Biennale danza Venezia 2026: Time Does Not Exist, i vincitori

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Biennale danza Venezia 2026

Wayne McGregor conferma la direzione artistica. Premiati Bangarra Dance Theatre, Mamela Nyamza e il duo Sara-Hjalmarsdottir per le coreografie

Uno degli elementi che caratterizza questa biennale, che si sviluppa accanto alla biennale arte e alla prossima cinema, è l’apertura alla ricerca di culture poco note e a pratiche coreografiche non tradizionali.

La prima performance della biennale danza si è svolta il 17 luglio scorso con Five Days in the Sun, spettacolo creato da Emanuel Gat a partire dalla Sinfonia n.5 di Mahler. Il coreografo britannico Wayne McGregor, riconfermato alla direzione artistica 2027-2028, ha voluto evidenziare il percorso che questa kermesse dovrà sviluppare ed essere più riflessiva che assertiva. Da qui il titolo Time Does Not Exit. Una concezione ispirata dalla fisica quantistica, per festeggiare anche la ventesima edizione del grande appuntamento con la Danza a Venezia. Da questa idea è nata Life Lines, l’installazione filmica immersiva costruita con i preziosi materiali dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia e ospitata durante il Festival nella Sala d’Armi e nell’Arsenale.

Quest’anno il Leone d’oro per la danza è stato assegnato a Bangarre Dance Theatre e il Leone d’argento a Mamela Nyamza ed ex equo a Lahppon/Lost di Elie Sofe Sara e Hjalmarsdottin.

Terrain di Bangarra Dance

Biennale danza Venezia 2026Fondato nel 1989 da Uncle Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson, diretto dal 1991 al 2022 da Stephen Page e poi dalla coreografa Frances Rings, Bangarra Dance Theatre, si propone da sempre di perpetuare l’archivio di narrazioni e archetipi della cultura aborigena e degli isolani dello Stretto di Torres nell’Australia Occidentale, evidenziando un linguaggio della danza contemporanea con un giusto mixage di musica ibrida e video, scene e costumi coerenti a un universo simbolico, unitario e ancestrale.

Uno spettacolo Terrain, che rispetta la storia di questo antico popolo. Un viaggio condiviso nel paesaggio unico del Kati Thanda – Lago Eyre, il più esteso lago salato dell’Australia, e nelle narrazioni che in esso sono legate. Un’ampia distesa lunare, scabra e perlacea come gli ossi di seppia – totem con cui i danzatori danno vita a fiabeschi sipari fuori dal tempo e portano in scena creature umane e non antenati o uccelli mitologici. La danza si dispiega su una colonna sonora che evidenzia un rimbombo interiore, in cui si coniuga la tradizione australiana e la contemporaneità. Dunque in Terrain affrontiamo un viaggio nel tempo e nello spazio, rispettando, e questo è il principale messaggio della performance, gli avi e la loro cultura, che è anche la nostra cultura.

The Herd/Less di Mamela Nyamza

Il leone d’argento assegnato a The Herd/Less di Mamela Nyamza, è un premio meritatissimo a una coreografa e attivista sudafricana che nel 2025 presentò alla Triennale di Milano Hatched Ensemble. Il messaggio lanciato da Mamela Nyamza è quello di porre al centro della scena dei corpi non convenzionali, superando i canoni rigidi della danza classica. Una poetica che si traduce in una pratica coreografica che evidenzia linguaggi popolari, superando i facili accademismi.

Ne viene fuori uno spirito della società sudafricana legata a un ancoraggio chiuso e violento. E Herd/Less gioca sull’ambiguità del termine, herd, ovvero il gregge: una comunità coesa in cui però il singolo viene annullato. In scena un gruppo di uomini e donne con abiti colorati, e apparentemente uniti fra loro, che rimandano a stereotipi legati alle persone di colore, quel popolo delle favellas arrampicato sui bidoncini di latta, quasi inamovibile e fatalista che crea il gregge, il corpo unico. Ma proprio da questo apparente monolite umano, Mamela Nyamza mostra la granitica sopravvivenza e ribellione di questo popolo, e riecheggia l’immagine di Nelson Mandela.

Lahppon/Lost di Elle Sofe Sara e Hllin Hjalmarsdottir

Anche in questo caso la biennale danza ha voluto premiare un popolo ormai scomparso o quasi, quello dei Sa’mi, stanziato oltre il Circolo Polare Artico, fra Norvegia, Finlandia e Russia. Un percorso a ritroso fra il colonialismo occidentale ancora esistente con forme e gattopardismi economici subdoli, vedi il nuovo colonialismo africano da parte della Cina e, quello nel vecchio continente, in questi giorni diviso per una frattura fra gli stati in tema di politiche migratorie.

La coreografa e regista sàmi Elle Sofe Sara, insieme alla coreografa e danzatrice islandese Hun Hjalmarsdottir ha proposto alla Biennale Danza di Venezia Lahppon/Lost che rievoca un episodio dai contorni ancora oscuri e considerato in parte tabù dalla stessa comunità indigena: la violenta rivolta di Kautokeino del 1852. Le due coreografe sono ricorse a ricostruire quell’episodio su alcuni sonori oggetti scenografici, recuperando i costumi tradizionali, video, una musica arricchita di Joik, i canti tradizionali sàmi eseguiti dal vivo. La performance è arricchita dal Norwegian National Ballet, che ha dato vita ad una forma di compensazione post-colonialista. Alla fine una fusione di arti, stili, immagini, costumi ed elementi scenici, che hanno restituito la memoria di un tragico episodio della storia.

 

Paolo Montanari

Foto © La Biennale di Venezia,

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