Dal pronto soccorso di Grosseto alle scuole: il percorso per sconfiggere abusi e femminicidi con prevenzione, leggi e educazione al rispetto
Dall’ombra di un’impunità che dura da secoli fino alle aule di un pronto soccorso di provincia, per poi arrivare ai vertici dello Stato, la lotta contro la violenza di genere non è solo una questione giudiziaria. È un dramma culturale profondo che chiama alla coscienza di tutto il Paese.
La visita del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla Stanza Rosa dell’Ospedale Misericordia di Grosseto ha riacceso i riflettori su una ferita che ancora sanguina. Le sue parole, decise e sincere, senza retorica, suonano come una chiamata alle armi per le istituzioni e per la società civile: «Il fenomeno della violenza nei confronti delle donne è un’emergenza di primaria importanza della vita del nostro Paese. Non basta punire, occorre prevenire, partendo dalle scuole». Per capire davvero il peso di questo appello, è necessario tornare indietro nei secoli di sottomissione, analizzare come hanno risposto le leggi e chiedersi quali risposte mancano ancora oggi.
Le radici del dominio: dal diritto romano all’Italia del dopoguerra
Nell’antica Roma la violenza sessuale era spesso ignorata o addirittura giustificata. Era la guerra a legittimare il dominio sulle donne: le vittime dei conquistatori non venivano mai considerate degne di giustizia. In quel contesto il corpo femminile non era solo uno spazio di conquista, ma anche di umiliazione sistematica. Sotto l’imperatore Costantino I, una donna rapita e violentata poteva essere punita come complice, colpevole di non aver gridato o di non essersi difesa abbastanza. La violenza diventava una colpa condivisa, come se la donna stessa fosse responsabile della propria sofferenza. Secoli passano, ma l’idea che la violenza sulle donne sia accettabile resta radicata.
Fino al 1956 in Italia esisteva il cosiddetto jus corrigendi, un diritto che il marito aveva di “correggere” la moglie, anche con la forza. Era una supremazia patriarcale legittimata dalla legge, che trattava la donna come una proprietà da controllare. Solo nel 1996 lo stupro fu riconosciuto come crimine contro la persona, un passo importante ma tardivo, che cercava di restituire dignità alle donne, pur lasciando molta strada da percorrere.
Durante la Seconda guerra mondiale le donne di Roma, come tante altre in Europa, furono sia carnefici che vittime di una violenza selvaggia. Le violenze subite durante l’occupazione alleata e quella nazista non furono solo atti di brutalità, ma simboli di un dominio senza limiti.
Leggi che non cambiano la cultura
Anche se le leggi sono cambiate, la radice della violenza non è stata estirpata. La lotta contro la violenza sulle donne è una guerra lunga e complessa, fatta di piccole battaglie quotidiane, di consapevolezza, di educazione e di un impegno che non deve mai fermarsi. La vera battaglia non è solo nei tribunali, ma nelle menti e nei cuori di una società che ancora tollera la sopraffazione. Il femminicidio nell’Italia del dopoguerra non veniva considerato un crimine strutturale, ma era una parte di una violenza di genere più ampia che permeava la società patriarcale italiana.
Le violenze contro le donne, compresi gli omicidi, venivano spesso giustificate con motivi di onore, gelosia o possesso. Il sistema sociale, che alimentava e legittimava questa violenza, era dominato da una cultura del silenzio che impediva alle donne di denunciare e di chiedere giustizia. Era una cultura che trattava la violenza come una “questione privata”, una tragedia individuale da non rivelare, da non mettere in discussione.
Per molti anni il fenomeno del femminicidio fu ignorato o minimizzato. Solo negli anni ’70, grazie alla forte pressione dei movimenti femministi, il tema della violenza contro le donne iniziò a emergere nella coscienza collettiva, portando a un cambiamento radicale nella percezione del crimine. Il movimento femminista, con il suo impegno per i diritti delle donne, cominciò a svelare e denunciare ciò che fino ad allora era stato nascosto sotto il velo del silenzio patriarcale.
Un passo decisivo fu l’introduzione della legge sul divorzio nel 1970. Questa legge segnò una rivoluzione che, purtroppo, non risolse subito tutti i problemi, ma diede alle donne una maggiore autonomia rispetto al passato. Prima della legge, molte donne erano costrette a rimanere in matrimoni violenti e infelici per ragioni economiche o per l’impossibilità di ottenere una separazione legale. Anche dopo la legge sul divorzio, le donne che cercavano di liberarsi da relazioni abusive dovevano affrontare enormi difficoltà e ostacoli.
