Ankara tesse la sua tela nel silenzio globale, una rete geopoliticamente efficace che sta passando in sordina
In una calda giornata di giugno, Erdoğan parla davanti ai parlamentari dei Paesi Nato. Il messaggio è chiaro: rimuovere gli ostacoli che frenano l’industria della difesa turca, pur nel rispetto delle sensibilità di sicurezza nazionale di ciascun alleato. Dichiarazione programmatica, pronunciata nella città che più di ogni altra racconta la natura doppia della potenza turca. Il summit dell’Alleanza atlantica si terrà nella Capitale, ad Ankara, il 7 e l’8 luglio 2026.
Percezione
C’è un’abitudine dura a morire nelle cancellerie europee: trattare la Turchia come un problema da gestire. Non invece come attore da decifrare. Ankara torna nei titoli quando blocca un ingresso, quando alza la voce con Atene nel Mediterraneo orientale, quando rilascia dichiarazioni incendiarie su Gaza o quando usa strategicamente i migranti come leva negoziale. Poi il ciclo mediatico si chiude. “Mamma li turchi” non fa più notizia. La Turchia rientra nell’ombra e lì continua a muoversi.

Gli eredi dell’Impero ottomano hanno costruito, pezzo dopo pezzo, una proiezione regionale che lavora su più tavoli contemporaneamente: Libia, Caucaso, Mar Nero, Siria, Iraq, Corno d’Africa, Golfo Persico, Mediterraneo orientale. Ottenuto il riconoscimento, persino del “nuovo nome” Türkyie, Ankara ora cerca margine di manovra per i suoi interessi nazionali.
Dall’altro lato del Bosforo c’è timore e sospetto. Spaventa in quanto si comporta da potenza già compiuta. I negoziati di adesione sono fermi dal giugno 2018, eppure nel 2025 l’interscambio di beni tra Ue e Turchia ha superato i 217 miliardi di euro. Il 42,7% delle esportazioni turche è diretto verso l’Unione, mentre più di un terzo delle importazioni turche arriva dal mercato europeo. Paradosso: è fuori dalla promessa politica europea, ma dentro la necessità materiale europea. Troppo distante per essere integrata, troppo utile per essere isolata.
L’alleato che non chiede più permesso
La Turchia è membro della Nato, ma non si comporta come un alleato minore. Non accetta più di essere trattata come una periferia strategica dell’Occidente. Erdoğan lo sa, e lo dice con chiarezza: se l’Alleanza vuole essere credibile, deve togliere i vincoli che frenano la cooperazione industriale. La frase è politica fino in fondo.
La difesa è il nuovo linguaggio della sovranità turca. Non solo perché Ankara produce droni, munizioni, mezzi navali, blindati e sistemi sempre più competitivi. Ma perché ogni contratto militare firmato diventa un pezzo di architettura geopolitica. La Turchia vende armamenti, e con essi accesso, addestramento, protezione, continuità. Dove arriva un drone turco, spesso arriva anche un consulente militare, un accordo energetico, una società di costruzioni, una borsa di studio, una relazione diplomatica più stretta.
Negli ultimi anni, l’industria della difesa turca ha cambiato scala. Le esportazioni del
settore sono più che triplicate dal 2021, arrivando a circa 10 miliardi di dollari nel 2025; quelle dirette verso Europa e Stati Uniti sono cresciute fino a 5,6 miliardi. De facto, la vicenda Baykar–Leonardo va letta come una breccia politica. La Turchia usa l’Italia come ponte verso il mercato europeo della difesa. L’Europa, a sua volta, ha bisogno di capacità produttive rapide, soprattutto nel settore dei droni. Il risultato è un rapporto scomodo ma inevitabile: si diffida, ma si compra da Ankara; si critica, ma si negozia con Erdoğan; si invoca l’autonomia europea, ma senza la Turchia alcune filiere restano più deboli.
