Prezzi calmierati, la manovra di Mamdani prende forma

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Banco di prova La Marqueta, obiettivo: qualità della vita. Parte da Harlem la missione del sindaco che vuole cambiare la Grande Mela

Promessa mantenuta. Zohran Mamdani, sindaco di New York, eletto sulla scia di una campagna avente a cuore la tutela delle fasce meno abbienti, ha annunciato l’apertura del primo supermercato comunale della città, finanziato con fondi pubblici e pensato per abbattere il costo della spesa quotidiana per migliaia di newyorkesi.

Il primo punto vendita sarà a East Harlem, quartiere storicamente fra i più popolari e meno serviti dalla grande distribuzione. Sorgerà all’interno di uno spazio di proprietà municipale chiamato La Marqueta, tradotto dallo spagnolo “il mercato”.

Ambizioso il piano del sindaco. Un negozio in ognuno dei cinque distretti di New York entro il 2029, per un investimento complessivo di 60 milioni di dollari. I prezzi applicati saranno più bassi rispetto a quelli della grande distribuzione tradizionale. Inoltre, ampio spazio verrà dato ai prodotti locali.

Un modello, questo, che, almeno sulla carta, suona come un ibrido tra il mercato contadino e la cooperativa di quartiere. Ma chi ne garantirà la sopravvivenza? Il denaro pubblico.

Cos’è il prezzo calmierato?

Il termine “prezzo calmierato” indica un prezzo amministrato, vale a dire fissato o influenzato da un soggetto pubblico, avente come obiettivo quello di renderlo inferiore a ciò che il mercato libero stabilirebbe in maniera spontanea.

In economia, si tratta di uno strumento antico e divisivo fra le varie scuole di pensiero.

Teoria neoclassica

La teoria neoclassica considera il prezzo come il principale meccanismo di coordinamento dell’economia, capace di trasmettere informazioni sulla scarsità dei beni e di orientare in modo efficiente le decisioni di consumatori e produttori.

Qui, il mercato tende spontaneamente verso un punto di equilibrio in cui domanda e offerta si incontrano senza bisogno di correzioni esterne. Quando il potere pubblico impone un prezzo calmierato al di sotto di tale livello, il sistema perde la funzione segnaletica: i consumatori sono incentivati a domandare di più, mentre i produttori tendono a offrire di meno, vedendo ridotti margini e convenienza.

Per la scuola neoclassica, il calmiere rappresenta una fonte di squilibri che altera gli incentivi economici, compromettendo l’efficienza allocativa. Nel breve periodo, evidenzia, può sembrare una misura di protezione sociale. Ma nel medio e lungo termine rischia di tradursi in scarsità, peggioramento della qualità, riduzione degli investimenti e spostamento delle transazioni verso canali informali o mercati paralleli.

Tradizione keynesiana

La tradizione keynesiana, al contrario, invita a leggere il prezzo sia come un segnale di mercato, che come variabile sociale e politica, capace di incidere direttamente sulla coesione collettiva.

Il mercato non sempre produce esiti efficienti o desiderabili, soprattutto in materia di beni essenziali come cibo, energia, trasporti o abitazione. Differentemente da quanto riportato nella teoria neoclassica, qui, nelle fasi eccezionali, lasciare i prezzi completamente liberi può amplificare il panico, alimentando la speculazione e colpendo in misura pericolosa i redditi più bassi.

Per i keynesiani, il calmiere può diventare uno strumento temporaneo di stabilizzazione: serve a contenere gli effetti sociali dell’inflazione, difendendo il potere d’acquisto e garantendo al contempo l’accesso ai beni indispensabili. In quest’ottica, è l’intervento pubblico che corregge il mercato quando esso fallisce nel garantire la tenuta sociale.

I precedenti storici

L’idea di controllare i prezzi dei beni essenziali ha una storia lunga e variegata.

Il caso più studiato del Novecento è quello dell’Unione sovietica, dove l’intero sistema dei prezzi era amministrato centralmente. Pane, trasporti, utenze: ogni cosa aveva un prezzo stabilito dallo Stato. Il risultato fu una combinazione di “equità formaleinefficienza sistemica”, con carenze croniche e code davanti ai negozi. Senza menzionare la crescita del mercato parallelo prosperante nell’ombra.

Ben più circoscritti i calmieri adottati in contesti di emergenza. Durante la Seconda guerra mondiale, il Governo degli Usa istituì l’Office of price administration, che stabilì tetti di prezzo per i beni di prima necessità. Il calmiere funzionò: evitò l’inflazione speculativa in tempo di guerra e mantenne l’accesso ai beni essenziali per la popolazione civile.

Ulteriore precedente storico risale addirittura all’età romana. Nel 301 d.C., l’imperatore Diocleziano promulgò l’Edictum de Maximis Pretiis, con cui fissò salari e prezzi massimi per circa un migliaio di beni e servizi, nel tentativo di arginare l’inflazione e contenere gli abusi speculativi.

Il controllo, però, non riuscì a imporsi in modo efficace sull’intero spazio economico dell’Impero e finì per essere revocato. Uno dei più antichi esempi di fallimento di un calmieramento generalizzato.

Esempio di efficacia temporanea dei calmieri e più vicino alla contemporaneità occidentale rispetto all’antica Roma, è quello degli Usa di Richard Nixon. Tra il 1971 e il 1974, l’amministrazione americana introdusse controlli su salari e prezzi per frenare l’inflazione, in una fase di forte tensione economica. Nel brevissimo periodo la misura contribuì a rallentare la crescita dei prezzi.

Ma l’effetto non fu duraturo. Una volta allentati i controlli, l’inflazione tornò a crescere e il sistema produsse anche distorsioni e carenze, soprattutto nei comparti più sensibili come cibo ed energia.

Un caso simile

Più vicino al caso newyorkese è l’esempio francese dei supermercati cooperativi ispirati al modello de La Louve di Parigi, così come quello delle épiceries sociales diffuse in numerosi Comuni europei.

Si tratta di punti vendita sostenuti da fondi pubblici pensati per offrire beni alimentari essenziali a prezzi ridotti alle famiglie in difficoltà, senza però uscire del tutto dalle logiche della distribuzione organizzata.

Qui il calmiere si presenta come una forma di intervento mirato, inserita in una cornice di solidarietà locale e di welfare territoriale. Proprio per questo, il modello ha mostrato una maggiore sostenibilità nel tempo. In particolar modo laddove il sostegno alimentare è stato affiancato da altri strumenti di protezione sociale e accompagnamento pubblico.

Cosa può succedere a New York

L’annuncio di Mamdani ha già polarizzato il dibattito americano: per i sostenitori è una risposta concreta alla food insecurity nei quartieri più fragili di New York, mentre per i critici liberisti rischia di alterare la concorrenza, gravando sul bilancio pubblico fino a marginalizzare i privati. Tutto dipenderà da come il progetto verrà portato avanti. Un supermercato pubblico può avere senso se riesce a stare in piedi senza perdere efficacia. In caso contrario, verranno tradite le promesse iniziali.

C’è poi il problema della portata. Pochi punti vendita, in una città come New York, potrebbero incidere meno del previsto. Malgrado ciò, l’esperimento merita di essere seguito con attenzione, perché può dire molto su una sfida che oggi, nel terremoto geopolitico, è assai sentita: la priorità della qualità della vita. Che sia del cittadino e dello Stato, ai posteri l’ardua sentenza. In vista del mondiale di calcio in arrivo.

 

Alessandro Bonifazi

Foto © Reason Magazine, Living New Deal, Finanzas y Economía, GPIA GIS

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