Lo scisma dei Lefebvriani in Svizzera

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Scisma Lefebvriani

Il ricordo degli eretici Dolciniani del XIV secolo evocati “Nel nome della rosa “ di Umberto Eco

Mercoledì 1° luglio a Ecône, in Svizzera, nel quartier generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, si è svolta la consacrazione episcopale di quattro nuovi vescovi senza mandato pontificio, nonostante l’accorato appello di Papa Leone XIV a non procedere a uno scisma con la Chiesa di Roma. In proposito, il Pontefice aveva indirizzato, qualche giorno prima, al Superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, una lettera per evitare questa ferita.

Scisma LefebvrianiLa data non è stata scelta a caso, in quanto in questo giorno la Chiesa cattolica celebrava, per tradizione, la festa del preziosissimo Sangue di Gesù, istituita da Pio IX nel 1849, l’anno dopo i moti rivoluzionari romani che lo avevano costretto a lasciare Roma – vestito da prete (racconto che potete trovare nel libro “Il Segreto del Maresciallo”, Costa editore) – per rifugiarsi a Gaeta presso il Re delle Due Sicilie. Al suo rientro a Roma, il Papa decise di istituire la festa, legata a una tradizione antichissima, come ringraziamento. Con la riforma del Calendario liturgico decisa dal Concilio Vaticano II – che i lefebvriani hanno sempre respinto, non riconoscendolo – è stata rimossa e integrata nella festività del Corpus Domini.

La celebrazione a Ecône si è svolta in una mattinata caratterizzata da cielo plumbeo e da un nubifragio; qualcuno nel pubblico ha esclamato: «Ecco il castigo di Dio». Erano presenti circa 16.000 persone, 250 suore e 1.300 sacerdoti, tutti appartenenti alla Fraternità e provenienti da tutti i Continenti. I quattro vescovi ordinati sono uno svizzero di 53 anni, un sacerdote originario del North Dakota e due francesi. Hanno imposto loro le mani per consacrarli mons. de Galarreta, primo consacrante, e mons. Bernard Fellay, cioè i due vescovi ancora vivi dei quattro che furono ordinati il 30 giugno 1988 da mons. Lefebvre.

La Fraternità e il Concilio Vaticano II

La Fraternità nacque come reazione al Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nel 1962 e chiuso dal suo successore Paolo VI tre anni dopo. Il Concilio portò grandi novità nella Chiesa, specie nella liturgia. Si decise di non celebrare più la messa tridentina in latino, da sempre lingua universale della Chiesa. Al suo posto fu introdotta quella nelle lingue locali, con modifiche rispetto al rito antico. Questi aggiornamenti non furono immediatamente accettati e compresi dai fedeli.

Lo stesso Paolo VI, nel 1972, disse in un’omelia: «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio. Abbiamo l’impressione – concluse Paolo VI – che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio».

Lo scisma di Lefebvre

Già nel 1970 l’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, che era stato tra i Padri conciliari, aveva creato la Fraternità per formare sacerdoti secondo la liturgia e la dottrina tradizionale, compreso l’uso della messa in latino preconciliare. La prima rottura con la Chiesa si ebbe con Paolo VI, che procedette con la scomunica, sancendo l’estromissione dal gruppo dei cattolici.

Papa Ratzinger fu meno intransigente e tentò di ricucire lo strappo, invitando i vescovi lefebvriani a Castel Gandolfo per un incontro, che si concluse con la revoca delle loro scomuniche nel 2009. Benedetto XVI, però, vietò loro di esercitare funzioni di nomina episcopale fino a quando non avessero accettato le riforme del Concilio Vaticano II.

Papa Francesco permise ai sacerdoti della Fraternità di confessare e celebrare matrimoni a determinate condizioni.

La ferita alla Chiesa del 1° luglio 2026

All’inizio della liturgia, il superiore della Fraternità San Pio X, don Pagliarani, aveva letto ai presenti a Ecône un breve messaggio, in cui affermava: «Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa».