In parallelo, la violenza di genere rimaneva invisibile nella società e il sistema legale non dava alle donne la protezione di cui avevano bisogno. Le politiche sociali ed educative erano carenti, e l’accesso alla giustizia era ostacolato da tabù culturali e da pregiudizi radicati nella mentalità comune. Le donne vittime di violenza domestica, sia fisica che psicologica, non erano tutelate e spesso dovevano soffrire in silenzio. La violenza era considerata “privata”, le denunce erano sminuite e la legge non era ancora abbastanza efficace per contrastarla.
Negli anni ’80 e ’90 la sensibilizzazione sulla violenza di genere e sui diritti delle donne è cresciuta, grazie anche al lavoro delle attiviste femministe. In quel periodo il concetto di femminicidio ha iniziato a emergere più chiaramente, anche se il termine non era ancora usato sistematicamente. La società e le istituzioni italiane hanno cominciato a riflettere sul fenomeno, ma erano ancora lontane da una piena comprensione della sua gravità. Sono state le attiviste femministe italiane a fare il passo fondamentale per affermare il femminicidio come crimine specifico. La loro lotta ha portato all’introduzione di misure più concrete contro la violenza domestica, ma le sfide rimanevano enormi.
Le attiviste denunciavano la violenza domestica come forma di controllo patriarcale e spingevano per leggi migliori. Con la nascita dei centri antiviolenza e una maggiore coscienza collettiva, l’Italia ha fatto passi importanti.
Le mille metamorfosi dell’abuso e la risposta del legislatore
La violenza di genere è una piaga che colpisce non solo l’Italia, ma il Mondo intero. Può colpire chiunque, ma è soprattutto rivolta alle donne, che subiscono abusi fisici, psicologici, sessuali ed economici. Le forme di violenza sono tante: fisica, sessuale, psicologica, emotiva, economica.
Nel 2019 è stato introdotto il Codice Rosso, che ha accelerato la procedura giudiziaria imponendo tempi brevi per ascoltare le vittime e adottare le cautele necessarie. Nonostante questo, la violenza non si è fermata, così l’Italia ha approvato un disegno di legge per inserire il delitto di femminicidio come fattispecie autonoma nel codice penale. Il provvedimento prevede l’ergastolo per chi uccide una donna per motivi di discriminazione, odio di genere o per ostacolare i suoi diritti e la sua personalità, in linea con la Convenzione di Istanbul e la direttiva Ue 2024/1385.
Il quadro normativo prevede anche misure stringenti: audizione obbligatoria della persona offesa dal pubblico ministero entro tempi serrati nei casi di Codice Rosso, inasprimento delle pene per maltrattamenti in famiglia, stalking, lesioni e revenge porn quando sono motivati da odio di genere. Le attenuanti non possono ridurre la pena sotto i 24 anni se ne è presente una sola prevalente, o sotto i 15 anni se ce ne sono più.
Dal pronto soccorso alla rete di tutela: il modello della Stanza Rosa
Se la legge stabilisce il quadro punitivo, serve anche un presidio umano e sanitario per intercettare il dolore prima che diventi un’altra tragedia. Questo presidio ha un nome e una storia ben precisi: la Stanza Rosa e il Codice Rosa, nati all’ospedale Misericordia di Grosseto. La storia parte prima che il protocollo fosse ufficiale, grazie all’intuizione delle ginecologhe Michela Milianti e Zelinda Formica. Sono state loro le prime a vedere, dietro traumi ed ecchimosi “accidentali”, i segni chiari di maltrattamenti domestici. Nel 2008 nasce il primo protocollo Asl, poi si sviluppa con l’aiuto di un’équipe multidisciplinare guidata da Vittoria Doretti.
Il Codice Rosa crea un percorso d’emergenza al triage per accogliere la persona abusata in un ambiente protetto, la Stanza Rosa. Qui le cure mediche, la refertazione medico‑legale, il supporto psicologico, le forze dell’ordine e i centri antiviolenza del territorio lavorano insieme in tempo reale. È un modello pionieristico esteso a livello regionale e infine alla base delle Linee guida nazionali per le aziende sanitarie.
Proprio in questo luogo di riparo e diagnosi rapida il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato che un livido al pronto soccorso è spesso il primo grido d’aiuto silenzioso e che le istituzioni hanno il dovere morale di ascoltarlo e interpretarlo.
