Turchia ed Egitto rafforzano l’intesa strategica

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Turchia Egitto

Dalla difesa alla sicurezza regionale, Ankara e Il Cairo inaugurano una nuova fase di cooperazione

Dopo oltre un decennio di tensioni diplomatiche e rivalità geopolitica, Turchia ed Egitto stanno consolidando un riavvicinamento che si estende ormai ben oltre il piano politico. La cooperazione tra Ankara e Il Cairo si sta infatti rafforzando anche nel settore della difesa, con esercitazioni militari congiunte, accordi industriali e una crescente convergenza sulle principali crisi regionali, dal conflitto a Gaza alla Libia, fino alla sicurezza del Mar Rosso e del Corno d’Africa.

Dalla crisi diplomatica alla normalizzazione dei rapporti

I rapporti tra i due Paesi, un tempo caratterizzati da forte diffidenza, stanno vivendo una trasformazione significativa. Dopo la ripresa delle esercitazioni navali congiunte nel Mediterraneo orientale lo scorso settembre, le due forze armate hanno compiuto un ulteriore passo avanti con l’avvio della prima esercitazione aerea trilaterale “Trilateral Eagle”, ospitata dall’Aeronautica militare turca dal 22 giugno al 3 luglio e che coinvolge anche l’Azerbaigian.

L’iniziativa rappresenta uno dei segnali più evidenti del nuovo clima di collaborazione tra Ankara e Il Cairo, frutto della revisione della politica estera avviata dalla Turchia a partire dal 2021. L’obiettivo perseguito dal Governo è stato quello di ridurre il proprio isolamento regionale e favorire l’arrivo di investimenti esteri in un contesto economico particolarmente difficile.

La frattura tra i due Paesi risaliva al 2013, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan condannò apertamente la destituzione del presidente egiziano Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, provocando un rapido deterioramento delle relazioni diplomatiche. Soltanto nel luglio 2023 Ankara e Il Cairo hanno ristabilito i rapporti a livello di ambasciatori, mentre la guerra nella Striscia di Gaza ha successivamente accelerato il processo di normalizzazione.

Accordi nella difesa e cooperazione industriale

Secondo quanto riportato da Al-Monitor, il rafforzamento della cooperazione militare è stato accompagnato da un’importante espansione dei rapporti nel settore dell’industria della difesa. All’inizio del 2026, la società turca Engineering and Chemical Industries avrebbe concluso con l’Egitto un accordo dal valore di circa 350 milioni di dollari comprendente la vendita del sistema di difesa aerea a corto raggio Tolga e la realizzazione di linee produttive di munizioni direttamente sul territorio egiziano. L’intesa segue quella siglata nel marzo 2025 tra la società turca HAVELSAN e lo stabilimento egiziano Kader, finalizzata alla produzione congiunta di equipaggiamenti militari al Cairo.

La cooperazione, tuttavia, potrebbe estendersi ulteriormente. Secondo il centro di ricerca African Security Analysis, Ankara e Il Cairo stanno discutendo un più ampio pacchetto di coproduzione che comprenderebbe munizionamento intelligente, sistemi missilistici, piattaforme navali e tecnologie senza pilota. Tra le ipotesi al vaglio figura anche un possibile interesse egiziano nei confronti del caccia turco di quinta generazione Kaan, il cui primo volo è avvenuto nel 2024 e che dovrebbe entrare in servizio operativo non prima del 2030.

Crescente credibilità operativa

Un ex dirigente dell’industria della difesa turca ha spiegato che l’interesse mostrato dall’Egitto riflette una strategia più ampia finalizzata ad accrescere la propria autonomia negli approvvigionamenti militari. Per decenni Il Cairo ha costruito il proprio arsenale affidandosi contemporaneamente a fornitori statunitensi, russi, francesi ed europei, una scelta che ha esposto il Paese ai rischi derivanti da pressioni politiche, eventuali sanzioni, costi elevati e ritardi nelle consegne.

In questo contesto, i sistemi sviluppati dall’industria militare turca sono considerati una valida alternativa. Oltre a essere economicamente competitivi, hanno acquisito una crescente credibilità operativa e vengono spesso accompagnati da accordi di coproduzione e trasferimento tecnologico. Per Ankara, invece, il mercato egiziano rappresenta un’importante porta d’accesso sia al mondo arabo sia ai mercati africani, inserendosi nella strategia turca di espansione delle esportazioni nel settore della difesa.

