Bruxelles valuta se confermare il divieto di nuove perforazioni. La crisi energetica e la guerra in Iran pesano sul dibattito in autunno
La Commissione europea si prepara a prendere una decisione sul futuro delle esplorazioni di petrolio e gas nell’Artico, ma la scelta potrebbe arrivare soltanto all’ultimo momento. Secondo quanto riferito da funzionari dell’Unione europea a Euronews, a condizione di anonimato, il tema dovrebbe essere affrontato nel corso di una riunione del Collegio dei 27 commissari prevista per ottobre. Al centro del confronto ci sarà la possibilità di confermare oppure rivedere il divieto di nuove attività di perforazione nella Regione artica.
La questione è diventata particolarmente delicata nel quadro della revisione della strategia europea per l’Artico. L’Unione sta valutando infatti se mantenere il divieto di nuove esplorazioni oppure modificarne l’impostazione, mentre la crisi energetica provocata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz ha aggiunto un elemento di forte pressione al dibattito. Il passaggio marittimo rappresenta un punto strategico per circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas e le conseguenze della sua chiusura hanno riportato in primo piano il tema della sicurezza degli approvvigionamenti.
Il fronte europeo e le diverse posizioni
L’Artico è ormai una delle aree geopolitiche più contese del Pianeta. La Regione dispone infatti di importanti riserve di petrolio, gas naturale e materie prime critiche, considerate essenziali sia per lo sviluppo delle tecnologie legate alla transizione energetica sia per i sistemi di difesa. Parallelamente, Russia e Cina stanno aumentando la loro presenza nell’area anche attraverso la cosiddetta “Via del Ghiaccio della Seta”, destinata a collegare i porti asiatici con gli hub europei.
All’interno dell’Unione europea, Germania, Svezia e Finlandia sostengono in linea generale l’impostazione della Commissione. La Danimarca, invece, si trova in una posizione più complessa, dovendo conciliare gli obiettivi ambientali europei con gli interessi della Groenlandia autonoma. In una fase iniziale, la Commissione aveva ipotizzato la creazione di un obbligo giuridico multilaterale per vietare nuove attività di ricerca e perforazione nell’Artico e nelle aree circostanti. Una proposta che aveva trovato il sostegno della Germania, ma che alla fine si era tradotta in un impegno politico privo di carattere vincolante. Ora, secondo un funzionario europeo, la questione è arrivata a un passaggio diverso. Rispetto al 2021, la scelta sulle nuove perforazioni artiche sarebbe diventata una questione sostanzialmente binaria, con un “sì o no” che dovrà essere valutato direttamente dal Collegio dei Commissari.
Sicurezza energetica e guerra contro l’Iran
A spingere per una revisione della posizione europea contribuiscono anche le preoccupazioni sulla sicurezza energetica. Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha recentemente invitato l’Unione europea a riconsiderare il divieto di nuovi progetti di esplorazione di petrolio e gas nell’Artico, proprio alla luce dei rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti. Secondo le stime riportate nel testo, la guerra guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran avrebbe comportato per l’Unione europea, nei primi 100 giorni del conflitto, un costo aggiuntivo di 60 miliardi di euro legato ai combustibili fossili importati.
Nonostante le pressioni dell’IEA e della Norvegia, Paese esterno all’Ue ma dotato di importanti giacimenti nel Mare di Barents, la posizione europea potrebbe tuttavia rimanere invariata. Poiché la strategia artica non ha natura giuridicamente vincolante, saranno comunque i Paesi membri a conservare un ruolo decisivo nell’attuazione delle scelte. «Molti Stati membri non artici hanno mostrato un interesse estremamente elevato per la strategia», ha spiegato un funzionario dell’Unione. Per Paal Friswold, coordinatore dell’Alleanza delle Ong per la preservazione della moratoria sulle perforazioni petrolifere nell’Artico, anche in assenza di strumenti giuridici vincolanti la posizione politica dell’Ue potrebbe esercitare un’influenza significativa sulle decisioni di altre regioni.
Parallelamente, Bruxelles punta a rafforzare la propria presenza geopolitica nell’Artico attraverso strumenti come la persuasione politica, il finanziamento e la cooperazione con i Paesi che esercitano il controllo territoriale sulla Regione.
La Norvegia non rinuncia alle esplorazioni
Sul fronte opposto si colloca la Norvegia, che pur non facendo parte dell’Unione europea
rappresenta uno dei principali fornitori di gas naturale dell’Europa. Oslo ha fatto sapere che continuerà le attività di esplorazione di petrolio e gas indipendentemente dalla posizione che Bruxelles assumerà. Il ministro norvegese dell’Energia, Terje Aasland, ha difeso in particolare la prosecuzione delle attività nel Mare di Barents, sostenendo che esse rispondano tanto agli interessi della Norvegia quanto a quelli europei. Una posizione contestata da Friswold, secondo cui le stesse politiche europee sulla transizione climatica ed energetica potrebbero trasformare in “beni bloccati” gli investimenti effettuati oggi in nuove esplorazioni.
Entro il 2040, ha osservato, le politiche europee potrebbero ridurre di due terzi la domanda di gas nell’Ue. Allo stesso tempo, le nuove scoperte nel Mare di Barents potrebbero richiedere dai 15 ai 20 anni prima di entrare effettivamente in produzione. Il rischio, quindi, è che i nuovi giacimenti diventino operativi proprio quando la domanda europea sarà già sensibilmente diminuita.
Ambiente, difesa e interessi locali
Sul tema interviene anche Grude Almeland, membro del Parlamento norvegese, che invita l’Ue a mantenere la propria opposizione alle nuove perforazioni. L’Artico, sottolinea, è particolarmente vulnerabile agli effetti dei cambiamenti climatici e necessita quindi di una protezione specifica. Secondo Almeland, l’espansione della produzione di petrolio e gas nell’Artico non rappresenterebbe una soluzione sostenibile alle esigenze energetiche di lungo periodo dell’Europa. La Norvegia, al contrario, dovrebbe contribuire ad accelerare la transizione verso fonti di energia pulita.
La futura strategia europea, tuttavia, non riguarderà soltanto energia e ambiente. Secondo un funzionario coinvolto nella sua elaborazione, l’obiettivo è definire le priorità dell’Ue nell’area artica e individuare progetti e investimenti che potrebbero essere cofinanziati. Economia e difesa saranno quindi due elementi centrali della nuova impostazione.
Proprio su questo punto Michael Jansson, direttore dell’Ufficio europeo della Svezia del Nord, ha espresso il timore che le prossime discussioni possano trascurare le esigenze e le prospettive delle comunità locali e regionali. A suo giudizio, l’Artico dispone di un importante vantaggio competitivo per gli investimenti nella transizione verde e per la tutela dell’integrità della Regione. Gli investimenti, ha sottolineato, dovrebbero raggiungere tutte le componenti delle comunità e valorizzare anche il potenziale delle piccole istituzioni. Il problema, secondo Jansson, è l’assenza di una risposta europea realmente coerente: diverse strutture dell’Unione affrontano infatti in maniera non uniforme questioni cruciali come i diritti delle popolazioni indigene e lo sfruttamento delle risorse naturali.
La decisione attesa in autunno dovrà quindi trovare un equilibrio complesso tra sicurezza energetica, transizione ecologica, interessi economici, esigenze della difesa e tutela dell’Artico. Un equilibrio reso ancora più difficile dalle nuove tensioni geopolitiche e dalla crescente competizione internazionale per il controllo delle risorse e delle rotte strategiche della Regione.
George Labrinopoulos
Foto © Valori.it, Fondazione Gariwo, Il Bo Live – Unipd













