Ahmadi in Pakistan: cinquant’anni di persecuzione

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L’omicidio di un dirigente della comunità nel Punjab riaccende i riflettori sulla persecuzione degli Ahmadi in Pakistan

Un colpo di pistola sparato nel buio su una strada del Punjab riporta l’attenzione internazionale sulla persecuzione degli ahmadi in Pakistan. Mirza Safdar Mahmood, 65 anni, meccanico e dirigente locale della comunità musulmana Ahmadiyya a Mandi Bahauddin, percorre come ogni sera il tragitto a piedi dalla sua officina al luogo di culto della Città, dove si reca a pregare. Due uomini lo seguono lungo la Edigah Roah e gli sparano a distanza ravvicinata. Muore sul colpo. Gli assalitori fuggono, e a distanza di giorni, i colpevoli non hanno ancora un nome.

Delitto “in nome della fede”

Il figlio della vittima, Kamran Safdar, ha sporto denuncia contro ignoti presso la stazione di polizia locale, invocando anche l’AntiTerrorism Act del 1997.

Dawn (testata giornalistica pakistana) riporta quanto scritto nella denuncia, in cui il delitto appare «un attacco mirato inteso a diffondere paura e panico tra i membri della comunità di minoranza». La stessa visione viene confermata dagli investigatori, i quali sostengono che la vittima sarebbe stata «deliberatamente presa di mira nell’ambito di un attacco pianificato». Amir Mahmood, portavoce della comunità Ahmadiyya locale, condanna l’omicidio e denuncia un clima ormai radicato: «A Mandi Bahauddin le campagne d’odio contro gli ahmadi restano continue» e fa un appello tramite VoicePK chiedendo che vengano perseguiti «coloro che uccidono gli ahmadi» e chi, con la propria retorica d’odio, li istiga.

Già nel giugno del 2024, due ahmadi sono stati uccisi in attacchi separati da colpi d’arma da fuoco nell’area Sadullahpur di Mandi Bahauddin nello stesso giorno. I ripetuti attacchi e le esplosioni di violenza, assieme alle minacce aperte, indicano un serio fallimento nella prevenzione dell’incitamento all’odio, prima che essi si tramutino in bagni di sangue.

Una macchia nella Costituzione

La persecuzione degli ahmadi in Pakistan è un fenomeno di violenza strutturale e sistemica, e non è relegato a episodi isolati: è infatti incardinata nella legge dello Stato.

La comunità Ahmadiyya, fondata da Mirza Ghulam Ahmad nel 1889 a Qadian, un remoto villaggio del Punjab, considerato dai suoi seguaci come il riformatore messianico tanto atteso, e si considera parte integrante dell’Islam. La discriminazione verso la comunità affonda le sue radici nel 1953, quando i primi disordini di Lahore costano la vita a decine di ahmadi. Nel 1974 un diverbio a bordo di un treno diretto a Peshawar degenera in violenze diffuse in tutta la Regione. Tra maggio e ottobre di quell’anno le rivolte antiAhmadi provocano almeno 27 morti, moschee e negozi incendiati in decine di Città.

La macchia nera che segna la storia della comunità – e del Paese – viene sancita il 17 settembre 1974, quando il Parlamento pakistano approva all’unanimità il Secondo Emendamento costituzionale, che dichiara gli ahmadi «non musulmani». Dieci anni dopo il Generale ZiaulHaq firma l’Ordinanza XX, che vieta ai fedeli ahmadi di definirsi musulmani, di chiamare “moschea” i propri luoghi di culto, e persino di pronunciare il saluto islamico tradizionale “assalamu-aleikom” – “la pace sia con voi”. Chiunque violi queste norme rischia fino a tre anni di reclusione.

La persecuzione oltre il Pakistan

In seguito alle ordinanze costituzionali, ogni richiedente di un documento di identità pakistano firma una dichiarazione di fede che esclude esplicitamente gli ahmadi dall’Islam, e conseguentemente gli impedisce di compiere uno dei 5 pilastri dell’Islam: quello del pellegrinaggio alla Mecca.

Sebbene il Pakistan resti il principale epicentro della persecuzione contro gli ahmadi, non è un’eccezione isolata. Pochi mesi prima dell’emendamento costituzionale, il vertice OIC (Organizzazione della cooperazione islamica) di Lahore, riunisce i leader di decine di Paesi musulmani, dove gli ahmadi vengono dichiarati apertamente non appartenenti alla fede musulmana. Non vi è nessuna dichiarazione formale dalla conferenza; tuttavia, da allora le più grandi istituzioni religiose musulmane hanno enfatizzato la visione eretica nei confronti degli ahmadi, considerandoli infedeli e censurando i loro testi e letterature e la possibilità di predicare o divulgare in pubblico.

La Nazioni Unite hanno richiamato l’attenzione su violazioni e dichiarazioni contro gli ahmadi in Algeria, Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran, Malaysia, Pakistan e Sri Lanka, con restrizioni al culto, stigmatizzazione pubblica, accuse di blasfemia e violenza da parte di gruppi ostili e radicali.

