambio si appoggia su catene di fornitura tecnologiche e industriali integrate tra le due sponde dello stretto. Per poter comprendere i complicati rapporti esistenti tra le due Nazioni, bisogna risalire ai fatti del 1949.
L’origine delle tensioni
Nonostante la Cina rivendichi Taiwan come propria, il partito comunista non l’ha mai governata. L’isola assunse rilievo nel 1949 quando, dopo la vittoria della guerra civile da parte del Partito comunista di Mao Zedong, vi si rifugiarono Chiang Kai-shek e i superstiti della precedente amministrazione nazionalista. Qui, il leader del Koumintang instaurò un proprio Governo, denominato Repubblica di Cina, che presentò al Mondo come l’unico esecutivo legittimato a governare l’intera Cina. Se in un primo momento, per via delle dinamiche della Guerra fredda contrapponenti il blocco occidentale e quello orientale, molti Paesi, compresi gli Usa, riconobbero la sovranità di Taiwan su Pechino, le cose cambiarono negli anni ’70. In quel periodo infatti le Nazioni occidentali riconobbero la legittimità del Governo comunista sulla Cina e, per poter instaurarvi rapporti diplomatici, furono costretti a rinunciare ad averne con Taipei. Data però l’importanza strategica dell’isola, i Paesi elaborarono una serie di politiche ambigue.
Esempio principale furono gli Usa che svilupparono la politica di “una sola Cina”, politica per cui l’amministrazione statunitense riconosce formalmente la Repubblica popolare cinese come unico Governo legittimo della Cina, pur mantenendo relazioni culturali, commerciali e non ufficiali con Taiwan. Si tratta di una strategia basata sul concetto geopolitico di “ambiguità strategica”, ossia un espediente diplomatico essenziale per preservare la pace nello Stretto di Taiwan, evitando un conflitto militare diretto tra super potenze. Nel 1992 il Governo taiwanese e quello cinese, pur non riconoscendosi l’un l’altro, concordarono l’esistenza di una sola Cina, sebbene in disaccordo sul fatto che con tale termine si dovesse fare riferimento a quella comunista o taiwanese. Successivamente al crollo del regime di Chiang, Taipei divenne una democrazia, abbandonando sempre di più la pretesa di riconquistare la Cina e iniziando a radicare una propria identità tra la popolazione.
Incremento della difesa contro Pechino
Negli ultimi anni Taipei ha incrementato notevolmente le proprie capacità militari, spesso anche su pressione degli Usa. La strategia adottata riguarda principalmente sistemi mobili e facilmente dispiegabili, come droni e piattaforme adatte a una difesa asimmetrica. Nonostante il presidente Lai Ching-te si sia posto l’obbiettivo di portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2030, il Parlamento ha recentemente approvato un piano straordinario da 24,8 miliardi di dollari per nuovi acquisti di armamenti, una cifra inferiore di circa 40 miliardi rispetto alle richieste governative. La volontà di Taiwan di rafforzare le proprie difese, stando alle parole del presidente, deriva dalle continue minacce dell’espansione dell’autoritarismo del Partito comunista.
Pechino considera l’isola come proprio territorio nazionale e desidera annetterla non solo per motivi storici ma anche strategico–militari ed economici. Dall’altro lato, per i medesimi motivi, gli Usa vogliono che Taiwan resti indipendente per poter mantenere un avamposto nell’oceano Pacifico, proteggendo così gli equilibri commerciali e logistici globali. Taipei è infatti un polo unico per il settore della tecnologia, manifattura, automotive, elettronica e informatica. Si tratta di una delle più importanti economie al Mondo, il cui Pil ha superato Nazioni come Svizzera, Svezia e Arabia Saudita. La possibilità di esercitare un pieno controllo su Taiwan permetterebbe di ottenere un ruolo strategico sul Pacifico, nonché economico rispetto i principali scambi internazionali.
Ottavia Scorpati
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