Tra riarmo, accuse di missili nascosti e un hub per la ricostruzione di Gaza, la crisi Egitto-Israele mette sotto pressione il trattato di pace del 1979
Bunker sotterranei scavati tra le montagne del Sinai, la ricostruzione di hub destinati al ripristino di Gaza. Il riarmo egiziano nella Penisola torna al centro delle tensione tra il Cairo e Israele. Nei media israeliani circola una narrativa con insistenza crescente secondo cui l’Egitto starebbe posizionando stazioni militari e missili diretti a Tel Aviv. L’ex viceministro degli esteri egiziano e ambasciatore Hussein Haridi smentisce le accuse, parlando di guerra psicologica contro l’Egitto, invitando a leggere la situazione con cautela.
È il segnale più recente di una crisi Egitto–Israele che dall’invasione di Gaza ha eroso silenziosamente uno dei pilastri della stabilità mediorientale: il trattato di pace firmato a Camp David nel 1979.
Un trattato sotto pressione
L’accordo di Camp David è stato il primo accordo di pace fra una Nazione araba e lo Stato ebraico, e ha permesso la smilitarizzazione della Penisola del Sinai, dividendola in zone con limiti precisi alla presenza di truppe e armamenti, e una zona cuscinetto demilitarizzata al confine tra i due Paesi. Durante gli anni della guerra al terrorismo nel Sinai, Israele aveva tollerato alcune deroghe, per permettere all’Egitto di contrastare l’insurrezione dello Stato Islamico nella Regione.
Subito dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, l’Egitto schiera preventivamente ulteriori carri armati, blindati e forze d’élite vicino al confine di Rafah. Lo scopo principale è quello di blindare la frontiera per impedire uno sfondamento di massa da parte dei profughi palestinesi spinti dall’avanzata israeliana. Il 29 maggio 2024, in seguito all’offensiva militare lanciata nel territorio di Rafah, Israele si insedia nel corridoio Filadelfi (o Philadelphi) – zona cuscinetto lunga circa 14 chilometri e larga cento metri che separa la Striscia di Gaza dall’Egitto – assumendo il totale controllo tattico e operativo lungo il perimetro. Il Cairo ha risposto all’azione israeliana espandendo basi, posizionando carri armati a ridosso del fronte e potenziando le infrastrutture difensive.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito a febbraio che «l’esercito egiziano si sta rafforzando e dobbiamo monitorarlo», chiedendo al segretario di Stato statunitense Marco Rubio di fare pressione al Cairo per non violare gli obblighi del trattato. Secondo funzionari israeliani citati da Axios, l’Egitto avrebbe costruito piste allungate per caccia e strutture sotterranee potenzialmente destinate allo stoccaggio di missili, proprio nelle zone a limitazione d’armamento previste dagli accordi.
Il riarmo del Sinai
Al netto delle interpretazioni, l’Egitto ha dispiegato potenze militari vicino al confine. Da settembre 2025 il Cairo schiera nel Sinai sistemi antiaerei cinesi HQ-9B e russi S-300, e punta all’acquisto di caccia cinesi J-10C e degli stealth FC-31. Ha inoltre costruito ricoveri rinforzati per i propri F-16, oltre a impiegare droni per la sorveglianza nella Regione.
Gli israeliani leggono questo ampliamento militare come una diversificazione strategica che distanzia il Cairo da Washington, riducendo la leva statunitense, e conseguentemente quella israeliana, sull’Egitto. Nel marzo 2025, il ministro della difesa Israel Katz dichiara che «Israele non permetterà loro di violare l’accordo di pace». A novembre lo stesso Katz definisce «zona militare chiusa» l’area lungo il confine con l’Egitto.

Ad agitare le acque, si somma un riavvicinamento militare con la Turchia – con tanto di esercitazioni militari aeree e marittime congiunte – che fino a pochi anni prima sarebbe stato impensabile. A rafforzare l’intesa strategica, un matrimonio tra la turca Havelsan e l’egiziana Arab Organisation for Industrialisation nell’agosto 2025, che prevede la produzione di droni turchi in territorio egiziano. Il 20 agosto 2026 Turchia, Egitto e Qatar pubblicano una dichiarazione congiunta contro l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, richiamando la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. The New Arab cita diversi analisti i quali parlano di «uno scenario strategicamente preoccupante».
