Le guerre che non vediamo

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Guerre

Cinquanta conflitti attivi nel Mondo, una manciata sotto i riflettori: il problema non è l’informazione, è il filtro

Proviamo a fare un esperimento. Chiediamo a qualcuno di elencare i conflitti attualmente in corso nel Mondo. La risposta media includerà due, forse tre nomi: Ucraina, Gaza, la tensione tra Iran, Israele e Usa. Eppure, mentre leggiamo queste righe, nel Mondo sono attivi quasi sessanta conflitti armati. Il 2025 è stato l’anno con il numero di guerre più alto dalla Seconda guerra mondiale, con scontri che coinvolgono quasi la metà degli Stati del Pianeta. La mappa che ci viene consegnata ogni sera dai telegiornali non è la mappa del Mondo. È la mappa di ciò che il sistema dell’informazione globale ha selezionato come degno di attenzione, e le ragioni di quella selezione sono tutto fuorché casuali. Questa non è una critica alla cattiva informazione. È qualcosa di più strutturale e di più inquietante. 

La mappa silenziosa

Prendiamo il Sudan. Al suo terzo anno di guerra civile, con milioni di sfollati, ospedali distrutti e una crisi alimentare che l’Onu definisce tra le più gravi al Mondo, il Sudan è stato a lungo il conflitto più ignorato del Pianeta. La Repubblica democratica del Congo porta sulle spalle oltre trent’anni di guerra, con decine di gruppi armati che si contendono il controllo di uno dei territori più ricchi di minerali, gli stessi che finiscono nei nostri smartphone e nelle nostre auto elettriche. Il Myanmar è al suo quarto anno di resistenza contro la giunta militare. Nel Sahel – Mali, Burkina Faso, Niger – i Governi militari, dopo aver rotto con i partner occidentali, si appoggiano al sostegno russo mentre la crisi economica alimenta violenze su civili sempre più difficili da sostenere. 

Questi conflitti esistono. Hanno una storia, una geografia, delle vittime con nomi e cognomi. E hanno un’origine comune: i confini che separano questi Paesi furono tracciati col righello durante la Conferenza di Berlino tra il 1884 e il 1885, da potenze coloniali che spartirono il Continente senza conoscerlo, ignorando etnie, lingue e rotte commerciali millenarie (da questo la definizione di Scramble for Africa). Quella suddivisione arbitraria ed esterna è la madre di molte delle instabilità che oggi definiamo, erroneamente, caos endemico. Nella narrazione mediatica globale tutto ciò resta quasi invisibile.

L’Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo di Raffaele Crocco, giunto alla sua edizione 2026, dedica a ciascun teatro di guerra lo stesso numero di pagine, disposti in ordine alfabetico. Una scelta editoriale che è già una dichiarazione: non esistono conflitti più importanti di altri. Esistono conflitti più raccontati di altri, e questa è una cosa completamente diversa. 

Il filtro invisibile

Perché alcuni conflitti dominano il dibattito pubblico e altri scompaiono? La risposta non sta nella gravità degli scontri, né nel numero delle vittime. Sta nella struttura di chi produce e distribuisce le notizie. Nel 1988, Noam Chomsky ed Edward Herman pubblicarono Manufacturing Consent (La fabbrica del consenso, nella traduzione italiana). La loro analisi parte da un caso empirico preciso: il sistema mediatico statunitense e il modo in cui trattava i conflitti verso cui gli Usa esercitavano influenza politica, economica o militare. Chomsky e Herman mostrano come le vittime di Governi alleati di Washington ricevessero sistematicamente meno attenzione, e meno empatia, di quelle prodotte da Governi avversari, indipendentemente dalla gravità dei crimini commessi.

Il meccanismo, nato dall’osservazione del caso americano, rivela però una logica strutturale che travalica i confini nazionali e descrive il funzionamento dei grandi media occidentali nel loro complesso. La loro tesi centrale è che i media mainstream non mentono, non necessariamente. Fanno qualcosa di più sottile: selezionano. Il modello della propaganda individua cinque filtri attraverso cui passa ogni notizia prima di diventare tale: la proprietà dei media, la pubblicità, le fonti accreditate, la reazione istituzionale alle notizie sgradite e l’ideologia dominante. Un conflitto nel Kivu orientale non supera quasi nessuno di questi filtri: non ha una lobby che ne promuova la visibilità, non ha inserzionisti interessati, non ha fonti facilmente accessibili alle redazioni occidentali, e non produce reazioni nelle cancellerie che contano. 

Vittime degne, vittime invisibili

Chomsky e Herman introducono una distinzione che dovrebbe essere insegnata in ogni corso di giornalismo: quella tra “vittime degne” e “vittime non degne”. Le prime meritano copertura, indignazione, appelli, hashtag. Le seconde esistono in una zona d’ombra in cui la morte è registrata, se lo è, come dato statistico. La distinzione non è mai esplicitata, mai dichiarata. È operativa, tacita, sistematica. A questo si aggiunge un fattore pratico che ha accelerato il problema: la crisi economica della stampa ha portato alla chiusura della maggior parte degli uffici di corrispondenza esteri. Il cosiddetto “giornalismo paracadutato” – il reporter che arriva, raccoglie immagini forti, e riparte – è diventato lo standard per coprire le zone di guerra lontane. Per capire un conflitto bisogna starci. Per raccontare il Sudan non basta un volo per Nairobi. 