I massacri di Lahore

Il momento più buio si manifesta il 28 maggio 2010, quando un commando dei Tehrik-e-Taliban Pakistan colpisce in contemporanea due moschee ahmadi di Lahore – Bait-un-Noor e Darul Zikr – durante la preghiera del venerdì. Il bilancio è di 94 morti e oltre 120 feriti. Un messaggio rivendica l’attacco come «avvertimento finale» alla comunità Ahmadiyya. Nonostante la condanne delle Nazioni Unite, le autorità pakistane non garantiscono adeguata sicurezza nemmeno ai funerali delle vittime, in cui le tombe vengono sconsacrate e imbrattate. Dopo aver definito l’episodio di Lahore «un massacro» nella propria documentazione e chiesto allo Stato pakistano di proteggere le minoranze religiose, nel 2012, Human Rights Watch torna a chiedere che i responsabili siano presentati davanti alla giustizia.

Lo scenario si ripete con minore intensità negli anni a venire, ma con la stessa costanza sistematica. Tra luglio e novembre 2020, Human Rights Watch, Amnesty International e la Commissione internazionale di giuristi denunciano congiuntamente almeno cinque omicidi mirati nel giro di pochi mesi. Di questi, solo due casi su cinque terminano con l’arresto dei sospetti. Il portavoce di Amnesty International, Omar Waraich, dichiara «Poche comunità in Pakistan hanno sofferto quanto gli ahmadi».

I numeri di un anno nero

Il rapporto annuale dell’International Human Rights Desk (IHRD), l’organismo costituito da Mirza Masroor Ahmad, Califfo della comunità Ahmadiyya, per documentare le violazioni subite dai fedeli nel Mondo, riporta i seguenti episodi:

  • 3 ahmadi uccisi per la fede e un quarto morto in custodia della Polizia
  • 5 sopravvissuti a tentati omicidi
  • 13 moschee sigillate e una demolita dalle autorità, su un totale di 21 luoghi di culto colpiti da vandalismo
  • 250 denunce penali contro i fedeli ahmadi, 175 delle quali per il solo fatto di pregato il venerdì
  • 381 tombe dissacrate
  • Una condanna all’ergastolo per il possedimento e la distribuzione di un commentario del Corano

Questi episodi di violenza brutale non si limitano a Mandi Bahauddin. A Rabwah, la Città che ospita il quartier generale storico della comunità, un uomo assale la moschea di Bait-ul-Mahdi e apre il fuoco su otto volontari poco prima della preghiera del venerdì nel novembre 2025. Un altro attacco, il 30 aprile 2026, contro la moschea locale ferisce otto persone. Poche settimane dopo, il 6 giugno, un secondo aggressore colpisce tre volontari della sicurezza fuori dallo stesso luogo di culto.

Tra settembre e ottobre 2025, circa 17.000 persone partecipano a raduni ostili contro la comunità nella stessa Città, mentre il Pakistan registra almeno 27 manifestazioni analoghe in tutto il Paese. Il rapporto Human Rights Watch del giugno 2025 “A Conspiracy to Grab the Land” dimostra come le accuse di blasfemia continuino a colpire cristiani e ahmadi, spesso strumentalizzate per sequestrare terreni e proprietà.

Una responsabilità globale collettiva

L’uccisione di Mirza Safdar Mahmood è l’ultimo episodio di una serie di ostilità antiAhmadi documentate a Mandi Bahauddin, dove i membri della comunità sono apertamente minacciati e uccisi a colpi d’arma da fuoco. La NCHR, la Commissione nazionale pakistana per i diritti umani, conferma la gravità della situazione: dal 1984 al 2025 registra 290 ahmadi uccisi, 422 aggrediti, 4.581 procedimenti giudiziari e 120 luoghi di culto demoliti in oltre quarant’anni.

Il Parlamento europeo segue da anni il dossier pakistano. Dalla risoluzione del 2010 sulla libertà religiosa fino a quella del 2021 sulle leggi pakistane sulla blasfemia – che cita esplicitamente la comunità ahmadi tra i gruppi colpiti – l’Assemblea di Strasburgo lega il regime commerciale GSP+, che garantisce l’accesso preferenziale al mercato dell’Unione, con dazi ridotti o azzerati su numerose esportazioni, al rispetto di ventisette convenzioni internazionali sui diritti umani. Il mese scorso, l’ambasciatore Ue a Islamabad ha avvertito che il rinnovo del GSP+ nel 2029 «non è certo né garantito», indicando «la regressione in numerose aree» come certificato dal rapporto del 16 luglio 2026 della Commissione europea.

In gioco ci sono 7,5 miliardi di euro di esportazioni pakistane verso l’Ue, 732 milioni di euro di esenzioni tariffarie annuali, e l’incolumità delle vite umane degli ahmadi, la cui colpa è soltanto quella di professare “Amore per Tutti, Odio per Nessuno“.

 

Ammir El-Mehrat

Foto © Amnesty International, CWS, International Human Rights Desk, Human Rights Watch

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