Il Sinai come locomotiva per la ricostruzione
Come dichiarato dal Governo egiziano, le installazioni nel Sinai hanno come scopo principale la ricostruzione di Gaza. Il Cairo punta su El-Arish come hub logistico che comprende centri logistici, piccoli porti e impianti industriali per i materiali da costruzione. Secondo un’analisi Onu–Ue di febbraio 2025, il fabbisogno complessivo per Gaza e la Cisgiordania ammonta a 53,2 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. La Banca Mondiale e Oxfam riportano stime più recenti ben superiori.
Anche l’Unione europea prende parte al mega–progetto per la ricostruzione di Gaza, sostenendolo con un pacchetto da 7,4 miliardi di euro per il periodo 2024-2027. Duecento milioni già destinati alla gestione migratoria. Secondo il Cairo questi fondi sono però insufficienti: il premier Mostafa Madbouly stima un costo di 10 miliardi per un accoglienza totale di oltre 10 milioni di migranti e rifugiati nel Paese. Cifre che provengono sia da Gaza e maggiormente dal Sudan, indicano che la popolazione rifugiata coinvolta è definita «superiore al milione» di persone.
La linea rossa Egitto-Israele
L’emergente crisi migratoria – causata dai diversi conflitti nell’area – ha profondamente colpito l’economia egiziana. In questo scenario, e in contrasto all’escalation mediatica Egitto–Israele sulla questiona palestinese, il Cairo ripete da mesi che qualunque sfollamento di massa dei due milioni di abitanti di Gaza verso il Sinai rimane una «linea rossa» invalicabile. Per l’Egitto, questo equivarrebbe sia alla liquidazione della causa palestinese sia a una minaccia diretta alla sicurezza nazionale egiziana.
Parole fortemente ribadite dal ministro degli Esteri Badr Abdelatty in diverse interviste, e calibrate dal presidente Abdel Fattah al–Sisi durante un vertice a Doha, dove definisce Israele «il nemico». È la prima volta in decenni che un Capo di Stato egiziano usa pubblicamente questo termine.

A rendere la retorica egiziana così ferma è la preoccupazione del Cairo che Tel Aviv voglia tentare di spingere la popolazione di Gaza oltre il confine – portandoli a colpire Israele dall’interno del suolo egiziano – per poi spingersi dentro il Sinai con il pretesto della caccia ai terroristi, con l’intenzione di allargare i propri confini, riprendersi la Penisola e realizzare il progetto della Grande Israele.
Queste preoccupazioni, confermate da fonti citate da Axios, vorrebbero normalizzare agli occhi dell’opinione pubblica israeliana, la narrativa sui missili nascosti. Middle East Eye riporta che la spia Israelo-americana Jonathan Pollard ha asserito che Israele potrebbe attaccare la Turchia e l’Egitto nel prossimo futuro. Parlando a un podcast per l’agenzia di stampa Arutz Sheva, Pollard suggerisce che Israele dovrebbe prepararsi per le prossime guerre nel Medio Oriente dopo l’Iran.
Un equilibrio sempre più fragile
Il Sinai è tornato a essere il punto in cui si intrecciano la guerra di Gaza, la sicurezza egiziana e la tenuta della pace con Israele. Al di là delle accuse reciproche e della guerra di narrazioni, il rafforzamento militare del Cairo segnala che la fiducia costruita dopo Camp David vacilla, ed è oggi sottoposta a una pressione senza precedenti.
Per Bruxelles, che finanzia sia la ricostruzione di Gaza che la stabilità egiziana, la posta in gioco è duplice. Il Canale di Suez, già sotto pressione per gli attacchi Houthi nel Mar Rosso, resta tutt’ora la rotta principale tra i porti Europei e l’Asia. Un’eventuale escalation Egitto–Israele coinvolgerebbe anche la Turchia – Paese candidato Ue dal 1999, membro della Nato, e ora anche membro fondatore del Patto della Mecca con Arabia Saudita e Pakistan – con ricadute dirette sulla sicurezza del Mediterraneo.
Nessuna delle parti coinvolte conferma ufficialmente un’escalation imminente. Evitare che il confine di Gaza diventi detonatore di uno scontro regionale allargato dipenderà dalle capacità diplomatiche e la credibilità dei canali politici nel separare esigenze di sicurezza a ambizioni territoriali.
Ammir El-Mehrat
Foto © RainNews.it, Arabic.Rt.com, Egypt Oil&Gas Group, 21st Centurty Chronicle