Droni, sicurezza e instabilità regionale

Il rafforzamento della collaborazione è favorito anche dall’evoluzione dello scenario regionale. La crescente instabilità lungo il confine meridionale dell’Egitto, aggravata dalla guerra civile in Sudan, ha spinto Il Cairo a incrementare le attività di sorveglianza per contrastare il rischio di infiltrazioni, traffico di armi e nuovi flussi di rifugiati. In tale contesto i droni da ricognizione a lunga autonomia sono diventati uno strumento strategico. Nel 2024 la Turchia ha accettato di fornire velivoli senza pilota all’Egitto e successivamente Reuters ha riferito dell’avvistamento di droni Bayraktar Akinci presso una base aerea nel sud dell’Egitto, nelle vicinanze del confine sudanese.

Turchia EgittoPer Kaan Deveczioglu, coordinatore degli studi sull’Africa settentrionale e orientale del think tank Orsam di Ankara, le recenti esercitazioni congiunte testimoniano il crescente livello di fiducia tra le due Capitali in una fase caratterizzata da persistente instabilità regionale. Secondo l’analista, Turchia ed Egitto stanno progressivamente iniziando a considerarsi attori regionali indispensabili nella gestione delle principali crisi, dalla Libia alla Striscia di Gaza, passando per il Mediterraneo orientale e il Mar Rosso.

La guerra a Gaza ha rappresentato un ulteriore elemento di convergenza. Pur mantenendo interessi differenti, Ankara e Il Cairo condividono forti critiche nei confronti dell’operazione militare israeliana. Per l’Egitto il conflitto coinvolge direttamente la sicurezza dei propri confini e il futuro assetto della Striscia, mentre per la Turchia ha accentuato la competizione strategica con Israele e rafforzato la necessità di collaborare con partner regionali come il Cairo.

Anche la Libia, per anni simbolo della rivalità tra Ankara e Il Cairo, è oggi diventata un banco di prova della nuova relazione. Durante la guerra civile le due Capitali sostenevano schieramenti opposti: la Turchia appoggiava il Governo riconosciuto internazionalmente con sede a Tripoli, mentre l’Egitto sosteneva le forze orientali guidate da Khalifa Haftar.

La tregua raggiunta nel 2020 ha però modificato gli equilibri. Invece di continuare una competizione diretta, Ankara e Il Cairo hanno progressivamente scelto di gestire attraverso il dialogo le rispettive aree d’influenza. Una strategia che ha consentito all’Egitto di preservare la propria influenza nella Libia orientale e di stabilizzare il confine occidentale, mentre la Turchia ha mantenuto la propria presenza a Tripoli, aprendo nuove prospettive di cooperazione economica, energetica e marittima.

Il formato R-4 e il nuovo coordinamento regionale

Parallelamente, l’evoluzione dello scenario mediorientale, aggravata dal conflitto che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran, ha favorito un coordinamento più ampio tra diversi attori regionali. In questo quadro si inserisce la nascita del cosiddetto formato R-4, piattaforma di consultazione che riunisce Turchia, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita. L’obiettivo del gruppo è rafforzare il confronto sulle crisi regionali e sui rischi che minacciano la sicurezza del Golfo, dei mercati energetici e delle principali rotte commerciali marittime.

L’ultimo incontro del formato si è svolto al Cairo il 21 giugno. Al termine dei lavori, i quattro Paesi hanno ribadito l’importanza di mantenere un dialogo costante e un coordinamento permanente per sostenere pace, sicurezza, stabilità e prosperità in Medio Oriente e nell’intera Regione.

Nonostante il rafforzamento della cooperazione, gli analisti invitano tuttavia alla prudenza. Secondo Deveczioglu, né il crescente numero di esercitazioni congiunte né il meccanismo R-4 rappresentano una piena convergenza delle rispettive politiche estere. Piuttosto, essi riflettono la volontà di costruire progressivamente un rapporto di fiducia attraverso iniziative concrete in settori specifici. Nel breve periodo, conclude l’analista, il formato R-4 appare destinato a rimanere una piattaforma flessibile di consultazione sulle crisi regionali, più che trasformarsi in un’alleanza di sicurezza strutturata sul modello della Nato.

 

George Labrinopoulos

Foto © AI, Reuters, Politics Today,

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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