La periferia sacrificabile

Ma c’è un livello più profondo da indagare, che riguarda la struttura economica globale prima ancora che quella mediatica. Per capirlo bisogna tornare alla Conferenza di Berlino. Tra il novembre del 1884 e il febbraio del 1885, le principali nazioni europee si riunirono per spartirsi l’Africa. Nessun rappresentante africano fu invitato. Il risultato fu una mappa tracciata col righello: esterna e discrezionale. Quella violenza cartografica non è un episodio chiuso, è la struttura entro cui si svolgono ancora oggi i conflitti africani che i media definiscono come “tribali” o “etnici”, come se fossero fenomeni naturali invece che un’eredità di una scelta politica precisa e databile. 

Immanuel Wallerstein, con la sua teoria del sistema-mondo in World-Systems Analysis, ci offre la chiave strutturale. Il capitalismo globale non è un sistema di relazioni tra stati equivalenti: è una gerarchia tra un centro (i paesi industrializzati occidentali), una semiperiferia e una periferia. La periferia non è marginale per caso: è marginale per funzione. Esiste per fornire materie prime, manodopera a basso costo e mercati subordinati. La sua invisibilità non è un’anomalia del sistema, è una sua condizione di funzionamento.

Applicare questa lente ai conflitti dimenticati produce conclusioni scomode. Un conflitto in Congo sul coltan non deve diventare troppo visibile, perché porterebbe domande sulla filiera produttiva degli oggetti che usiamo ogni giorno. Un conflitto nel Sahel che destabilizza paesi produttori di uranio è più conveniente presentarlo come caos tribale che come conseguenza di decenni di politiche estrattive europee. La povertà rimane il motore principale di questi scontri: dalla disparità economica derivano i privilegi e le rivolte.

Vite che non si piangono

C’è però una dimensione che né Chomsky né Wallerstein esauriscono completamente, e che richiede uno sguardo filosofico oltre che politico. Frantz Fanon, ne I dannati della terra (1961), ci offre una chiave più radicale. Il mondo coloniale, scrive, è un “mondo a scomparti”, scisso in due zone che “non sono complementari” ma rette da un principio di esclusione reciproca: “uno dei due termini è di troppo”.

La divisione non è anzitutto economica, è ontologica. “Ciò che fraziona il Mondo è anzitutto il fatto di appartenere o meno a una data specie, a una data razza”. Il colonizzato viene animalizzato attraverso il linguaggio – orde, brulicare, istinti – e condannato all’immobilità storica: “Il colono fa la storia e sa di farla. La storia che scrive non è la storia del Paese che egli spoglia, ma la storia della sua Nazione in quanto essa rapina, violenta e affama”. Questa struttura non è scomparsa con la decolonizzazione formale. Si è trasferita nell’ordine simbolico, nel modo in cui i media occidentali trattano ancora oggi i conflitti del Sud globale: non come eventi politici con cause, responsabili e significato storico, ma come convulsioni di un Mondo immobile: violenze tribali, caos endemico. Il colono continua a fare la storia. Il colonizzato a subirla, invisibile. 

I frame della guerra

Judith Butler, in Frames of War (2009) e nel più recente Regimi di guerra, radicalizza questa intuizione.Guerre I media, scrive Butler, non si limitano a riportare le guerre: costruiscono i frames, i filtri percettivi, attraverso cui decidiamo quali morti meritano il nostro dolore. Le vite che non rientrano nella norma implicita del soggetto degno di lutto, spesso povere, spesso non bianche, spesso geograficamente lontane dai centri del capitalismo globale, ci appaiono come già perdute prima ancora di morire. Non è indifferenza individuale. È un’architettura collettiva della percezione. Il risultato pratico di questa architettura è misurabile. Il divario tra i fondi necessari per rispondere alle crisi umanitarie nel 2024 e quelli effettivamente erogati è stato di 25 miliardi di dollari: significa che oltre la metà dei bisogni è rimasta senza risposta. Non per mancanza di risorse globali, ma per mancanza di attenzione politica, che è, a sua volta, figlia della mancanza di attenzione mediatica. 

Guardare altrove è già una scelta

Torniamo alla domanda di partenza: perché ci viene mostrato solo questo, e non quello? La risposta, a questo punto, dovrebbe essere più chiara. Non c’è un complotto, non c’è una regia nascosta. C’è qualcosa di più pervasivo: un sistema di produzione e distribuzione delle notizie strutturato attorno a interessi economici precisi, inserito in una gerarchia globale che ha tutto l’interesse a mantenere certe zone del Mondo nell’ombra, e alimentato da un’architettura culturale che ha già deciso, a monte, quali vite siano degne di essere piante. 

Kierkegaard sosteneva che non esiste una postura neutrale di fronte alla scelta: anche il non scegliere è una scelta, e ogni scelta definisce ciò che siamo. Lo stesso vale per l’attenzione. Ignorare un conflitto non è un atto di indifferenza passiva, è una presa di posizione, spesso inconsapevole ma non per questo meno reale. Decidere a quali guerre guardare significa decidere quali vite contano. Prendere coscienza di questo non significa abbandonare l’attenzione per l’Ucraina o per Gaza. Significa allargare lo sguardo fino a fare spazio, nel nostro orizzonte morale, anche al resto. Significa chiedersi, di fronte a ogni conflitto che non conosciamo: non è che non esiste, è che non siamo stati aiutati a vederlo. La mappa del Mondo è più grande, e più in fiamme, di quanto ci venga mostrato ogni sera.

 

Alfio Faro

Foto ©️ Human Rights Watch, The Communist, Businesstopia, La Città Futura, Frieze

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