La realtà dietro i social

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realtà dietro i social

Tra apparenza e realtà, i social influenzano comportamenti, alimentano dipendenze e mettono a rischio le nuove generazioni

Vite perfette, auto di lusso, viaggi da sogno. È questo che sempre più spesso appare scorrendo i social. Un mondo all’apparenza perfetto, dietro il quale si nascondono fragilità e problemi. Un modello che influenza le nuove generazioni, lasciando credere che tutto quello che si vede su uno schermo si possa replicare nella realtà, senza conseguenze. E che, addirittura, arriva a mettere i giovani in pericolo con sfide che li spingono a commettere azioni violente o autolesioniste.

Purtroppo, ciò che preoccupa di più è che neanche i provvedimenti adottati finora per tutelare i minori sono serviti a proteggerli; per tale motivo, negli ultimi anni sono state mosse più volte cause contro colossi, come Google e Meta.

L’apparenza inganna

Influencer con un trucco costantemente intatto, una pelle sempre luminosa, una casa sempre in ordine e foto riuscite sempre benissimo. Di fatto, su Instagram, anche una foto postata come uno scatto “rubato”, risulta perfetta. Ma la realtà è ben diversa. Anche dietro una singola foto, che all’apparenza può sembrare fatta di sfuggita, o un reel di pochi secondi, c’è dietro un lavoro enorme. In molti casi anche ore.

Tutto quello che è postato viene prima pensato con accuratezza, tenendo conto di ciò che è di tendenza e che può attirare la popolazione social. Dietro ogni content creator, infatti, c’è un team, che l’aiuta nella scelta dei contenuti da condividere e nelle strategie di marketing o comunicazione. Un team esperto che sa come attirare follower e spingerli a seguire quel profilo, aumentando i guadagni dei propri clienti. Ciò che non bisogna mai dimenticare è che è tutta una questione di business. Più like e visualizzazioni si ricevono, più soldi si guadagnano.

La pericolosità dei social

Non tutti i video che circolano sui social sono innocui. Accanto allo storytelling e alle collaborazioni commerciali, si diffondono sempre di più reel che trasformano lo spettacolo in rischio. Non sempre si tratta di contenuti violenti, talvolta sono rischiosi e estremi fatti da professionisti. È il caso dei video di parkour, in cui i giovani si lanciano da un edificio all’altro o eseguono salti ad altezze vertiginose senza protezioni apparenti. Ciò che, invece, non viene mostrato durante le riprese sono anni di allenamento, controllo tecnico, valutazione del pericolo. Chi guarda tende a percepire queste azioni come replicabili, sottovalutando le conseguenze potenzialmente gravi.

Un esempio è quello di un sedicenne di Merate, in provincia di Lecco, il cui nome non è stato reso noto, rimasto gravemente ferito dopo una caduta mentre praticava parkour. Il giovane, trafitto da uno spuntone di ferro vicino al cuore, fortunatamente non è risultato in pericolo di vita. L’incidente è avvenuto mentre tentava di saltare una recinzione.

Il rischio è che ciò che viene mostrato smetta di essere intrattenimento e diventi modello, con conseguenze che dalla rete si spostino rapidamente nella realtà.

Challenge

Se alcuni contenuti trasformano comportamenti estremi in intrattenimento, le “challenge” segnano un livello ancora più insidioso: non si limitano a mostrarli, ma spingono a imitarli.

Un fenomeno sempre più diffuso, soprattutto su piattaforme come TikTok, che in molti casi spingono i giovani a mettere a rischio la propria vita. Solitamente sono prove di soffocamento, resistenza fisica, atti di lesionismo contro sé stessi o terzi, atti temerari o abuso di sostanze o farmaci.

Tra le più recenti, c’è il “chroming”, una sfida che coinvolge principalmente preadolescenti e adolescenti. Questa prevede di respirare sostanze nocive per l’organismo, al fine di ottenere un effetto di “sballo”, simile a quello dato dalla droga. Ciò dimostra come i social network possano trasformarsi in veicolo di comportamenti pericolosi, difficili da controllare e facilmente replicabili.

Dipendenza

Le app di messaggistica possono diventare una vera e propria droga. Non si tratta più soltanto di un uso eccessivo, ma di un bisogno costante di connessione. Secondo uno studio condotto dall’Associazione Social Warning, il 77% degli adolescenti mostra segnali di dipendenza dalle piattaforme digitali.

Un dato che si inserisce in un quadro più ampio, finito al centro di numerose azioni legali contro i grandi colossi tecnologici. Tra questi l’azienda di Mark Zuckerberg, a cui fanno capo Facebook, Instagram e WhatsApp, che ha raggiunto un accordo da 375 milioni di dollari per il presunto impatto negativo dei propri prodotti sulla salute mentale dei minori. Da quanto è emerso, «I dirigenti di Meta sapevano che i loro prodotti erano dannosi per i bambini, hanno ignorato gli avvertimenti dei propri dipendenti e hanno mentito al pubblico su ciò che sapevano».

La solitudine nell’era della connessione

Paradossalmente, in un mondo sempre più connesso aumenta il senso di solitudine. I social restituiscono l’illusione di una presenza continua: notifiche, messaggi, storie condivise in tempo reale. Costruiscono una realtà in cui all’apparenza si è sempre insieme. Eppure, dietro questa apparente vicinanza, si nasconde spesso una distanza più profonda. La realtà digitale, dove per diventare amici basta accettare una semplice richiesta di amicizia, non coincide con quella concreta, dove le relazioni richiedono tempo, ascolto, impegno e chimica. Così capita che mentre online si moltiplichino le amicizie virtuali, nella vita reale ci si allontani dalle amicizie autentiche. Il risultato è una solitudine silenziosa, difficilmente visibile in una pagina social tra storie e post perfetti, ma sempre più diffusa nella quotidianità.

Verso un futuro più consapevole

In questo scenario, diventa sempre più urgente interrogarsi non solo sul ruolo delle piattaforme, ma anche su quello di chi le utilizza. Serve una maggiore consapevolezza, soprattutto tra i più giovani, che devono imparare a distinguere ciò che è reale da ciò che è finzione, ciò che è intrattenimento da ciò che può diventare pericoloso.

Ma la responsabilità non è esclusivamente di chi naviga sulle piattaforme social. Diventa necessario rafforzare i provvedimenti a tutela dei minori, attraverso controlli più rigorosi, sistemi di verifica dell’età più efficaci e se necessario anche bloccando loro l’accesso a queste app. Occorre soprattutto una maggiore responsabilizzazione delle piattaforme nella gestione dei contenuti potenzialmente dannosi.

Il problema, di per sé, non sono i social. Questi, infatti, possono essere strumenti utili, spazi di espressione, occasioni di connessione. Ma senza un’educazione digitale e senza regole più incisive, rischiano di trasformarsi in luoghi dove l’apparenza prende il sopravvento sulla realtà.

La vera sfida, oggi, non è disconnettersi, ma imparare a restare connessi tenendo presente non solo ciò che viene mostrato, ma anche tutto ciò resta nascosto. E ignorarlo, soprattutto per le nuove generazioni, può avere conseguenze ben più reali di quanto si immagini.

 

Maria Vittoria Rickards

Foto © Italianjournalofnursing.it, Maria Vittoria Rickards

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