Regia mobile
Nel Medio Oriente allargato, Ankara si muove come una potenza pragmatica. La retorica pro–palestinese di Erdoğan gli consente di occupare uno spazio simbolico che molti leader arabi esitano a presidiare con la stessa forza. Attenzione: sarebbe riduttivo leggere tutto nell’ottica del consenso religioso.
La Turchia sta rientrando nel gioco arabo da pivot negoziale. Con l’Egitto ha riaperto canali che sembravano compromessi. Con il Qatar mantiene una relazione privilegiata. Con l’Arabia Saudita cerca convergenze su difesa, energia, ricostruzione siriana e infrastrutture. Persino il progetto di collegamento ferroviario tra le due, passando per Siria e Giordania, mostra una cosa molto concreta: Ankara punta sulla logistica, cerca corridoi, pretende spazio. Ma lo sta facendo in silenzio.
Non è un asse sunnita nel senso classico. È una diplomazia elastica, fatta di rapporti che cambiano intensità a seconda dei dossier: Gaza, Siria, Iran, Mar Rosso, energia, rotte commerciali. Erdoğan può parlare come leader morale del mondo musulmano e, il giorno dopo, negoziare come capo di una potenza industriale interessata a porti, ferrovie e contratti. Ambiguità strategica, simile a quella indiana.
Mar Nero
La guerra in Ucraina ha mostrato meglio di ogni altro dossier il metodo turco. Ankara ha venduto droni a Kiev, ma non ha chiuso il canale con Mosca. Impensabile non avere un dialogo fra i due ex imperi, accomunati proprio dalle sponde interessate del Mar Nero.
Questa postura irrita Bruxelles, perché sfugge alla sua grammatica binaria: si chiama geopolitica, ma sovente l’Ue legge “error 404”. La Turchia non accetta questa semplificazione. Vuole essere indispensabile a tutti senza dipendere da nessuno abbastanza da non poter dire “no”. È membro della Nato, ma parla con la Russia. È partner dell’Ucraina, ma non taglia il dialogo con Mosca. È dentro l’Occidente militare, ma non vuole essere assorbita dalla parte politica.
Nel Mar Nero, questa postura vale oro. La Turchia controlla gli stretti, conosce il peso della Convenzione di Montreux, e si presenta come garante possibile di equilibri che altri non riescono più a governare. È una forma di potere meno spettacolare di una portaerei, ma spesso più efficace.
Corno d’Africa
Se c’è un luogo in cui l’“impero silente” turco smette di essere metafora e diventa infrastruttura, quel luogo è la Somalia. A Mogadiscio Ankara possiede la sua più importante base militare all’estero, inaugurata nel 2017. Da lì addestra forze somale e presidia un quadrante strategico che collega Golfo di Aden, Mar Rosso, Oceano Indiano e rotte energetiche globali.
L’accordo di difesa ed economia firmato con Mogadiscio è un pacchetto ampio: sicurezza marittima, addestramento, capacità navale, cooperazione energetica, protezione delle acque territoriali, accesso politico privilegiato. Poco dopo, Ankara ha firmato anche accordi per esplorazione di petrolio e gas offshore. La sequenza è notevole: prima sicurezza, addestramento, presenza militare; poi energia, accesso e geopolitica.
In Somalia, la Turchia compete con gruppi armati o attori locali. Ma non solo. Rivaleggia con Emirati, Arabia Saudita, Egitto, Israele, Etiopia e con tutte le potenze che guardano al Corno d’Africa come alla nuova cerniera tra Mediterraneo allargato e Indo-Pacifico. Il punto? Anzi, i punti: Bab el-Mandeb, il Golfo di Aden, la sicurezza delle rotte, la pesca, l’energia offshore, la possibilità di incidere su una delle aree più sensibili del commercio globale.
Cintura invisibile
La proiezione turca passa anche da moschee restaurate, attori e attrici delle serie televisive, università, borse di studio, imprese edilizie, istituti culturali, linee aeree, accordi commerciali e sport. È il volto meno rumoroso della potenza turca, e forse proprio per questo il più sottovalutato.
