L’Europa al bivio della Destra

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L'Europa al bivio della Destra

Dalle urne di Stoccolma al crollo della CDU in Sassonia: come l’agenda sovranista sta ridefinendo gli equilibri politici in Europa

Con le elezioni politiche svedesi del 13 settembre l’Europa è a un passo da un riassestamento politico che tende inequivocabilmente verso l’ultra destra. In una tornata elettorale che ha visto i cittadini chiamati a rinnovare in un’unica soluzione tutte le cariche dello Stato, il Paese scandinavo si è ritrovato proiettato in una competizione serratissima. 

La battuta d’arresto dei Democratici Svedesi

La Stampa Alle ore 5 del mattino, con il 94% dei voti scrutinati, la coalizione di centrosinistra guidata dall’ex premier Magdalena Andersson deteneva 176 seggi, contro i 173 seggi attribuiti all’alleanza di centrodestra capitanata dal moderato Ulf Kristersson – fino a oggi premier. Un margine minimo che evoca il precedente del 2018, quando il socialdemocratico Stefan Löfven superava il centro destra tedesco per un singolo seggio, innescando un duro stallo istituzionale.

I dati provvisori indicano quindi una possibile maggioranza che si regge su un distacco minimo di soli tre seggi, il che attesta come e comunque un notevole passo indietro per la coalizione di centrosinistra. Il quadro definitivo resta subordinato al conteggio delle schede degli svedesi all’estero.

Il dato politico di maggior rottura riguarda però i Democratici Svedesi (SD), la formazione di estrema destra guidata dal 2005 da Jimmie Åkesson. Nato negli anni ’80 da ambienti legati all’estremismo radicale e a gruppi neonazisti, il partito ha gradualmente moderato i toni ed espulso i membri apertamente razzisti, crescendo costantemente a ogni appuntamento elettorale. Lo scorso 13 settembre ha segnato la prima battuta d’arresto per l’SD dal suo ingresso in Parlamento nel 2010, retrocedendo al 17,6% dei consensi con una perdita di circa 3 punti percentuali e cedendo il passo ai moderati di Kristersonn.

Le ragioni e la contrazione dei socialdemocratici

Dagens NyheterAlla base di questo arretramento sembrano pesare più fattori. Da un lato, la decisione del leader Jimmie Åkesson di fornire sostegno esterno all’esecutivo di centrodestra uscente ha inciso negativamente sull’opinione pubblica. Entrare nella stanza dei bottoni ed essere associati alle decisioni della maggioranza ha indebolito l’immagine dell’SD come forza di rottura e opposizione.

Dall’altro, è venuto meno il contributo decisivo di una quota di immigrati di seconda e terza generazione. In passato, molti stranieri inseriti stabilmente nel mercato del lavoro avevano votato per l’SD con l’obiettivo di smarcarsi e prendere le distanze da chi abusava del sistema di welfare svedese. Nelle ultime urne questo sostegno si è dissolto, per via delle promesse disattese

Un altro fattore determinante è stato il ruolo giocato dai Moderati. Il Partito guidato da Kristersson ha integrato nel proprio programma i cavalli di battaglia dell’SD, per cui gli elettori favorevoli al pugno duro hanno preferito votare per il Partito Moderato, considerato più rassicurante e d’istituzione.

Dall’altro lato dello schieramento, anche i Socialdemocratici di Andersson – prima donna a guidare il Governo a Stoccolma ed ex ministro delle Finanze – hanno incassato una contrazione pari a 2,3 punti percentuali. Gli analisti evidenziano come gli elettori abbiano premiato i programmi dotati di maggiore concretezza sulle questioni economiche interne. E Andersson è stata criticata per una campagna elettorale ricca di retorica, ma priva di contenuti programmatici incisivi, unita ad aperture ambigue verso la destra moderata che hanno scontentato l’ala sinistra. 

La stretta migratoria: dalla porta aperta alla retorica della “remigrazione”

L’era Kristersson ha comunque lasciato un segno. Per decenni, la Svezia ha rappresentato il modello europeo dell’accoglienza. Nel 2015, durante la crisi dei rifugiati siriani sulla rotta balcanica, Stoccolma accolse 163.000 persone in un solo anno. A distanza di un anni, quel flusso si è ridotto del 96%, lasciando il posto a una legislazione tra le più restrittive del Continente.

Oggi, su una popolazione complessiva di 10 milioni di abitanti, vivono stabilmente 2 milioni di immigrati, che si confrontano con un quadro normativo fortemente irrigidito sotto la spinta dell’estrema destra. Sussistono, ad esempio, dei sussidi di rimpatrio che offrono incentivi finanziari a chi sceglie di lasciare volontariamente il Paese 

Introdotta dal centrodestra nel 2022tale misura ha recentemente visto un’intensa propaganda da parte dell’SD tramite manifesti pubblicitari.

Il Governo Kristersson ha poi fatto proprio il concetto radicale di remigrazione. Sono state introdotte procedure celeri di rimpatrio per i “dublinanti” in linea con il nuovo Patto europeo: una legge (approvata a giugno) che impone ai dipendenti pubblici di segnalare gli immigrati irregolari incontrati nell’esercizio delle proprie funzioni.

Il confronto con il caso tedesco

L'Europa al bivio della DestraSe in Svezia la strategia del centrodestra moderato ha consentito di contenere i Democratici Svedesi drenando loro consensi, nonostante la sconfitta, la situazione in Germania presenta contorni decisamente più drammatici per i partiti tradizionali. Nel Land tedesco della SassoniaAnhalt si è consumato un vero e proprio terremoto politico. L’esito delle urne ha visto la CDU crollare all’18,5%, ben al di sotto della classica soglia del 20%, segnando una sconfitta storica e il governatore uscente Sven Schulze ha dovuto concedere la vittoria a Ulrich Siegmund e alla formazione ultranazionalista Alternative für Deutschland (AfD).

Poco dopo i risultati, presso il quartier generale della CDU all’albergo Maritim di Magdeburgo, si sono rincorse voci di “putsch” interno, mentre a Berlino il cancelliere Friedrich Merz convocava una riunione d’emergenza del Präsidium.

Le analisi demografiche attribuiscono il crollo della CDU a una profonda insoddisfazione verso Merz. Il gradimento personale del cancelliere è sceso al 15%, la metà rispetto alla cifra registrata dall’ex cancelliere Olaf Scholz.

Gli elettori individuano nel suo essere percepito come una figura troppo “occidentale” (“Wessi”) e disinteressata ai problemi delle Regioni orientali. È spesso stato accusato di non trasmettere un reale interesse personale per i problemi della parte est della Germania, se non considerandoli come un problema da tenere a bada. Ha inciso anche una gestione giudicata da molti non eccellente della situazione di stagnamento economico ereditata dal precedente Governo. 

Con i prossimi appuntamenti elettorali fissati per il 20 settembre in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, gli equilibri non solo della democrazia cristiana tedesca, ma dell’intera Unione sono a rischio.

 

Fabio Sinisi

Foto © Quotidiano Nazionale, La Stampa, Dagens Nyheter, ISPI

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