Un decreto del Dicastero per la Dottrina della Fede, emesso giovedì 2 luglio e firmato dal prefetto Victor m. card. Fernández, dichiara: “Il vescovo Bernard Fellay, avendo aderito all’atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal can. 1363″. Inoltre prosegue il decreto: “Si ammoniscono i chierici e i laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica». Risultano anche scomunicati i quattro neo (o pseudo) vescovi e il vescovo Alfonso de Galarreta.

L’eresia dei Dolciniani del 1303

Il libro di Umberto Eco “Il nome della rosa” si svolge nel XIV secolo in un’abbazia benedettina del Centro Italia. Qui erano convenuti rappresentanti di ordini monastici per discutere dell’eresia di un certo fra Dolcino (1250-1307), che fu arso sul rogo come eretico da Papa Clemente V.

I dolciniani erano gli appartenenti a un movimento religioso cristiano, seguaci di fra Dolcino di Novara e del movimento denominato degli Apostolici. Questi ultimi erano i seguaci del predicatore Gherardo Segalelli – arso vivo sul rogo il 18 luglio 1300. Il loro credo era ispirato alla povertà. Vivevano di elemosina e predicavano invitando il popolo alla penitenza, all’imitazione di Cristo come norma di vita, a mettere in pratica il Vangelo in maniera integrale, al rifiuto dei beni materiali, al rifiuto di ogni gerarchia, all’uguaglianza tra uomini e donne e alla libertà dei cristiani.

Questo movimento non fu tollerato dalla Chiesa e Papa Gregorio X (1271-1276), aprendo il 7 maggio 1274 il Concilio a Lione (il papato si era trasferito in Francia), sconfessò le idee del predicatore Segalelli. Questi, incarcerato e sottoposto a tortura, fu processato dall’inquisitore Manfredo da Parma e arso vivo per eresia.

La sorte di fra Dolcino e dei suoi seguaci

Fra Dolcino riprese le idee del Segalelli, in quanto aveva aderito sin dall’inizio al movimento degli Apostolici, e ne divenne il capo. Nel 1303 riunì il movimento nei pressi del lago di Garda. Qui incontrò Margherita da Boninsegna, originaria di Trento, che divenne sua “sorella spirituale”, ovvero compagna, affiancandolo nella predicazione.

All’inizio del 1304 tre dolciniani furono arsi vivi dall’Inquisizione. Dolcino si spostò quindi in Valsesia, ove fece molti proseliti. Tra le sue teorie era prevalente l’eliminazione della gerarchia ecclesiastica e il ritorno della Chiesa ai suoi ideali originali di umiltà e povertà, l’eliminazione del feudalesimo, la creazione di una nuova società basata sull’aiuto e sul rispetto reciproco, con le proprietà in comune e nel rispetto della parità di genere.

Queste notizie ci sono giunte grazie alla trascrizione del processo svoltosi a Bologna da parte dell’inquisitore, il domenicano Bernardo Gui, che risulta tra i protagonisti del romanzo di Eco. Dolcino, con le sue teorie, è identificato come antesignano delle idee socialiste e un prototipo di rivoluzionario marxista per la sua idea di “lotta contadina”. I dolciniani conducevano una vita segnata da frequenti digiuni e preghiere, chiedevano l’elemosina e vivevano senza l’imposizione del celibato. Predicavano l’obbedienza alle Sacre Scritture e affermavano che era dovere dei cristiani disobbedire al Papa quando questi si fosse allontanato dai precetti evangelici. Confermavano il diritto dei laici a predicare e la necessità di vivere in assoluta povertà.

La meta finale dei discepoli di Dolcino fu quella di avvicinarsi ai valdesi: giunsero nelle valli del Pinerolese e si presume confluirono nel movimento valdese. Nella Settimana Santa del 1307 Dolcino e Margherita furono catturati. Dolcino, lo giustiziarono pubblicamente a Vercelli il 1° giugno dopo un processo. Aveva assistito al rogo di Margherita e del suo luogotenente Longino da Bergamo.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Fsspx, Vatican News, Il Cinegico

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