Nei Balcani, Ankara lavora da anni su una memoria storica ottomaneggiante. Bosnia, Albania, Kosovo, Macedonia del Nord sono spazi nei quali la Turchia intreccia cultura, religione, commercio e diplomazia pubblica. L’Istituto Yunus Emre, le agenzie di cooperazione, le imprese infrastrutturali e le relazioni con le comunità musulmane sono strumenti di una presenza che non ha bisogno di dichiararsi imperiale per produrre effetti imperiali. Istituto Confucio docet.
Nel Caucaso, il legame con l’Azerbaigian è la chiave. Non solo per affinità linguistico-culturale, anche per energia, trasporti, corridoi terrestri, rapporti con il Caspio e accesso all’Asia centrale. Da lì la Turchia guarda al mondo turcofono come a una profondità strategica naturale.
Non è nostalgia ottomana. È una geografia politica riattivata: Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Turkmenistan. Ma anche soggetti federati russi come Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Cabardino-Balcaria, Karachay-Cherkessia finanche Tatarstan e Baschiria. Senza dimenticare l’infuenza nelle Regioni siberiane Tuva, Altai, Khakassia, Jacuzia e Sakha. Mercati, rotte, identità, energia. Una mappa alternativa. Una chiave geopolitica in più.
Israele: il futuro?
Fra tutti i punti del globo, quello che però desta maggior preoccupazione agli occhi degli analisti geopolitici è quella con lo Stato ebraico. Il rapporto con Israele è forse la massima espressione di quella “regia mobile”. Fino a qualche anno fa liquido e sotterraneo, oggi il legame si è strutturato in una aperta rivalità geopolitica che ha superato la semplice dimensione retorica. Finché Siria non li separi.
Se sul piano diplomatico Erdoğan ha rotto ogni argine ideologico, definendo Hamas un movimento di liberazione, i veri nodi si consumano sul terreno materiale e su quello legale. Ankara è entrata ufficialmente nella causa per genocidio promossa dal Sudafrica alla Corte internazionale di giustizia e ha persino emesso mandati d’arresto per la leadership israeliana, rendendo impraticabile una normalizzazione politica nel breve periodo. Israele, di tutta risposta, ha riconosciuto il genocidio armeno. Dal punto di vista economico, il formale “embargo totale” proclamato dalla Turchia ha radicalmente ridimensionato i flussi, con le esportazioni dirette israeliane azzerate e le imprese di Tel Aviv in progressivo disimpegno dal mercato turco.
Eppure, proprio qui emerge la natura doppia della potenza anatolica: tracciamenti marittimi e dati economici rivelano un persistente e fitto interscambio “grigio”, che aggira i blocchi politici triangolando attraverso i porti greci o registrando le merci sotto la bandiera dell’Autorità Palestinese, senza contare il ruolo insostituibile del porto turco di Ceyhan nel far transitare il petrolio azero verso i terminali israeliani.
La faglia strategica si è ormai allargata dal Mediterraneo, dove Israele risponde alle pressioni turche blindando l’asse energetico EastMed con Cipro e Grecia, fino al già menzionato Corno d’Africa. L’attivismo di Ankara in Somalia e le sue imminenti trivellazioni offshore nel Golfo di Aden intercettano la reazione di Israele, che ha risposto riconoscendo formalmente l’indipendenza del Somaliland per garantirsi una base di osservazione speculare.
Lezione appresa
Tra la Turchia che ambisce a essere riconosciuta come il baricentro musulmano di una nuova architettura di sicurezza mediorientale e un’Israele che ne percepisce la postura come una minaccia strutturale, il canale formale rimane congelato in attesa di una svolta sul dossier di Gaza, ma il realismo geopolitico impedisce a entrambi gli ex alleati di recidere del tutto i fili invisibili che li collegano.
Ankara non può, non vuole essere dimenticata. Seppur silente noi europei dobbiamo farci i conti. Sempre, anche se sono usciti ai gironi dei mondiali.
Alessandro Bonifazi
Foto
AK Parti, GIS Reports, The Arab Weekly, Geopolitical Futures













