Lungo viaggio del presidente spagnolo in Cina, alla ricerca di un’alternativa globale per Madrid e Bruxelles
Dall’11 al 15 aprile 2026, Pedro Sánchez è a Pechino. Quarta missione ufficiale in quattro anni nelle Terre del dragone.
Elemento cruciale che illustra le ambizioni geopolitiche del madrileno. Pechino non è da meno: la visita ufficiale è stata accolta con la presenza della moglie Begoña Gómez, bersaglio delle opposizioni internazionali avverse tanto al premier quanto alla Repubblica popolare.
Sul tavolo, protocolli d’intesa in materia commerciale e industriale, accesso al mercato cinese per le aziende spagnole nei settori agroalimentare, sanitario, energetico e cosmetico, e soprattutto il dossier geostrategico delle Terre rare. Indispensabili ora più che mai per transizione energetica e filiera tecnologica europea. Ma anche una richiesta.
Il discorso alla Tsinghua University
Il 13 aprile, di fronte a una folla di studenti, all’auditorium della prestigiosa Tsinghua
University, ha pronunciato un discorso aprendo con un’immagine storica: nel 1583 il gesuita italiano Matteo Ricci arrivò in Cina portando con sé un mappamondo «corretto ma distorto», con l’Europa al centro e l’Asia ai margini. Ricci capì subito di dover rifare quella mappa. Per Sánchez l’Occidente deve fare lo stesso oggi. E smettere di considerarsi centro del Mondo. La Spagna, ricorda, commerciava già con la dinastia Ming quando Ricci sbarcava in Oriente: «Pechino non era la periferia del Mondo, ma uno dei suoi centri».
Ha, inoltre, inquadrato questo momento storico come una «moltiplicazione di poli» di potere e prosperità. «Per la prima volta nella storia contemporanea il progresso germoglia simultaneamente in luoghi diversi del Pianeta», ha evidenziato.
La richiesta
Sánchez ha espressamente chiesto alla Cina di aprirsi. E lo ha fatto portando numeri.
Economia: «Abbiamo aumentato dell’80% le nostre importazioni dal Sud globale. Abbiamo bisogno che la Cina faccia lo stesso. Che si apra, perché l‘Europa non debba chiudersi». Ultimatum gentile.
Geopolitica: «La Cina fa molto, e lo celebriamo, ma credo possa fare di più». Preme affiché, con lo stallo in Medio oriente della potenza egemone (leggasi, Usa) lo sfidante cinese possa colmare il vuoto, in nome della pace e dell’equilibrio internazionale.
Onu: Nel medesimo discorso ha anche proposto una riforma delle Nazioni Unite con un Consiglio di sicurezza più rappresentativo, capace di dare voce a tutte le Regioni del Pianeta, e auspicato che il prossimo segretario generale sia per la prima volta una donna latinoamericana.
Ambiente: Madrid e Pechino stanno intanto accelerando su quella che qualcuno ha già definito un’“alleanza verde”: l’obiettivo è fare della Spagna il principale polo europeo di produzione di veicoli elettrici e batterie con tecnologia cinese, ma con il know-how che resti ancorato al Continente.
Dove si colloca la mossa di Sánchez
Il contesto in cui questa visita si inserisce è segnato da tensioni che hanno ormai assunto i contorni di una ridefinizione profonda degli equilibri globali. La Spagna si trova di fronte a un Atlantico sempre più agitato.
Donald Trump in rotta di collisione con Madrid, la quale aveva già incassato dichiarazioni ostili da Washington legate al rifiuto di supportare operazioni militari statunitensi tramite le basi Nato di Rota e Morón. Una frattura politica che inevitabilmente collide con il modello di sovranità che Sánchez ha scelto di incarnare.
Ed è proprio in questo clima che va letta la tempistica del viaggio. Nel fine settimana in cui il premier spagnolo ha iniziato la missione, la disfatta elettorale di Viktor Orbán per mano di Péter Magyar aveva rimescolato le carte nel campo dei nazionalpopulismi europei. E lanciato un segnale forte, nonostante il supporto americano rappresentato dalla visita del vicepresidente JD Vance.
In Spagna, dove il Governo pone estrema attenzione a ogni segnale che possa ridefinire i
rapporti di forza nel quadrante unionale e continentale, quella vittoria è stata letta come una “derrota trumpiana” in versione europea. Una conferma che il vento del cambiamento stia iniziando a soffiare, mostrando la non invincibilità del populismo di destra. Caricato da questa lettura, Sánchez ha scelto di perseguire quella che sembra essere la sua più grande sfida. Costruire attivamente un asse alternativo con la seconda economia mondiale, e di farlo auspicando di diventare bussola del Continente.
Il piano interno
C’è però un livello di lettura ulteriore che sarebbe ingenuo ignorare. Pedro Sánchez arriva a questo viaggio con un profilo politico interno che ha bisogno di rinforzi. Il suo Governo di coalizione naviga da tempo in acque agitate. In questo quadro, la diplomazia internazionale diventa uno strumento di costruzione dell’immagine. Il “rebranding” da realizzare su un palcoscenico che vada oltre il muro dei Pirenei.
Mentre altri leader europei subiscono le accelerazioni di Trump, Sánchez intende posizionarsi come colui che è in grado di aprire una terza via, di giocare su entrambi i tavoli delle superpotenze in competizione. Rappresentando gli interessi spagnoli, ma, possibilmente, anche dell’intera Unione europea. E del cattolicesimo. Non è la prima volta che una leadership appannata in patria tenta di ritrovare centralità fuori dai confini nazionali. Thatcher lo fece con le Falkland; Bush senior raccolse un vasto consenso dopo Desert Storm; Blair costruì parte della propria statura internazionale con Kosovo e Sierra Leone.
Sánchez, dal canto suo, ha dimostrato una notevole capacità di sopravvivenza politica. Sa perfettamente che un accordo con Pechino vale, in termini di consenso interno, quanto una “poderosa” riforma politico-economica. Premiando il coraggio di chi abbia avuto la forza di mettersi a rischio nei tempi più bui della storia d’Europa.
Resta da vedere se questa strategia reggerà nel lungo periodo. Gli squilibri
commerciali con la Cina, le preoccupazioni sulla sovranità tecnologica, le pressioni americane sono variabili che non si lasciano governare facilmente, e prima o poi presenteranno il conto. Ma per ora, Sánchez ha capito una cosa che molti suoi colleghi sembrano ignorare: in un mondo dove le vecchie certezze si sgretolano, chi sa riscrivere la mappa prima degli altri ha già vinto metà della partita.
Alessandro Bonifazi
Foto
La Moncloa, El Mundo America, RTVE.es, Bloomberg News