Una via d’uscita
Franco Isceri, padre di Lorena (donna di 45 anni gettata dal viadotto dall’ex compagno Federico Vella), ha parlato con il cuore spezzato chiedendo alla politica un’azione unanime per rafforzare i centri antiviolenza e gli strumenti normativi. La domanda è inevitabile: quanto può fare la politica e dove si trova la vera via d’uscita?
La risposta sta nel riconoscere i limiti di una risposta solo punitiva. La politica può intervenire con leggi più severe, corsie preferenziali nei tribunali e nuove tipologie di reato, per spezzare il senso di impunità dei carnefici. Però la sola minaccia di pena o ergastolo non basta a fermare chi agisce spinto da un senso di possesso patologico o da una visione distorta della donna. Per fermare la violenza sulle donne occorre un cambiamento deciso. Non basta correre dietro alle emergenze, bisogna intervenire prima che sia troppo tardi con aiuti concreti e continui. Prima di tutto, i Centri Antiviolenza e le Case Rifugio non devono vivere con l’ansia dei fondi a termine o dei bandi. Hanno bisogno di finanziamenti sicuri e fissi ogni anno per pagare gli operatori, tenere aperte le strutture e offrire un rifugio sicuro a chi scappa da una situazione pericolosa, in qualsiasi città d’Italia.
Poi occorre aiutare le donne a liberarsi dal ricatto del denaro. Spesso chi subisce abusi non denuncia perché non sa come vivere o come sfamare i figli. Serve un sostegno economico immediato più forte e un aiuto concreto per trovare lavoro, spingendo le aziende ad assumere chi vuole ricominciare da capo.
Un altro punto fondamentale è la formazione di chi riceve le denunce. Poliziotti, carabinieri, medici del pronto soccorso e giudici devono essere addestrati a riconoscere subito i segnali di allarme: minacce, controllo costante, stalking iniziale. Non si deve mai sottovalutare una chiamata d’aiuto, ma applicare subito le protezioni necessarie e impedire ulteriori traumi alla donna.
Infine, la politica deve fare un passo indietro e restare unita. Di fronte al dolore delle famiglie delle vittime non si può dividere per bandiera o partito. Le leggi contro la violenza di genere vanno approvate tutti insieme, all’unanimità, per dare un segnale forte: le istituzioni sono dalla stessa parte. Solo lavorando insieme, tra Governo, magistratura e associazioni, si può far funzionare davvero la rete di soccorso e portare nelle scuole e nella società quel rispetto che cancella alla radice l’idea del possesso.
La scuola come argine culturale: la sfida educativa del futuro. È qui che il messaggio centrale di Sergio Mattarella, pronunciato durante la visita a Grosseto, prende tutta la sua forza. Se la via d’uscita non può dipendere solo dalle aule di tribunale, la vera prevenzione deve nascere dove si formano le coscienze. «Il fenomeno della violenza contro le donne richiede prevenzione, individuazione delle situazioni violente, formazione ed educazione. Nelle scuole, nelle università come tema di lavoro professionale, ma soprattutto nelle scuole per trasmettere un senso dei rapporti umani».
La scuola è l’unico presidio pubblico universale capace di smontare gli stereotipi di genere prima che diventino comportamenti prevaricatori. Educare all’affettività e al rispetto dell’altro nelle aule scolastiche significa sconfiggere la violenza di genere con un intervento educativo profondo e precoce, che colpisca alla radice le relazioni umane e la percezione dell’altro. Insegnare fin dall’infanzia la cultura del consenso e della libertà, rompendo l’idea distorta che una persona possa essere vista come un oggetto da possedere o controllare.
Bisogna fornire ai giovani gli strumenti emotivi e culturali per gestire rifiuto e frustrazione, mostrando loro che un “no” o la fine di una storia non diminuiscono il valore o la virilità, e non possono mai giustificare vendetta o sopraffazione. E infine superare la cultura dell’omertà e della vergogna, offrendo a ragazze e ragazzi spazi sicuri di ascolto dove imparare a riconoscere ogni forma di violenza psicologica o digitale – dal cyberbullismo alla diffusione non consensuale di immagini – e trovare la forza di chiedere aiuto subito.
L’appello di Mattarella cambia l’educazione al rispetto. Non è più solo una lezione a scuola, ma diventa un vero pilastro per la sicurezza della democrazia e della civiltà. Solo se si uniscono la fermezza della legge, l’efficienza dei pronto soccorso e una profonda rivoluzione culturale che inizi dalle scuole, la società italiana potrà davvero sperare di mettere fine a questa drammatica scia.
Ludovico Bruna
Foto © Ia, Confartigianato Cuneo, X Università di Firenze













