Basi, navi da guerra e “martellate” diplomatiche: Ankara rafforza la sua presa e torna a puntare sul memorandum marittimo
La Libia torna al centro della strategia geopolitica della Turchia. A sette anni dalla firma del memorandum turco-libico sulle aree marittime, Ankara accelera sul fronte diplomatico e intensifica i rapporti con i diversi centri di potere libici, nel tentativo di trasformare la propria influenza militare ed economica in un ruolo politico ancora più solido e duraturo.
Il memorandum del 2019
Il punto di partenza resta il controverso memorandum del 2019 sulla delimitazione delle zone marittime tra la Turchia e l’allora Governo di Tripoli. Un accordo che la Grecia considera contrario al diritto internazionale e lesivo dei propri diritti sovrani nel Mediterraneo orientale e che, da allora, rappresenta uno dei principali elementi di tensione nei rapporti tra Ankara e Atene.
Il memorandum fu seguito, nello stesso periodo, da un accordo sulla cooperazione militare e sull’addestramento. Fu questo il passaggio che consentì alla Turchia di trasformare la propria presenza politica in una concreta proiezione militare sul territorio libico.
La presenza militare turca
Ankara consolidò infatti la propria presenza attraverso due infrastrutture strategiche nel nord–ovest del Paese: la base navale di Misurata e la base aerea di Al-Watiya. A Misurata la Turchia mantiene dal 2019 una presenza navale con una task force composta da quattro unità, due corvette e due fregate. Al-Watiya rappresenta invece il principale punto di appoggio della componente aerea turca.
È su questa presenza militare che si è costruita, negli anni, una più ampia strategia di influenza. La Turchia, inizialmente schierata apertamente con le autorità di Tripoli contro le forze dell’Esercito nazionale libico guidate dal generale Khalifa Haftar, dopo il cessate il fuoco del 2020 ha progressivamente modificato la propria postura. Ankara ha iniziato a sviluppare contatti anche con gli interlocutori della Libia orientale, cercando di non perdere terreno in una fase caratterizzata dalla competizione tra le diverse autorità libiche.
L’attività diplomatica di Ankara
In questo scenario assume particolare rilievo la recente attività diplomatica turca. Secondo quanto riferito da Al–Monitor, il capo dell’intelligence turca, Ibrahim Kalin, ha incontrato ad Ankara esponenti di alto livello delle istituzioni libiche, mentre la Turchia cerca di favorire un avvicinamento tra le amministrazioni rivali dell’est e dell’ovest del Paese.
La delegazione libica comprendeva il viceministro della Difesa del Governo di Unità Nazionale, Abdulsalam al–Zubi, il consigliere per la Sicurezza nazionale Ibrahim Dbeibeh e il ministro dell’Interno Emad Trabelsi. I rappresentanti libici hanno avuto colloqui separati con Kalin, con il ministro dell’Interno turco Mustafa Ciftci e con il ministro degli Esteri Hakan Fidan. Una serie di incontri che, secondo i media turchi, non riguarda soltanto la sicurezza. La rete pubblica Trt ha riferito che i colloqui hanno affrontato gli sviluppi in Libia e nella Regione, il rafforzamento della cooperazione bilaterale e le iniziative per garantire la stabilità del Paese. Ankara ha ribadito inoltre il proprio sostegno all’unità territoriale e politica della Libia e agli sforzi per riunificare le amministrazioni orientali e occidentali sotto un unico quadro nazionale.
Le preoccupazioni della Grecia
È proprio questo passaggio a preoccupare maggiormente Atene. Una Libia politicamente
più unita potrebbe infatti offrire alla Turchia una piattaforma più ampia per consolidare gli accordi già sottoscritti e, soprattutto, per tentare di dare nuova legittimità al memorandum sulle zone marittime. Il dossier non riguarda soltanto Ankara e Tripoli. Anche gli Stati Uniti stanno cercando di esercitare un ruolo nella complessa partita libica. Masad Boulos, consigliere senior del presidente Donald Trump per gli affari arabi e africani, ha avviato una serie di contatti con i diversi schieramenti libici, da Tripoli a Bengasi, passando anche per altri luoghi di confronto come Malta.
La Libia si trova dunque nuovamente al centro di una competizione diplomatica che supera i suoi confini. Per la Turchia, il consolidamento dei rapporti con entrambe le aree del Paese rappresenta la possibilità di preservare gli interessi economici e strategici costruiti negli ultimi anni. Per la Grecia, invece, il rischio è che la progressiva normalizzazione dei rapporti tra est e ovest libico finisca per rafforzare indirettamente la posizione turca sul dossier marittimo. Il memorandum del 2019 rimane così la vera “spina” nelle relazioni greco-libiche e uno dei principali ostacoli alla prospettiva di nuovi colloqui sulla delimitazione delle Zone economiche esclusive. La possibilità che la Turchia riesca a convincere il Parlamento della Libia orientale a ratificare l’accordo sulle aree marittime rende il dossier ancora più delicato.
La partita per il Mediterraneo
La partita, quindi, non è soltanto libica. Dietro il tentativo di unificare politicamente il Paese si muove una più ampia sfida per gli equilibri del Mediterraneo. Ankara punta a trasformare la presenza costruita dal 2019 in un’influenza politica estesa a tutta la Libia. Atene teme invece che proprio la riunificazione libica possa diventare lo strumento attraverso il quale il controverso memorandum marittimo acquisti nuovo peso. E così, mentre Tripoli e Bengasi cercano una difficile strada verso l’unificazione, Turchia, Grecia e Stati Uniti si confrontano su una partita strategica che riguarda contemporaneamente sicurezza, influenza regionale, risorse energetiche e controllo degli spazi marittimi del Mediterraneo.
George Labrinopoulos
Foto © Il Nautilus, La Nazione, Startmag













